Marty Supreme è tutto fuorché quello che potrebbe sembrare sulla carta, ossia la biografia di un giocatore di ping pong. Il film è prima di tutto un’indagine viscerale sull’ego, sull’ossessione e sulla natura stessa dell’ambizione umana.
Ambientato negli Stati Uniti degli anni ’50, racconta la parabola di Marty Mauser (Timothèe Chalamet), un giovane uomo col sogno titanico di essere il migliore al mondo in uno sport che pochi prendono sul serio: il tennis da tavolo. Guardando il personaggio attraverso gli occhi del regista Josh Safdie non si assiste ad un ritratto sportivo tradizionale, ma ad una specie di epica moderna sul narcisismo e sul desiderio di conquistare ad ogni costo un posto, in un mondo che non rende facile la grandezza.
Al centro di tutto c’è Timothèe Chalamet, che mette per la prima volta la bellezza in secondo piano, imbruttendosi persino, per interpretare il personaggio, e regalandoci uno dei momenti più convincenti della sua carriera. Il suo Marty è allo stesso tempo affascinante ed irritante, magnetico e autodistruttivo, un protagonista che non si limita a correre dietro a un titolo mondiale, ma è mosso da un impulso compulsivo ad essere visto, riconosciuto e temuto. Marty, con la sua ambiguità morale, non è un eroe in senso classico, è piuttosto il riflesso di quella parte dell’io che vuole vincere ad ogni costo.
Gli fa da perfetto controcanto Gwyneth Paltrow, che con la sua presenza scenica all’opposto controllata, composta ed asciutta, contribuisce a rendere ancora più evidente l’irrequietezza del protagonista.
Dal punto di vista stilistico Marty Supreme fonde l’ambientazione storica con un’irriverente modernità sensoriale. La macchina da presa spesso sembra correre insieme al protagonista, il ritmo è travolgente, in grado di trasmettere una frenesia quasi fisica. Uno dei punti più alti è poi l’uso della colonna sonora, fatta di brani non coerenti con l’epoca rappresentata, per la maggior parte pezzi pop e rock anni 80, che spingono il racconto fuori dal realismo e dentro una dimensione quasi astratta. La musica non commenta il periodo ma il personaggio, fuori asse rispetto al suo tempo, già proiettato in una cultura della competizione, dell’immagine e dell’ego che appartiene a un’epoca successiva.
In conclusione, è difficile rimanere indifferenti alla forza di quest’opera, un film che non si accontenta di intrattenere, ma che chiede allo spettatore di confrontarsi con un protagonista che sfida apertamente la nostra empatia, esplorando il lato oscuro della performance, dove il talento non salva e la vittoria non redime, fino a un finale apparentemente di pacificazione che comunque, vista la tendenza di tutta la pellicola, lascia aperto il dubbio su come poi realmente andrà a finire.
data di pubblicazione:21/01/2026
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