da Rossano Giuppa | Nov 28, 2024
con Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola
(Teatro Vascello – Roma, 19 novembre/1dicembre 2024)
Torna a Roma al Teatro Vascello dopo otto anni di successi sui palcoscenici di tutto il mondo La scortecata, la rilettura da parte di Emma Dante di una delle novella più celebri della raccolta de Lo cunto de li cunti, scritta nel Seicento da Giambattista Basile. La magia di Emma Dante risiede nella scelta di un napoletano popolato di espressioni gergali, proverbi e slang popolari, secondo una collaudata macchina teatrale fatta di movimento, voce e gestualità che ancora una volta sorprende e affascina.
È la storia di un re che si innamora della voce di un’anziana donna e ingannato dalla bellezza del suo dito mignolo mostratogli dal buco della serratura, invita l’anziana a trascorre una notte d’amore. La donna accetta ma cela il suo corpo deforme tra il buio della stanza e il bianco dell’enorme lenzuolo che copre, e insieme descrive, il rapporto consumato tra i due. Scoperto l’inganno però il re si infuria con la donna e la butta dal balcone. Da lì passa una fata che la trasforma in una bellissima ragazza di cui si invaghisce il re. L’incantesimo svanisce, il lieto fine non arriva e così la povera vecchia, chiede alla sorella di scorticarla per far uscire, dalla pelle vecchia la pelle nuova e ritornare ad essere, ancora, giovane e bella.
Quattro personaggi (il re, le due sorelle e la fata) per due straordinari interpreti, gli attori Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, in grado di rappresentare al meglio le movenze e le difficoltà fisiche due anziane, in uno spazio segnato da pochi arredi, con un castello in miniatura tra di loro.
Due sedioline di legno, una porta, un baule, oggetti di un quotidiano passato rendono viva e nostalgica la scena, così come la musica ancora una volta perfetta. È la forza del teatro di Emma Dante in grado di far sorridere con leggerezza per poi evolvere in un reale grottescamente bello.
Un forte epiteto sulla vanità, sul senso del ridicolo e sull’inganno dell’apparenza ma anche una riflessione più ampia sui meccanismi tribali della famiglia e sull’accettazione dei segni del tempo.
data di pubblicazione:28/11/2024
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Nov 27, 2024
Man, come piace farsi chiamare, vive con la madre invalida in un anonimo paesino del Salento dove lavora come netturbino. La sua vita monotona trova ostilità da parte di alcuni che lo ritengono responsabile della morte del padre, uomo violento che lo aveva reso infelice. Un giorno si scontra con la prepotenza del boss malavitoso locale a cui deve ripagare un debito a suo tempo contratto dal genitore…
Alfonso Bergamo è un giovane regista della provincia di Salerno che si è distinto al Noir in Festival dello scorso anno con The Garbage Man. Il film è girato essenzialmente di notte perché di notte si svolge la vita lavorativa del protagonista. Un uso accurato di piani sequenza, un contrasto tra luci e ombre, una ricerca studiata di rimandi scenici, tutto questo rende il film veramente convincente. Se la storia nel suo insieme può sembrare banale e con un finale decisamente scontato, non per questo il risultato ottenuto è da sottovalutare. Man (Paolo Briguglia) non ha veri amici in paese e non parla con nessuno ad eccezione del suo collega di lavoro americano (Randall Paul). A loro piace bere, scherzare e raccattare tra i rifiuti tutto quello che si può utilizzare ancora. In un tempo imprecisato il regista introduce la figura di Rosario (Tony Sperandeo) al quale viene affidata la figura del mafioso locale.
The Garbage Man è un film noir indipendente, che ci parla di violenza e in cui il debole risponde con altrettanta violenza per ottenere giustizia. Alla fine il paese verrà ripulito da ciò che tutti fingono di non vedere, ma che di fatto è a tutti palese. La storia è messa da parte, un pretesto per far emergere invece l’aspetto visivo e musicale. Spazzatura di ogni tipo che la società crea e nella quale siamo sempre più coinvolti. Nel racconto c’è anche l’amore che si fa strada nel cuore del protagonista e che però verrà sacrificato e annientato dagli eventi. Un epilogo sospeso come è giusto che sia per chiederci cosa potrà accadere al nostro antieroe. Un uomo timido e introverso trasformato in un “rambo” che sa il fatto suo e che alla fine cerca vendetta per tutti i torti subiti. Sicuramente un film di genere che usa immagini forti per impressionare lo spettatore e che utilizza un linguaggio cinematografico del tutto originale.
data di pubblicazione:27/11/2024
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da Antonio Jacolina | Nov 27, 2024
Alex Cross (Aldis Hodge) è un detective e psicopatologo della Omicidi di Washington. Affronta casi complicati lavorando sulla psicologia dei criminali. Cross è però anche un uomo tormentato, segnato dal dolore per la perdita della moglie, dalle angosce del suo passato e dalle difficoltà familiari…
Siamo in tempi in cui davanti alla gran quantità ed alla non pari qualità delle offerte in streaming domina ormai lo zapping. Se però si insiste si possono a volte scovare anche prodotti interessanti. Ecco allora che fra i polizieschi proposti, la serie Alex Cross esce dal classico stereotipo azione adrenalinica e poliziotto con problemi. Un prodotto di spessore che grazie ai tempi dilatati della serialità riesce a coniugare l’indagine investigativa con una buona introspezione psicologica dei protagonisti. In una parola, a saper fondere le vicende umane con il thriller poliziesco.
Dopo varie trasposizioni cinematografiche torna in una Serie di otto episodi il protagonista dei best seller di James Patterson: il detective Alex Cross. Le sue qualità distintive rispetto ai tanti poliziotti cinematografici e televisivi sono la perspicacia, la determinazione e la vulnerabilità con cui affronta le indagini. Un uomo ed un poliziotto normale che sa soprattutto usare la sua conoscenza della psiche dei criminali e lascia l’azione fisica a quando è necessario. Questa prima stagione (la seconda è già in lavorazione) è centrata, fra colpi di scena e battute d’arresto, sulla caccia ad un sadico assassino seriale. Una caccia in cui entrano in gioco la polizia, il criminale ed anche la potenziale vittima e che si intreccia tutta su due piani narrativi: quello investigativo e quello individuale.
L’avvio è però un po’ lento e la presentazione dei personaggi troppo lunga. Si percepisce che la Serie è stata dilatata in un paio di episodi di troppo. Ma, messe le carte in tavola, la vicenda decolla e cattura l’attenzione con ritmo e tensione narrativa in un susseguirsi di colpi di scena. Un discreto polar con personaggi complessi ma ben delineati ed una messa in scena interessante. Una storia un po’ cupa ma dinamica, ben congegnata ed appassionante. La recitazione è apprezzabilmente buona. Sia però ben chiaro Alex Cross è un visual concept televisivo e quindi resta ben lontano da un prodotto cinematografico. Ciò non di meno è un discreto poliziesco che all’azione unisce una buona analisi dei moventi psicologici ed un’acuta riflessione sulla Società attuale. Una Serie di certo interessante per gli amanti del Genere.
data di pubblicazione:27/11/2024
da Antonio Iraci | Nov 27, 2024
Operina Monodanza in un atto di notte di Sylvano Bussotti, 2024. Poema di Dacia Maraini, Voce recitante di Manuela Kustermann, Danzatore Carlo Massari, Ensemble Roma Sinfonietta, Direttore Marcello Panni, Coro Evo Ensemble
(Teatro Vascello – Roma, 25 novembre 2024)
Settimino, proprio perché nato così prematuro, sin dalla nascita ha delle aspirazioni che lo portano a desiderare di diventare un giorno un grande ballerino. Già dai primi anni, quando inizia a prendere consapevolezza di sé, non sa bene che posizione prendere in società. Sarà meglio identificarsi con il genere femminile o con quello maschile? In tutta la sua vita si porrà questo amletico dilemma, adattandosi come meglio può, ora di qua ora di là…
In occasione del Festival di Nuova Consonanza, il Teatro Vascello ripropone un’opera del compositore fiorentino Sylvano Bussotti. Per la verità trattasi di un’operina, così come la definisce l’autore, rappresentata solo una volta nel 1974 al Festival di Royan e poi archiviata definitivamente. Forse il tema trattato era considerato scabroso, quando parlare di sesso era sempre pericoloso, addirittura proibito quando si alludeva alle così dette devianze. Bussotti non ha bisogno di grandi presentazioni e tutti sanno che era un artista alquanto poliedrico a cui piaceva fare un po’ di tutto. Ogni cosa veniva fatta però in maniera innovativa e di rottura con gli schemi e gli stilemi tradizionali. Anche in questo spettacolo lui osa molto e pone il protagonista fuori dalla scena, anche se lo spettatore ne percepisce costantemente la presenza. Come cinquant’anni fa, anche oggi Dacia Maraini cura la parte narrativa e poetica in un testo ora riveduto e corretto. Se l’argomento era tabù, ora lo stesso viene sdoganato e riproposto senza tanto scalpore. Oggi parlare di fluidità di genere non crea più tanto imbarazzo, quanto piuttosto curiosità.
In Syro Sadun Settimino troviamo un po’ di tutto: Musica – Coro a Cappella – Danza – Poesia. La voce narrante questa volta è lasciata all’interpretazione della grande attrice Manuela Kustermann. Sulla scena, fa da sfondo, il filmato RARA realizzato alla fine degli anni sessanta con immagini statiche di giovani nudi e piangenti. Ognuno fa la sua parte in maniera eccellente in uno spettacolo che in 50 minuti esprime ciò che bisogna esprimere, senza raggiri e inutili tortuosità. Una serata dove ancora oggi si percepisce il valore di un’avanguardia che ha veramente fatto a pezzi il concetto di musica e teatro. Almeno così come lo si intendeva in alcuni contesti di artefatta tendenza.
data di pubblicazione:27/11/2024
Il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Nov 25, 2024
Napoli – New York è basato su una breve storia scritta da Fellini, quando era ancora il giovane Federico, con Tullio Pinelli. Sviluppata da Salvatores con i toni leggeri di una favola racconta in maniera semplice, ma mai superficiale, di immigrazione ai tempi in cui i migranti eravamo noi.
Napoli, 1949. La piccola Celestina perde la sua ultima parente nel crollo dell’edificio inagibile in cui vive. Sola e senza tetto, condividerà un giaciglio di fortuna con Carmine, uno scugnizzo di poco più grande di lei. Entrambi tentano di sbarcare il lunario vendendo sigarette di contrabbando, ma il destino li conduce in porto dove sta per salpare la nave Victory diretta a New York. Saliti da clandestini, Carmine e Celestina ben presto vengono scoperti dal capitano Domenico Garofalo, uomo burbero dal cuore tenero. Una volta giunti a destinazione, i due decidono di cercare Agnese, la sorella maggiore di Celestina, approdata a New York qualche tempo prima inseguendo l’amore. Ma sopravvivere da soli in quella città non è facile neanche per due scugnizzi come loro: ”io non sono straniera, sono povera. I ricchi non sono stranieri in nessun luogo”.
La sceneggiatura di Salvatores accarezza il prezioso soggetto felliniano. Brani musicali sapientemente scelti irrompono felicemente nelle scene. Le immagini degli alloggi di terza classe unitamente alla digitalizzazione della nave che solca l’oceano evocano il Titanic di Cameron. C’è anche un po’ dell’America di Leone nelle disavventure dei due scugnizzi nei sobborghi newyorkesi, e tanto amore per il cinema d’altri tempi nell’interpretazione di Favino: il suo Domenico sembra uscito dalla vecchia commedia all’italiana. Degno di nota il cameo di Antonio Catania e un plauso particolare va ai due giovanissimi interpreti Dea Lanzano e Antonio Guerra.
Napoli – New York è un felice ritorno al passato nella cinematografia di Salvatores perché ha in sé il tema del viaggio avventuroso che tanto piace al regista. La contemporaneità del tema immigrazione viene trattato senza rivendicazioni né inutili schieramenti, ma con magia, poesia e un briciolo di malinconia, lasciandoci appagati e divertiti.
data di pubblicazione:25/11/2024
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da Giovanni M. Ripoli | Nov 25, 2024
di e con Simone Colombari e Max Paiella
(Sala Umberto – Roma, 21 novembre/1 dicembre 2024)
Appassionata carrellata sull’arte e la variegata personalità di Enzo Jannacci, un artista a tutto tondo. Accompagnati da ottimi musicisti, Paiella e Colombari si fanno interpreti dei maggiori successi e qualche tonfo del dottor Jannacci, cantando ma anche raccontandone aspetti più umani e meno noti.
Forse non riconosciuta al tempo da tutti la grandezza di Enzo Jannacci, l’artista meneghino riceve da qualche anno continui e significativi riconoscimenti, seppur tardivi. Inevitabili quelli del figlio Paolo, anch’egli valente pianista e autore di una interessante biografia, ma anche di Elio, della Rai, dei comuni di Milano e di Foggia (la famiglia era di origini pugliesi) e di tanti artisti che hanno avuto modo di apprezzarne il genio e la grande umanità. In questi giorni presso la Sala Umberto, è in atto un ennesimo tributo a cura degli ottimi, Max Paiella (romano, crooner, imitatore, autore, funambolico collaboratore del Ruggito del Coniglio e altro ancora) e Simone Colombari (fiorentino, attore, fine dicitore, nonchè autore di testi per Greg&Lillo,e altro ancora). Entrambi bravi ed affiatati nel riproporre alcuni dei passaggi più significativi della carriera artistica di Jannacci. Non dimenticando che il nostro ha frequentato tutto il gotha della cd canzone d’autore italiana. Dal primo Celentano, ai cantautori genovesi (Bindi, Tenco, Lauzi, De Andrè) , all’amico sodale Gaber e con lui, il nobel Dario Fo, Cochi e Renato, ma anche Beppe Viola, Walter Chiari e da ultimo Paolo Conte, di lui artisticamente innamorato (vedi le formidabili interpretazioni di Bartali e Messico e Nuvole). Compito non facile quello di rendere “in Italiano” la “milanesità” di Enzo Jannacci, come pure la sua apparente leggerezza in contrasto con i temi sociali, sottesi nelle sue ballate (Vincenzina e la Fabbrica o anche, El Purtava e’ Scarpe e’ Tennis). In Jannacci e Dintorni Paiella e Colombari, veri funamboli del palcoscenico, riescono a rendere le atmosfere e raccontare in modo lieve ma mai banale l’iter musicale e qualcosa della vita stessa del grande Jannacci. Lo spettacolo che si avvale di clamorosi musicisti meritevoli di citazione: Attilio Di Giovanni, Gino Mariniello, Alberto Botta, Flavio Cangialosi, Mario Caporilli, Claudio Giusti, tutti, dotati di “di grande orecchio” per dirla con Enzo. Repliche fino al prossimo primo dicembre.
data di pubblicazione:25/11/2024
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Nov 24, 2024
(Teatro Basilica – Roma, 11 novembre 2024)
Il volto magro e scavato di Roberto Herlitzka appare in primissimo piano in uno dei tanti scatti di Tommaso Le Pera esposti al TeatroBasilica durante la serata che gli ha reso omaggio. Proprio in questa sala romana, spazio di libera creazione diretto da Daniela Giovanetti e Alessandro Di Murro insieme ai ragazzi del Gruppo della Creta, l’attore ha avuto la sua ultima casa. È qui che ha offerto la lettura della Divina Commedia e l’interpretazione del pirandelliano Enrico IV. Una delle foto lo ritrae con la corona del personaggio in testa. La regia era di Antonio Calenda che, insieme al regista Ruggero Cappuccio e al critico di Repubblica Rodolfo Di Giammarco, è intervenuto per ricordare l’attore scomparso lo scorso 31 luglio a ottantasei anni. A loro si è aggiunta, con un contributo video, la testimonianza di un altro caro amico, il regista Marco Bellocchio. Lavorarono la prima volta insieme nel film Il sogno della farfalla del 1994. Nelle sue parole il ricordo di un grande artista, con il quale bastavano pochi cenni per comprendersi, che sapeva restituire la profondità di un’emozione con un semplice accenno del viso. L’interpretazione di Aldo Moro in Buongiorno, notte del 2003, di cui si è proiettata una scena, lo rese celebre.
L’incontro con Ruggero Cappuccio avvenne grazie a Calenda, che nel 1997 propose all’autore e regista napoletano di scrivere un Edipo a Colono per lui e Piera Degli Esposti. Ma è con ExAmleto che il sodalizio tra i due si intensificò maggiormente. Lo spettacolo, l’unico di cui Herlitzka abbia firmato la regia, è andato in scena per ben diciassette anni e nel 2015 se ne registrò una versione cinematografica. Herlitzka era capace di applicare quella che Cappuccio chiama una psicanalisi al contrario propria del teatro, ossia la capacità di trasmettere allo spettatore quel sogno immaginato dall’autore, che diventa poi il sogno del pubblico stesso. Non si poteva abbandonare il teatro senza che qualcosa non fosse cambiato nell’animo dello spettatore, tanto era incisiva l’impalcatura sentimentale – Cappuccio parla di una cattedrale di sentimenti – che l’attore era capace di realizzare. Merito del tanto tempo dedicato allo studio della parte e alla fiducia data a quei testi sia classici che contemporanei con una riguardevole valenza letteraria. Herlitzka era anche un grande letterato e di certo non era mondano, caratteristica che gli ha conferito una qualche “selvatichezza” grazie alla quale poteva interpretare qualsiasi personaggio.
Antonio Calenda è stato invece il regista con cui ha collaborato per più tempo, complice un’intesa e una visione comune delle cose. Con Calenda è stato protagonista a Siracusa nel Prometeo Incatenato per la contestata traduzione di Benedetto Marzullo ed è per lui che raggiunse la notorietà quando nel 1970 andò in onda la regia televisiva del Coriolano di Shakespeare.
Ironicamente i rapporti con la critica erano ottimi poiché inesistenti, ma con Rodolfo Di Giammarco c’è stata una stima reciproca. Il critico non ha smesso mai di seguirlo fin da quando ha iniziato a firmare articoli per La Repubblica dal 1979. Herlitzka invece lo aveva omaggiato nel piccolo volume/intervista di Emanuele Tirelli (Caracò, 2018): «Ho sempre avuto stima di lui, sia per il suo stile che per l’amore per il teatro, e negli anni ci siamo concessi cordiali conversazioni».
Per Rodolfo Di Giammarco la serata non è stata solo un ricordo per Roberto Herlitzka, ma soprattutto una festa teatrale in cui si è celebrato uno dei più grandi artisti della nostra scena, il cui entusiasmo e la serietà nell’intraprendere il mestiere di attore rimarrà da esempio per molti che vorranno percorrere questa strada. Come ha giustamente detto Antonio Calenda, il gruppo di artisti del TeatroBasilica non può che eleggere Roberto Herlitzka a lume tutelare del loro straordinario teatro.
data di pubblicazione:24/11/2024
da Antonio Iraci | Nov 22, 2024
adattamento di Matilde D’Accardi, regia di Tommaso Capodanno con Francesca Astrei, Maria Chiara Bisceglia, Evelina Rosselli e Giulia Sucapane
(Teatro India – Roma, 22/30 Novembre 2024)
Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’esercito di Francia. Carlo Magno doveva passare in rivista i paladini. Ecco apparire al cospetto dell’imperatore un nobile cavaliere con la sua candida armatura. Si tratta di Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni, devoto servitore pronto a combattere per la causa del sovrano. Più volte sollecitato a mostrare il suo volto, il misterioso condottiero confesserà di non averne uno. Lui è proprio un cavaliere inesistente…
Italo Calvino, di cui si è celebrato il centenario della nascita in maniera alquanto silenziosa, è stato sicuramente uno dei narratori più importanti del Novecento. Il suo genere letterario è variegato e si è sempre rivolto al percorso interiore che l’uomo, per sua natura, dovrebbe perseguire con onestà e fede. Il cavaliere inesistente è un romanzo quasi fantastico che si ispira liberamente alle gesta dei mitici paladini di Francia al servizio di Carlo Magno. La storia, densa di avvenimenti cavallereschi e di intrighi amorosi, è raccontata, in un manoscritto, da una certa Suor Teodora. Trattasi di una religiosa molto colta che aveva ricevuto questo singolare incarico dalla madre superiora del convento. I personaggi si muovono tra campi di grano oramai maturo, ma una fitta nebbia sembra rende tutti i contorni sbiaditi, quasi evanescenti.
Sulla scena prevale l’armatura di Agilulfo, coinvolto in mille imprese. Ma la sua natura in fondo che cos’è? Come può esistere un’esistenza in un cavaliere inesistente? In un mondo in cui l’apparenza è ciò che conta, Calvino si sofferma sull’essenza. Un valore che conta di più in ogni singola scelta. Il ritratto quindi dell’uomo di oggi che tra mille ostacoli deve in qualche modo inventarsi un futuro, credibile essenzialmente a sé. Due ore di spettacolo con attrici che si inseguono in dialoghi picareschi per narrare le gesta di un eroe destinato a dissolversi nel vuoto esistenziale. Una recitazione perfetta come perfetta è tutta la gestualità che accompagna l’intera azione. Un omaggio dovuto a un grande scrittore che con il suo impegno morale ha posto l’uomo al centro della storia e della società di oggi.
data di pubblicazione:22/11/2024
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Nov 22, 2024
con Vittoria Belvedere, Benedicta Boccoli, Debora Caprioglio, Ermegildo Marciante, Beatrice Coppolino e Claudio Cammisa. Regia di Enrico Maria Lamanna, traduzione e adattamento di Marioletta Bideri e Enrico Maria Lamanna
(Teatro Manzoni, Roma, 7/24 novembre 2024)
Giallo vaudeville dai dialoghi scoppiettanti. Non fa in tempo ad arrivarti una battuta che è già in cantiere la successiva. Allo scarso interesse per l’identità dell’assassino corrisponde la vivacità dei personaggi in una versione completamente al femminile. Si intuisce un ritmo americano, di altro continente. E le caratterizzazioni sono riuscite. Ampia tenitura (18 giorni) e successo corrispondente.
Non sono solo starlette televisive o cinematografiche le tre attrici che intessono la fitta di due tempi che sono evidentemente più comici che drammatici. E mostrano una perfetta empatia tra di loro, senza strapparsi le battute contando sul supporto di bravi caratteristi. Dunque il percorso è più importante dell’approdo finale (la rivelazione dell’assassino). Che non riveleremo. Ma ovviamente la sorpresa è in serbo con un teatro leggero ma intelligente. Provocazioni sul politicamente corretto. Non a caso la citazione più gettonata è quella delle tette. Le attrici fanno in gara a sottolineare una sorta di competizione tra le proprie misure con un vivo senso dell’ironia, ovviamente concessa a soggetti femminili. Storia di amicizia, di rivalità dissimulate, di intrighi, di amori, di dissidi familiari e di sesso opacizzato e virtuale. Il Manzoni mostra segni di grande rinnovamento di repertorio mentre le attrici scherzano con disinvoltura sulla propria età. Ma questa è la classica evoluzione sui palcoscenici teatrali. Teatro leggero per tutto loro nella maturità di carriera, magari sulla scia quarantennale di una Paolo Quattrini. C’è chi copre più ruoli con abilità anche se non ha il dono dell’ubiquità. Il serial killer è troppo spassoso per essere vero. E sarà poi un uomo o una donna?
data di pubblicazione:22/11/2024
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Nov 21, 2024
aiuto regia Simona Ferruggia, con Giuseppe Sangiorgi, Beatrice Piscopo, Rosanna Vassallo, Lavinia Coniglio, Roberto Vetrano, Tommaso Gioietta, Giorgio Lopes, Anna Maria Ferruggia e la straordinaria partecipazione dell’attrice inglese Sarah Finch
(Teatro Don Bosco Ranchibile – Palermo, 19/21 novembre 2024)
Nel mezzo della platea, immersa nella penombra, si muove verso il palco una creatura senza età, dall’accento straniero. È lei, Titania, regina delle fate, interpretata da una altrettanto magica Sarah Finch, attrice della Royal Shakespeare Company. Che luogo è questo? dove sono? – si chiede lei, parafrasando, e anticipando, il quesito esistenziale per eccellenza. Non sono i boschi di quella “notte di mezza estate” e soprattutto, non è Stratford-upon-Avon.
In questa sera ancora tiepida d’autunno, nel cuore di Palermo, approda e rivive un corteo di spiriti mai sopiti. Dodici monologhi per far risorgere gli eterni “eroi” delle tragedie shakespeariane.
Da Iago a Shylock, da Giulietta a Desdemona e a Cleopatra. Passando attraverso Amleto e il suo inconfondibile dubbio sull’essere, partecipato e condiviso col pubblico presente. Guardando negli occhi – da vicino – ora l’uno ora l’altro uditore in sala.
Odio e vendetta, amore e paura sembrano snodarsi senza soluzione di continuità, mediante un filo ininterrotto di versi e di movenze, gesti e parole senza tempo. È un gioco di luci e ombre – metaforiche e reali – scomposte e ricomposte con maestria per mano del regista Ugo Bentivegna.
La materia comune – l’umanità nella sua essenza profonda e in ogni sua sfumatura – è rappresentata simbolicamente da un telo di stoffa di colore chiaro, quasi lucente. Che, non a caso, dall’inizio alla fine della mise en scène, è maneggiato, sostenuto, trasformato e ripreso da ciascuno degli attori. Un tessuto tangibile per una trama invisibile quale è quella dei sentimenti e della stessa natura umana. Fatta com’è – e come ci viene ricordato, alla fine – “della stessa sostanza dei sogni”.
data di pubblicazione:21/11/2024
Il nostro voto: 
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