È una produzione turca, questo film drammatico diretto da Çağri Vila Lostuvali sulla sceneggiatura di Deniz Madanoğlu e Murat Uyurkulak, attualmente disponibile su Netflix.
Una famiglia modesta, una sera qualunque, una discussione accesa tra le mura di casa. La polizia bussa alla porta: un uomo è rimasto ucciso in seguito a un incidente d’auto. Il responsabile è Fatih, il figlio maggiore, ma il padre decide di consegnare Baran, che è ancora minorenne e potrà ricevere una pena più lieve. A nulla servirà lo sgomento del ragazzo: “Io non ho fatto niente. Perché mi portano via?!”… La vita ricomincia dopo il suo rilascio dal carcere, la sua liberazione. Ma sarà vera libertà?
È un film semplice, lineare nella prospettiva, essenziale nel suo dispensare commozione e buoni sentimenti, sostanzialmente genuino. Ripercorre le tappe di un’esistenza “bruciata” sin dall’adolescenza, quella di un ragazzino costretto a scontare una condanna per qualcosa che non ha commesso. Lui non sa ribellarsi all’ingiustizia, e a quei genitori che dovrebbero proteggerlo e non esitano, invece, ad immolarlo. È il figlio reietto, vittima di un destino contrario; è il fratello “minore”, il diseredato, il cadetto.
Avvelenato da anni di immeritata galera (un solo flashback, nella seconda parte del film, rivelerà uno degli episodi più dolorosi), Baran ormai adulto esce di prigione. Prova a resistere alle insistenze del fratello (sì, proprio quel “fratello”) – Fatih, interpretato da Edip Tepeli – che lo supplica di perdonarlo, mostrando però – anche nella ricerca di una sorta di riparazione/riscatto – una immutata volontà di imporsi. Ma la vera natura, quella più generosa e benevola, del protagonista – cui Mert Ramazan Demir presta il volto – scaturisce dal contatto con l’innocenza più pura, qui rappresentata dalla nipotina Lidya (Ada Erma), figlia di Fatih, e dalla sua copia inanimata in versione pupazzo di peluche (la giraffa Honey). Prendersi cura di lei, rimasta orfana della madre e privata del padre per un lungo periodo di tempo, è rivivere la propria infanzia, attraversarla di nuovo e correggerla (“Non farà la mia stessa fine!“)
Non ha soldi, Baran. Non ha un posto dove dormire, né un lavoro, ma decide di non abbandonare quella bambina. Ha un amico, Esat (Rahimcan Kapkap), un amico sincero. Conosciuto in cella, più famiglia della famiglia reale, quella del “sangue”. E ha un talento, soprattutto, l’arte di saper “aggiustare” le cose. Che sia una vecchia automobile abbandonata in un’officina o un edificio in rovina che nessuno vuole più abitare. Per la piccola Lidya lui sarà padre, fratello, amico e compagno di giochi (di disavventure persino). Si salveranno a vicenda, i due? Creature dall’anima “spezzata”? Salveranno qualcun altro, insieme a loro, nella compassione operosa e nella solidarietà che scioglie i cuori di pietra?
L’attesa e il desiderio guideranno lo spettatore a scoprire il finale. E prima ancora, a scoprire che nulla è irrimediabilmente perduto, che non è mai finita finché la vita stessa non è finita, che chi sostiene il contrario – e si arrende – dice “una menzogna”. È sufficiente cercare, frugare tra i vecchi arnesi, scavare negli angoli più nascosti e trovare la falla, infine.
Perché “se sapete dove è rotto, saprete come riparare“.
data di pubblicazione:31/08/2025
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Recensione perfetta! Hai colto l’essenza del film e descritto la storia con grande sensibilità. Complimenti per l’analisi approfondita e le belle parole spese per questo film toccante!
Il dare la colpa al figlio “reietto”, che non sa ribellarsi, piuttosto che al vero colpevole, il fratello maggiore, mi ricorda il film “È stato il figlio” di Cipri’. Molto bello e interessante il messaggio di speranza contenuto nella seconda parte del film.