Portobello è una miniserie in sei episodi che racconta, attraverso lo sguardo di Marco Bellocchio, uno dei più acuti narratori della nostra storia recente, l’ascesa fulminea e la caduta devastante di Enzo Tortora, in una delle vicende che ha attraversato in maniera più profonda l’Italia degli anni Ottanta, specchio e metafora di un paese sospeso tra spettacolo e giustizia negata.
La vicenda è nota: conduttore amato da milioni di telespettatori, simbolo della televisione popolare in quegli anni, Tortora viene travolto, nel 1983, da un’accusa infamante di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, basata su dichiarazioni di collaboratori di giustizia poi rivelatisi inattendibili. Arrestato, processato e addirittura condannato, è infine assolto definitivamente dopo anni di odissea giudiziaria, ma la sua vita ne uscirà irrimediabilmente compromessa.
La storia, scritta dallo stesso Bellocchio con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, non indulge nel sensazionalismo. Anzi, la sua forza sta proprio nella cura di ogni tonalità, dal rigore documentario alle scelte poetiche di regia, fino alla compostezza di una narrazione che sottrae il protagonista all’agiografia, restituendoci, al contrario, un uomo distante, a tratti spigoloso, complesso, contraddittorio, con cui non viene immediato entrare in empatia. È proprio questa distanza emotiva a rendere la serie più inquietante ed onesta, perché lo spettatore è costretto ad osservare, a giudicare, ad interrogarsi.
In questo senso l’interpretazione di Fabrizio Gifuni è decisiva, mai imitativa, mai compiacente, non un ritratto stereotipato di una vittima innocente, ma una prova intensa e multilivello, che offre una lente profonda su una figura difficile.
Intorno a lui, un coro di personaggi, dai familiari alle figure chiave del processo, ognuno con la propria densità narrativa, da cui emerge il ritratto collettivo di un’epoca, quella dell’Italia degli anni Ottanta, tra consumismo nascente e violenze criminali, che spesso confonde il giudizio di massa con la verità.
Bellocchio firma una delle sue opere più severe e meno concilianti, una riflessione sulla giustizia e lo sguardo collettivo, che rinuncia alla scorciatoia morale della simpatia, affidandosi invece alla complessità, al disagio ed alla responsabilità dello spettatore.
data di pubblicazione:11/02/2026







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