diretto e interpretato da Sonia Bergamasco – musiche di Marco Betta e Ivo Parlati
(Teatro Biondo – Palermo, 11 ottobre 2025)
Si inaugura così la stagione teatrale del Biondo di Palermo, e il progetto triennale “Cultura aperta”: con uno spettacolo preceduto da un ballo, dal sapore di altri tempi, nel cuore della città. Il tema conduttore è il mito del Gattopardo. Fantasia e storia, sfarzo e decadenza si mescolano e si fondono. In un tripudio di suoni e colori, pervaso di sottile malinconia. Grazie alla scrittura di Ruggero Cappuccio, si recupera la genesi del mito stesso, facendo rivivere il personaggio di Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, principessa di Lampedusa. Madre di Giuseppe Tomasi, autore del celebre romanzo, questa si pone alla ribalta come donna di carisma e di spessore, che neppure la morte metterà a tacere.
Oggi a Palermo si allestisce un sogno, fuori e dentro le mura del teatro. Coppie di ballerini in costumi d’epoca – dalla Compagnia nazionale di danza storica – sfilano per le strade del centro fino alla piazza Villena, “Teatro del Sole”. Al centro, un palco, un pianoforte a coda e due giovani talenti, allievi del Conservatorio di Musica di Palermo: Enrico Simonetta, pianista, e Luciano Giambra, tenore. Così “l’aurora di bianco vestita” e “o sole mio” vengono fuori dal petto e dalle labbra, e dalle abili dita. Scintillano. Perché non c’è magia senza la musica. Tutt’intorno, a fare da cornice ma anche soggetto del quadro, una folla di palermitani in festa, protagonisti veri, più che semplici comparse.
È questo il progetto del direttore artistico Valerio Santoro: un teatro a tutto tondo, che dilaga, sconfina e “invade” il territorio, facendolo proprio e donandosi completamente.
E quando la platea si ricompone, al chiuso, davanti ad un sipario nuovo fiammante, il clamore si attenua, e si riprende a sognare. È una dimensione onirica. Le luci della ribalta si accendono su di lei, Beatrice, la principessa di Lampedusa, che qui ha la voce, il corpo, le movenze di Sonia Bergamasco. È lei l’anima della storia, è il suo instancabile monologo a tenere la scena, per tutta la durata della rappresentazione. Lei e le sue tante voci, ora riprodotte in falsetto, ora duplicate come riverberi indistinti, misteriosi. Voci attraverso le quali rivivono figlie e madri, ragazze del popolo, familiari e stranieri, nobili e persone comuni. Di questa terra e di un tempo “che fu”. E rivive anche lei, spettro che parla (“sono morta il diciassette ottobre millenovecentoquarantasei”) mentre si dondola su quell’altalena che è il centro del palcoscenico e il fulcro stesso della narrazione. Gira su di sé, volteggia, a piedi scalzi. Ascolta, dapprima, i grilli cantare sommessamente, in una sorta di placido requiem orchestrato in natura, e poi si stordisce col fragore delle bombe sopra Porta Felice, venute lì a scoperchiare le cupole delle chiese e i tetti dei palazzi. Rievoca, quasi sussurrando, canti popolari sulla prima intimità tra sposi (quannu la misi ‘ntra dd’amatu lettu, e ci scuprivi li minnuzzi d’oru …). Recita e mima un amplesso “spettacolare”, di fuoco e di fumi maestosi, tra i due colossi delle Due Sicilie: il Vesuvio (lui) e l’Etna (lei), unendo eros e mito in un nodo inestricabile di amore e morte.
Espressione di una sicilianità forte e fiera, che sopravvive a tutto, La principessa di Lampedusa rinasce per il suo pubblico, che inizialmente la vede di spalle, sulla scena semibuia. Per consegnarsi a lui, alla fine, in un applauso che è un abbraccio di luce.
data di pubblicazione:12/10/2025
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