Ancora in carica nell’82, Francois Mitterand indice un concorso internazionale per sigillare il polo finanziario della Dèfense sull’asse del Louvre e dell’Arco di Trionfo. A sorpresa il progetto vincente risulta essere quello di uno sconosciuto architetto danese, Otto von Spreckelsen. Lo stralunato architetto si vede catapultare da un laghetto di Copenhagen a capo di un ambizioso progetto particolarmente caro al Presidente francese.
Il bravo Claes Bang, ha forse un nome da porno attore, ma veste con garbo e raffinatezza i panni di un personaggio singolare, ma vero, l’architetto Von Spreckelsen con tanto di sandali indossati con le calze. Nel ruolo è pressocché perfetto, onesto, capace, ostinato nel portare avanti le sue idee innovative. Che nella fattispecie si traducono in un originale cubo vuoto in mezzo a una serie di altri più piccoli e contorno di nuvolette da arte povera. Appare subito evidente che un tale progetto avveniristico e controcorrente non si sposi con quelle più in linea degli addetti ai lavori parigini né a quelle di voraci costruttori. Ma Otto ha dalla sua il Presidente (Michel Fau) che ne apprezza il genio e la concreta mogliettina al seguito (Sidse Babett Knudsen). A turno si schierano ora a favore ora contro altre figure cui Otto s’imbatte nell’ingrato compito, il sogno della sua vita di realizzare“la finestra sull’umanità”. Ostacoli tecnici e burocratici, pressioni politiche, complessità amministrative, incomprensioni di ogni sorta ostacolano il progetto sulla via della realizzazione. Il sovrintendente Subilon (Xavier Dolan) e l’architetto Andreu (Swann Arlaud) affiancano Otto, prima con forti riserve, poi quasi sposandone la logica e l’idealismo. Il regista Stèphan Demoustier, fratello di Anais, già premiato con un Cèsar, realizza un mix intelligente che presenta in modo non convenzionale e senza mai giudicare le interrelazioni che nascono in ambito pubblico e privato, fra individuo e Stato, fondendo le diverse angolazioni e aspirazioni dei protagonisti. L’opera, Arco o Cubo che sia, quasi passa in secondo piano tanto che lo sfortunato Otto non riuscirà a vederla inaugurata nell’89… (ovviamente non rivelo il perché). Ma Lo Sconosciuto del Grande Arco si concentra sulle contraddizioni degli uomini, e complica in positivo la visione, attraverso non pochi meta-messaggi che dietro una storia vera raccontano una parabola sull’idealismo tout court. Lo stravolgimento del progetto originario ha cause prevedibili: la speculazione edilizia, la cupidigia, il cambiamento del quadro politico, ieri come oggi.
La sceneggiatura di Demoustier parte dal libro di Laurence Cossè, ma al tempo stesso se ne discosta evidenziando più che la storia peraltro vera dell’architetto danese, i suoi tratti malinconici e più autentici, realizzando in ultima analisi una pellicola dal ritmo cadenzato, certo per un pubblico di nicchia, ma non per questo meno apprezzabile.
data di pubblicazione:03/01/2026
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