LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE di Kirill Serebrennikov, 2026

Una delle menti più lucide e ciniche, responsabile dell’oltraggio più atroce inflitto alla razza umana, Josef Mengele, è il protagonista di una pellicola che ne racconta la sua fuga dalla Germania e poi il suo peregrinare in America latina, per sfuggire alla giustizia e ai suoi sensi di colpa.

La storia, nel romanzo omonimo di Olivier Guez come nel film, si ispira all’esistenza di Josef Mengele, “l’angelo della morte”, soprannome del medico del campo di concentramento di Auschwitz, considerato uno dei maggiori esecutori delle politiche di sterminio naziste. Kirill Serebrennikov, regista russo dissidente, autore del recente, Limonov, racconta con intensità e rigore la fuga e l’esistenza del più ricercato e odiato mostro nazista in Argentina (si parte da Buenos Aires nel giugno del ’49) e Paraguay prima, e in Brasile poi.

Il film è basato sulla fedele ricostruzione della latitanza di Mengele dopo la Seconda Guerra Mondiale, favorita da complicità internazionali (la chiesa, la rete Odessa, la Croce Rossa, la corruzione sudamericana). Il racconto giunge sino alla sua morte, a conferma di come spesso il male possa restare impunito. Lo struggente bianco e nero della pellicola ci immerge nell’oscurità degli anni del dopoguerra, che Mengele vive indenne e mai pentito attraverso vecchi nazisti ancora infervorati dal fùher, agenti del Mossad che negli stessi anni catturano l’infame Eichmann, funzionari corrotti e poveri contadini semi ignari della persona che ospitavano. In alcuni momenti, tra i più coinvolgenti, il bianco nero si colora per mostrare, senza remore, la crudeltà, l’orrore degli esperimenti sulle cavie dei campi, ma anche momenti erotici, o per lui esaltanti, dell’ingegnere della razza.

La Scomparsa di Josef Mengele è certamente una cronaca dettagliata della fuga di uno dei peggiori criminali nazisti del Novecento, ma soprattutto del senso di vuoto che ci lascia sapere dell’impunità del male e del mancato pentimento di un criminale. Lo scrupoloso lavoro di Serebrennikov non fa sconti nelle immagini spesso crudissime, e nei contenuti mai consolatori, fondamentali negli interrogativi che pone sul persistere del male, su come impunità, denaro e corruzione riescano a proteggere chi si sia macchiato di crimini contro l’umanità. Particolarmente struggenti sono gli incontri tra Mengele e il figlio Rolf (l’incontro reale avvenne nel ’77 in Brasile), unica figura in grado di esprimere sentimenti e porre domande sul passato del padre, domande che non troveranno mai risposte oneste. Dicevamo della cifra stilistica, una narrazione sghemba, mai continua. L’alternanza del bianco e nero con il colore, il senso di oppressione che pervade la pellicola, quasi un noir che sposa il romanzo storico. Comunque un ‘opera potente, assai impressiva e visivamente scioccante, ovviamente non assolutoria verso lo squallido protagonista. Nella scena iniziale lo scheletro di Mengele, finalmente riconosciuto come tale, viene studiato e sezionato da studenti di medicina di Buenos Aires, sorta di nemesi storica di quanto accaduto ad Auschwitz. Doverosa la segnalazione per l’attore protagonista, August Diehl, di cui si ricordano le interpretazioni in Bastardi Senza Gloria e nel Giovane Karl Marx, perfetto nella drammatica sottolineatura dello spregevole Mengele, nelle differenti fasi della sua esistenza.

data di pubblicazione:26/01/2026


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