LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE di Eugene O’Neill, 2026

(Foto tratta da cartella stampa)

Adattamento di Chiara De Marchi, regia di Gabriele Lavia, con Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini

(Teatro Argentina – Roma, 4/15 febbraio 2026)

In un certo giorno d’agosto del 1912, nella casa della famiglia Tyrone nel Connecticut. James, il padre, è stato un attore di teatro piuttosto mediocre, tra una citazione shakespeariana e l’altra di Sofocle cerca di arginare il dramma familiare. Sua moglie Mary, totalmente dipendente dalla droga, prende finalmente coscienza del proprio fallimento come moglie e come madre. Jamie, il figlio maggiore alcolizzato e assiduo frequentatore di bordelli, riconosce di essere inadeguato a fare il teatrante, come il padre l’ha costretto a diventare. Edmund, il figlio più giovane, in preda all’ansia per la dipendenza della madre e per la sua stessa salute minata dalla tubercolosi. Una famiglia disfunzionale come tante altre, in cerca di improbabili soluzioni, che vive di rimpianti e di ricordi del passato…

 

Considerata un caposaldo della drammaturgia americana del ventesimo secolo, Lungo viaggio verso la notte si può considerare un’opera del tutto autobiografica. Per tale motivo O’Neill, completata la stesura nel 1942, predispose che la stessa dovesse andare in scena non prima di venticinque anni dalla sua morte. Per una serie di circostanze tutto questo non avvenne e il lavoro debuttò dopo appena tre anni dalla sua scomparsa, ottenendo postumo il Premio Pulitzer. Un’opera di grandissimo pathos portata ora in scena dal grande Gabriele Lavia che, oltre a recitare la parte del protagonista, ne ha curato la regia.

Sulla scena un salotto borghese, piano di libri polverosi che dovrebbero indicare la presenza in casa di una cultura che di fatto si presenta stantìa. Sistematicamente emergono le varie citazioni di James, frutto di reminiscenze recitative. Una casa prigione dove però si può entrare e uscire, un rifugio dove ogni elemento della famiglia sente la necessità di custodire le proprie dipendenze. Dipendenze che non rimandano solo all’alcool o alla droga, ma che riguardano anche l’essere incapace di guardarsi dentro e di prendere atto del proprio fallimento. Lavia riesce sapientemente a creare un’atmosfera claustrofobica, priva di luce, quasi a voler proteggere i singoli personaggi dalle proprie inquietudini, da sé stessi.

Il mondo esterno fa fatica ad entrare, la nebbia fuori isola la casa, il suono lontano della sirena antinebbia segna così le ore della giornata. Ottima l’interpretazione del cast che affianca lo stesso Lavia nella recitazione, ognuno per la sua parte trasmette il senso di una non riuscita realizzazione. Si percepisce una mancanza affettiva, un’angoscia che invade lo spazio e non lascia scampo. Una regia tradizionale che avrebbe potuto azzardare di più nella scena, pur solida, che risulta in effetti un po’ troppo classica. Manca quel tocco di originalità che avrebbe potuto elevarla ulteriormente. Lavia comunque ci riporta al teatro di una volta, quello autenticamente vero e realizzato con cognizione di causa.

data di pubblicazione:06/02/2026


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