To a land unknown inizia con una citazione significativa di Edward Said; “In un certo senso, è tipico del destino dei Palestinesi, non finire dove hanno cominciato, ma in qualche posto inaspettato e lontano”. Questo incipit segna un paesaggio non solo fisico ma esistenziale: due cugini palestinesi, Chatila (Mahmood Bakri) e TReda (Aram Sabbah) si trovano bloccati ad Atene, in una condizione limite, né casa né meta, né rifugio, né traguardo.
La terra sconosciuta evocata nel titolo non è solo la Germania a cui aspirano, ma lo spazio intermedio dell’attesa e del ricatto della sopravvivenza. Il film costruisce un ritratto intenso e complesso della coppia Chatila- Reda, il primo propositivo, deciso ad aprire un caffè in Germania e a riscattare la sua situazione, il secondo più fragile, vittima della dipendenza, incline all’abbandono. Il rapporto fra loro è un’alleanza sempre a rischio, in questo Fleifel evita la retorica. I protagonisti non sono angeli né eroi, ma esseri in movimento, spesso cinici e contraddittori e questo rende tutto molto vero.
Visivamente sia la fotografia di Thodoris Mihopoulos che la regia sono significative: ambienti angusti, grigi urbani, inquadrature strette che suggeriscono claustrofobia, ma con la macchina da presa che non perde mai di vista la dignità dei corpi e dello spazio. Fleifel, che viene da un’esperienza documentaristica, porta un’attitudine di verità, niente fronzoli spettacolari, ma un’attenzione costante al dettaglio umano ed agli spazi marginali.
Nella trama non c’è consolazione, la catarsi non arriva, proprio come nelle pellicole dei Dardenne, che il film in qualche modo ricorda. Ogni tentativo di risalita si infrange contro la brutalità delle circostanze e anche qui, come nel cinema dei fratelli francesi la discesa morale dei protagonisti non nasce da una vocazione criminale, ma da un’impossibilità sistemica, è una conseguenza sociale e materiale, una risposta disperata alla necessità.
I temi trattati sono diversi: l’esilio e la sua banalità, la perdita di casa, l’attesa come condizione permanente, la sopraffazione morale che può scaturire dalla necessità più che dal male intenzionale, il sogno di riscatto che rischia di trasformarsi in ricatto.
To a land unknown è un film che non si accontenta di rappresentare la condizione del migrante come vittima, regalandoci una messa in scena dolorosa e contraddittoria, che ci pone dentro l’altrove, non solo geografico, ma psicologico e morale, valorizzando l’idea che la terra non possa essere solo uno spazio fisico ma anche la promessa di un futuro, la memoria di una patria perduta, la complicità umana nell’abbraccio del margine.
data di pubblicazione:12/11/2025
Scopri con un click il nostro voto: 






0 commenti