Sorry Baby non è il classico film sul trauma né la solita commedia drammatica indie, è piuttosto una lettura sfaccettata, ironica e profondamente umana di come continui la vita dopo che qualcosa di terribile ti ha cambiato. Il debutto scritto, diretto e interpretato da Eva Victor è originale, sincero e profondo.
La storia segue Agnes, interpretata dalla stessa Victor, una professoressa di letteratura in una sperduta cittadina del New England, il cui volto serio e spesso impassibile è lo specchio di un trauma passato, che non viene mai mostrato in scena, ma continuamente insinuato nei gesti, nei silenzi e nei pensieri. Quel “qualcosa di brutto”, l’aggressione da parte di un professore, è il punto di partenza per esplorare ciò che resta della quotidianità di una persona ferita in modo irreversibile.
Fin dall’inizio Sorry Baby si distacca dalle convenzioni, a partire dalla narrazione che non è lineare, ma divisa in capitoli, che si rincorrono come ricordi smarriti e flashback che non spiegano tutto, ma svelano a poco a poco il senso di disorientamento di Agnes. In questo modo la Victor evita la retorica del dramma spettacolarizzato, scegliendo invece di concentrarsi su ciò che avviene dopo, dalle difficoltà banali, agli incontri assurdi, alle conversazioni imbarazzanti con medici insensibili o colleghi distratti, fino ai momenti di leggerezza che alla fine si insinuano tra le pieghe dei giorni.
L’unicità del film sta però nel modo in cui fonde ironia feroce ed introspezione delicata. Il senso dell’umorismo non sminuisce mai il dolore, ma ci permette di riconoscere anche nelle ombre una scintilla di vita. Questa scelta tonale, un po’ sullo stile di Fleabag, consente al film di parlare con leggerezza senza minimizzare.
La relazione don Lydie, interpretata da Naomi Ackie con calore e spontaneità, è il nucleo emotivo del film, la loro amicizia, ancor prima dell’amore romantico, è ciò che permette ad Agnes di rimettere insieme i pezzi della propria esistenza. Anche i rapporti minori, come una liason confusa con il vicino di casa o una scena bizzarra con un venditore ambulante, contribuiscono a comporre un ritratto di vita che non si volge ad una catarsi violenta, ma si consuma nella quotidianità.
L’unica pecca è un ritmo dilatato che pervade tutta la pellicola, ma certamente l’opera è coraggiosa e va premiata, soprattutto per il finale, in cui trova forse il suo momento più luminoso. Agnes non guarisce, ma smette di identificarsi solo con quel dolore, porgendosi lei quelle scuse che non riceverà dall’esterno.
data di pubblicazione:14/01/2026
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