NAPOLI NOBILISSIMA due atti unici da Raffaele Viviani

Foto di Tommaso Le Pera

con Geppy Gleijeses, Lorenzo Gleijeses, Chiara Baffi e Massimiliano Rossi

(Teatro Greco – Teatro della Città di Roma, 27 febbraio/8 marzo 2026)

Geppy Gleijeses dirige due atti unici di Raffaele Viviani. In Don Giacinto veste i panni del protagonista, un anziano e dignitoso signore preso di mira dalla cattiveria umana dei personaggi del vicolo dove abita. Mentre nella Musica dei ciechi è il contrabbassista Ferdinando che tenta di sbarcare il lunario attraverso l’arte, membro di un’orchestrina ambulante di musicisti non vedenti guidati da un guercio poco onesto. Due immagini che raccontano lo spaccato di una società che conserva ancora nella solidale convivenza di luogo e di tempo il suo palcoscenico. L’immagine di una Napoli nobilissima non per censo, ma per spirito e arte.

Che Napoli abbia da sempre avuto uno stretto legame con il teatro è una verità incontestabile. Come lo è del resto il debito che dobbiamo a una tradizione drammaturgica, degna di aver dato vita a immensi e a volte poco ricordati talenti. Un tessuto artistico e sociale che nel tempo ha saputo rinnovarsi senza perdere mai di vista l’esempio di chi è vissuto prima. Può sembrare banale, ma nel gioco di debito e superamento non si capisce Enzo Moscato o Annibale Ruccello se non si guarda a Eduardo. E questi non sarebbe stato tale se non avesse messo i piedi nel sentiero tracciato da Scarpetta o Viviani.

Da parte sua Geppy Gleijeses ne è in qualche modo il depositario. Per questo il titolo scelto per lo spettacolo che dirige e interpreta, Napoli Nobilissima, non è casuale. Perché se si guarda alle scelte da lui operate sulla scena, i grandi autori partenopei ci sono tutti. Non sono solo omaggi, ma vere e proprie operazioni di riscoperta e conservazione. Gleijeses porta avanti un mestiere che assomiglia a quello dell’antiquario: è il guardiano di una tradizione altrimenti muta, un cercatore di frammenti di bellezza, un ponte per il nostro oggi di capolavori passati ma ancora meravigliosamente eloquenti.

L’opera di conservazione e restituzione esige rispetto. Per questo la messa in scena dei due atti unici scelti da Viviani, Don Giacinto (1923) – già messo in scena nel 2000 – e La musica dei ciechi (1927), riflette in pieno uno spirito e un modo di scrivere teatro che ha ancora tanto da insegnare. Un esempio e un’eredità da trasmettere alle nuove generazioni soprattutto di interpreti. La scelta di attorniarsi di giovani e poliedrici (perché anche musicisti) attori è, sì, uno sforzo produttivo – di cui si fa carico Dear Friends – ma anche un’occasione di insegnamento. Dieci gli interpreti freschi del diploma alla scuola del Teatro Nazionale di Napoli a calcare le tavole insieme a Lorenzo Gleijeses – con cui Geppy ha riscoperto tanti degli autori sopracitati –, Chiara Baffi e Massimiliano Rossi.

La napoletanità, con la sua anima insieme dolorosa e divertente, è protagonista. Non solo per la linfa artistica che continua a scorrere anche nei giovani interpreti, ma anche perché è presa a maestra di un modo di stare al mondo. E tutto passa attraverso l’uso del dialetto che ha il compito di portare sulla scena un intero sistema urbano, per esaminarne le dinamiche che lo regolano.

Il contributo che danno Roberto Crea e Chiara Donato alle scene e ai costumi è allora quantomai fondamentale. È importante la ricostruzione realistica di un abitato della Napoli inizio Novecento, in linea con il testo drammaturgico, con le finestre che si affacciano tutte sullo stesso vicolo per raccontare la storia di gente umile. Come è fortemente poetico vedere l’orchestrina di ciechi suonare vicino a una balaustra che dà sul golfo, sotto lo sguardo di un cielo stellato verso il quale, liberato dalle fatiche del mondo materiale, si incamminerà Ferdinando.

Sono storie corali di famiglie comuni, di venditori ambulanti e di vecchi mestieri ormai spariti. Tradimenti e pettegolezzi, storie di farabutti e gente onesta o altruista. Storie comunque intrecciate come i giunchi dei panieri che calano dalle finestre. Una quotidianità intercettata da Viviani, cresciuto fra teatro e miseria, nella quale possiamo ancora specchiarci. Perché cambiano i costumi, ma la materia umana no.

data di pubblicazione:02/03/2026


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