regia di Andrea Chiodi
(Teatro Torlonia – Roma, 5/8 febbraio 2026)
Andrea Chiodi dirige Claudia Coli in un monologo-autodifesa della donna che contribuì più di tutti alla costruzione del mito del duce: Margherita Sarfatti. Scritto dall’attrice e drammaturga Angela Damatté su un’idea del critico d’arte Massimo Mattioli, lo spettacolo – prodotto dallo Stabile di Bolzano e MART di Rovereto – è stato in scena nella suggestiva ed evocativa cornice del Teatro Torlonia. Un luogo interdetto in vita alla studiosa e intellettuale durante gli anni in cui Mussolini vi abitò con la famiglia.
Che la persona di Margherita Sarfatti sia legata in modo indissolubile alla costruzione dell’immagine del Duce e del fascismo, è un dato dal quale la storiografia moderna fa fatica a prescindere. La letteratura contemporanea, nel tentativo di recuperare la figura di una delle donne più influenti e preparate nel campo della storia dell’arte che mai il nostro paese abbia avuto e a cui si deve la fondazione del movimento artistico Novecento, deve comunque fare i conti con decenni di rimozione. Il peccato che ne ha determinato l’oblio è quello di aver avuto un legame con Benito Mussolini, di cui è stata non solo amante ma ne ha ideato e costruito il mito.
Il lavoro di studiosi come quello del critico Massimo Mattioli è estremamente prezioso proprio come operazione di recupero della memoria di un personaggio influente, grazie all’agiata condizione borghese da cui proveniva, ancora prima dell’incontro con il dittatore. Lo conosce nel salotto tenuto a Milano da Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Quell’uomo, dall’apparenza gretta e ridicola, la colpisce proprio perché vede in lui quello che sarà la cifra del suo programma estetico: un misto di antico che si affaccia al nuovo. Quando si conobbero, la Sarfatti aveva più di trent’anni e un figlio, Roberto, morto combattente durante la Grande Guerra. Una ferita profonda, che la segnerà per tutta la vita e che ne determinerà l’attaccamento al futuro duce e la necessità di trasfigurare il dolore nell’arte.
Quanto mai centrale è infatti, nel dramma scritto da Angela Damatté, il ricordo della madre per il figlio morto da eroe, il cui sacrificio non doveva essere dimenticato. Semmai esaltato e celebrato in quell’uomo destinato a incarnare – nella propaganda prebellica – la grandezza di una nazione che aveva immolato i propri figli per la libertà. Il conflitto sulla scena si articola quindi tra le intime emozioni di una madre segnata dal lutto e le necessità politiche di un regime in ascesa di cui Margherita non poteva immaginare l’epilogo.
Il lavoro teatrale sa rendere giustizia al personaggio. Grazie anche all’interpretazione di Claudia Coli che riesce a trovare un equilibrio tra il patetismo dell’abbandono e la risolutezza di un carattere volitivo e consapevole del proprio valore. Anche la rabbia, quando espressa, è elegante e mai eccessiva.
Quando entra in scena, provenendo dalla platea in uno stato di incertezza, nel contesto della mostra celebrativa del decennale della Marcia su Roma alla quale non era stata invitata, trova ad attenderla sul palco una teca museale. Tutt’attorno si ode il clangore metallico di un mondo in costruzione. Un’idea registica di Andrea Chiodi che simboleggia la gabbia in cui viene rinchiusa, come un reperto da esibire insieme ad altri feticci del regime. Un oggetto tra gli oggetti sottolineato nel finale, quando arriva a parlare di sé stessa in terza persona.
Davanti al tribunale della storia, Margherita Sarfatti rimane sola a prendere le sue difese. Limpida e monumentale nonostante il rifiuto e l’abbandono, lo spettacolo riesce a celebrare la madre e la studiosa appassionata che ha fatto dell’arte una ragione imprescindibile di vita e il cui operato «avrà un sensibile impatto sugli sviluppi delle successive dinamiche creative italiane» (Mattioli).
data di pubblicazione:15/02/2026
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