Ambientato alla fine degli anni 80 lungo la costa italiana, Il Maestro racconta la storia di Felice, un giovane aspirante tennista di tredici anni e del suo allenatore Raul Gatti, ex promessa del tennis, ingaggiato dal padre di Felice, ingegnere severo, che ha grandi speranze per il figlio e vuole farlo passare dai tornei regionali ai campionati nazionali. Raul, però, più che una guida atletica è un personaggio ferito, in cerca di riscatto, “un omaggio ai mentori imperfetti”, per usare le parole dello stesso regista.
Dal primo servizio al match decisivo, Il Maestro ci trascina in un inaspettato road movie emotivo, tra campi di terra battuta, cieli aperti, notti al bar, conversazioni sospese e sguardi che cercano un senso. Di Stefano utilizza i grandi spazi come uno specchio, il vuoto intorno a Felice e Raul è lo stesso che li abita interiormente. Nella sequenza d’apertura – la macchina sparapalle che scarica palline una dietro l’altra in un loop inesorabile, stabilisce subito la tensione: disciplina contro impulso, allenamento meccanico contro libertà.
Favino interpreta Raul alla sua maniera impeccabile, non un eroe, non un maestro perfetto, ma un uomo che guarda costantemente in faccia la sconfitta e l’ombra. La sua presenza magnetica tiene insieme tutto il film. Al suo fianco il giovane Tiziano Menichelli non sfigura affatto, tra obbedienza, ribellione sommessa e fragilità ci regala un’ottima e credibile prova attoriale.
Il film ha il pregio di non puntare alla facile parabola del campione che vince, non è una celebrazione del trofeo, bensì una riflessione sulla libertà conquistata a fatica, sull’errore, la caduta, insomma più un racconto di formazione che un film sportivo canonico.
Dal punto di vista tecnico la regia è misurata, la fotografia e la colonna sonora, discreta, malinconica, lavorano in armonia col racconto. Le scene di partita, a differenza di Challengers, l’ultimo film italiano sul tennis, non sono enfatizzate con effetto spettacolare, i punti non si vedono, in favore della fatica, del silenzio, dell’attesa. Il risultato è un film che non consola, ma accompagna, che lascia un segno emotivo più che narrativo.
É un’opera che merita attenzione per l’interpretazione intensa di Favino, per il ritratto sensibile del rapporto tra maestro e allievo, per l’atmosfera dolce-amara che permea la storia. Non una rivoluzione del genere ma certamente un buon titolo italiano in questa annata che prova a dire qualcosa sulla fragilità, la libertà e l’imperfezione.
data di pubblicazione:12/11/2025
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Concordo pienamente. Il tennis è il sottofondo della sconfitta. Non basta l’impegno per diventare campioni. Si nasce campioni o si nasce perdenti. Qualche volta si invertono le posizioni. Importante è capire quali siano i limiti e accettarli in quanto tali. Ho apprezzato molto il finale. Una partita conclusiva vincente sarebbe stata banale. Invece tutto rimane lì sospeso come è giusto che sia. Ero andato prevenuto invece sono rimasto tutto sommato soddisfatto. Un film da vedere …