NEL TEPORE DEL BALLO di Pupi Avati, 2026

(Immagine tratta da cartella stampa)

Nel Tepore del Ballo è uno dei lavori più essenziali e cupi di Pupi Avati, un film che rinuncia a qualsiasi illusione consolatoria per affondare in una dimensione narrativa dove il dolore, la caduta e la memoria si intrecciano senza filtri.

Al centro c’è la parabola discendente di un volto televisivo, Gianni Riccio (Massimo Ghini), travolto da uno scandalo finanziario proprio nel momento del massimo successo, che diventa lo spunto non solo per una denuncia dell’essenza spietata del mondo della televisione, ma anche per un racconto di rovina e possibile riscatto, per l’immersione in un’umanità fragile, segnata fin dall’origine da abbandoni e solitudini.

Il tono è tetro e disincantato, la regia sceglie una forma asciutta, che rifugge la spettacolarizzazione e punta invece su una costruzione per accumulo di dettagli emotivi, da una tinta che si scioglie sotto una doccia fino a un finale struggente che tenta disperatamente l’elaborazione consolatoria di un lutto mai veramente affrontato, per sopravvivere a una tragica vita di solitudine.

È un cinema che non fa sconti, dove anche gli inserti più eccentrici, una serie di camei di personaggi famosi nella parte di sé stessi, figure sopra le righe, non rompono mai la sensazione di un mondo che si sfalda lentamente.

Sul piano attoriale massimo Ghini risulta completamente credibile, mentre Isabella Ferrari lavora per sottrazione, senza trucco, in linea con lo stile della pellicola. Ma è soprattutto Giuliana De Sio a imporsi come presenza dominante, con una performance straordinaria, nel ruolo di una conduttrice col pelo sullo stomaco alla Barbara D’Urso, ma che in fondo può essere chiunque, figura al tempo stesso grottesca e tragica.

Quel che resta è un film che non cerca di piacere né di rassicurare. Avati torna ad un’idea di cinema spoglio, quasi controcorrente rispetto alle logiche produttive contemporanee, e proprio in questa scelta trova una sua coerenza radicale. Nella sua malinconia insistita e nello sguardo disilluso, finisce per trasformare la storia individuale del protagonista in qualcosa di più ampio, una riflessione amara sul tempo, sulla solitudine, la perdita e la difficoltà, oggi, di immaginare una vera possibilità di rinascita.

data di pubblicazione:29/04/2026


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