(Teatro di Villa Lazzaroni – Roma, 15/18 gennaio 2026)
È un Andrea Rivera in grande forma quello che entra in scena al Teatro di Villa Lazzaroni con il suo ultimo testo. Si rivolge direttamente al pubblico fin dai primi minuti, improvvisa in base alle risposte ricevute, strappa immediatamente risate su risate, facendoci capire fin da subito che il suo non è un semplice monologo, ma uno spettacolo in divenire, improvvisato il giusto che basta per sfruttare il polso degli spettatori in sala e ricavarne il massimo del divertimento.
Al centro della scena c’è un personaggio, un uomo di mezza età, che arriva nello studio di uno psichiatra con un atteggiamento inizialmente incerto. Questo setting apparentemente classico dà invece il via a una performance linguistica nel pieno stile, che tutti conosciamo, del suo interprete. I giochi di parole tessono la materia dello spettacolo, con il pubblico sempre parte integrante del flusso scenico. Questo format produce un teatro volatile, in cui l’imprevisto non è solo tollerato, ma strutturale. A partire dalle incursioni sul palco del cane dell’autore, che guaisce fuori scena quasi per tutto il tempo, in un crescendo di situazioni in cui è davvero impossibile capire quanto ci sia di costruito e quanto di capitato.
Rivera sembra non proporre un testo chiuso e definito, il palcoscenico è quasi un luogo di pensiero ad alta voce, senza messaggi sterili né di morale precostituita, più un insieme di frammenti di senso in tempo reale. Parole spostate, sillabe forzate, espressioni comuni smontate e rimontate fino a perdere la loro evidenza. Il riso non arriva da una battuta canonica, ma dal percorso compiuto dal linguaggio. È una comicità che richiede ascolto e che trova nella voce e nella presenza fisica dell’autore il suo principale strumento.
Accanto ai giochi di parole, le parti cantate, che emergono come figure oniriche nel racconto. Non semplici intermezzi, ma pezzi che fungono da parentesi emotive o risonanze interiori del protagonista. Un elemento tipico del teatro – canzone, dove il canto, unendosi al parlato, partecipa attivamente alla costruzione del senso scenico.
Rivera, in definitiva, abbraccia letteralmente il pubblico, non lo intrattiene passivamente, restando fedele alla sua ricerca sul linguaggio, portata avanti con coerenza, volta da anni a mostrare come le parole, da sole, possano ancora produrre sorpresa.
data di pubblicazione:17/01/2026
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