da Daniele Poto | Dic 15, 2024
(Teatro di Villa Lazzaroni – serata speciale -Roma, 13 dicembre 2024)
One man show vintage con la collaborazione di due musicisti e di due aspiranti attori. Le storie di una vita. Pregnanti e significative in veste di aneddoti, meno incisive quando si parla dei ricordi di scuola. Eguali a tanti altri. La stima per il personaggio riunisce un bel pubblico nonostante la pioggia battente (anche dentro il teatro, goccia a goccia).
Autore, programmista, attore (con Troisi nientemeno), conduttore, regista, fine dicitore. Sono tante le anime messe in gioco in tanti anni di carriera da Michele Mirabella. Strada ne ha fatto da quel giorno nella piccola Bitonto sull’abbrivio di una precoce vocazione per il mondo dello spettacolo. L’auto-rievocazione omaggio è un sunto della carriera in un clima da gioviale chiacchierata con diverse interazioni con la platea ricca di personaggi a lui affezionati (ma non c’era il corregionale Renzo Arbore). Le citazioni fanno già da loro manna per l’ascoltatore. Come quella volta che Gassmann indica come principale ritrovato della professione d’attore la possibilità di cenare tutti insieme dopo la replica. E ficcanti sono gli incontri con Eduardo De Filippo al Teatro Piccinni di Bari, fratello minore del Petruzzelli. Un incontro fortuito e casuale che dette comunque la stura al primo piccolissimo ruolo per il nostro. Condensato in una sola battuta: “Evviva”. Una chitarra di stile spagnolo e adeguate percussioni rendono meno prevedibile l’andamento. Certo al protagonista non manca la misura giusta per un delicato intrattenimento. Il viaggio è avvincente tra alti e bassi. E non mancano le corrette letture espressive di alcuni passi celebri della poesia italiana. Ritratti nostalgici di un magistero che fu e che oggi nella secolarizzazione della cultura sembra dimenticato.
data di pubblicazione:15/12/2024
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da Antonio Iraci | Dic 14, 2024
Sergei e Dmitry sono figli di Nikolai Kravinoff, potente esponente della mafia russa. Durante una battuta di caccia in Africa, Sergei viene aggredito dal feroce leone Czar che lo lascia a terra gravemente ferito. Grazie all’intervento della giovane Calypso, che gli somministra una pozione magica ereditata dalla nonna, il giovane sopravviverà dotato di superpoteri. Da quel momento diventerà un vero e proprio cacciatore di criminali e cercherà in ogni modo di annientare l’operato scellerato del padre…
Il protagonista di questa fantastica avventura è Sergei Kravinoff, da tutti conosciuto come Kraven il cacciatore. Si tratta di uno dei più noti personaggi dei fumetti americani, pubblicato in esclusiva da Marvel Comics e creato negli anni Sessanta da Stephen Ditko. Lui è il famoso fumettista che aveva anche ideato il celebre Spider-Man. Un film quindi interamente dedicato agli amanti del genere cinematografico dei supereroi dove abbondano a profusione scene d’azione a sfondo fantastico, diretta trasposizione dai fumetti. Il protagonista (Aaron Taylor-Johnson) dotato di super poteri dovrà lottare contro super criminali, anche questi scelti tra quelli presenti nelle storie dedicate al personaggio. Chandor, regista e sceneggiatore statunitense, con l’aiuto degli effetti speciali curati da David Watkins e Michele Alessi, realizza un film che appassionerà un po’ tutti. In contrapposizione a Kraven e alla compagna d’avventure Calypso (Ariana DeBose) troviamo tutta una sfilza di villain, figure sinistre intrise di avidità e malvagità. Tra queste il padre Nikolai (Russell Crowe), boss mafioso senza scrupoli, che vorrebbe i figli simili a lui per ereditare un giorno il suo potere. Molte le scene sensazionali a cominciare da quelle iniziali girate nel carcere siberiano dal quale l’eroe fugge mettendo in mostra il suo fisico bestiale. Un Kraven naturalista che sa ben esternare all’occorrenza la sua natura selvaggia e aggressiva, ma che sa anche mostrasi protettivo verso il fratello. Chiaramente un film tutto sopra le righe in cui si dovrà tralasciare l’elemento recitativo per lasciarsi andare agli affetti speciali, unici elementi degni di nota. Personaggi poco credibili a cominciare da Calypso, che inspiegabilmente dovrà barcamenarsi tra un discutibile sciamanismo e la figura di un lanciato avvocato in carriera. Tutto va bene e sicuramente ci si lascia travolgere da questo ennesimo cinecomic prodotto da Sony Pictures. Un supereroe o un antieroe? Questo ancora da capire…
data di pubblicazione:14/12/2024
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da Paolo Talone | Dic 14, 2024
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, TPE Teatro Piemonte Europa e LAC Lugano Arte e Cultura, in collaborazione con Teatro della Toscana – Teatro Nazionale
(Teatro Vascello – Roma, 10/22 dicembre 2024)
A distanza di sei anni da Cirano deve morire – coraggioso e premiato confronto con Rostand – il regista e autore Leonardo Manzan, complice Rocco Placidi, si confronta con il classico tedesco per eccellenza. Debutta in prima nazionale al Vascello di Roma una riscrittura moderna, scaltra e irriverente del Faust di Goethe.
Capolavoro incommensurabile e stratigrafico il Faust di Goethe, tanto che la sua complessità e la sua estensione ne rendono quasi impossibile la rappresentazione. Si blocca nella contemplazione di questa grandezza l’azione teatrale immaginata da Leonardo Manzan nel suo ultimo lavoro in scena al Vascello. Dell’opera sopravvive solamente il primo dei due prologhi, quello in teatro, dove un impresario, un attore e un autore discutono su quali caratteristiche debba avere uno spettacolo di successo. Come in una interminabile conferenza, gli attori intervengono al microfono da sedicenti studiosi finti esperti della materia, parlando da un lungo tavolo che attraversa per intero il palco perforando le quinte. Compiacere il pubblico assecondandone i gusti o dare libera espressione all’arte e al potere della creazione? Quesito valido nella Germania inizio Ottocento, ma ancora oggi più urgente che mai. Ed è contro un modo di fare teatro compiacente che se la prende Manzan, rivolto a un pubblico – sempre protagonista nei suoi spettacoli – capace di gradire solo rutti, turpiloquio a sfondo sessuale, versi di animali e canzonette.
Il problema, sembra protestare l’autore romano, è che non crediamo più al teatro. Non siamo più in grado di comprendere il valore poetico della parola. Viviamo quello che Max Weber chiamava il “disincantamento del mondo” ossia l’incapacità di credere alla magia, alla meraviglia. E non perché, per un’opposizione quasi scontata, abbiamo favorito la razionalità e il pensiero scientifico, ma perché pecchiamo di semplificazione. La conoscenza ci viene servita già pronta, sintetizzata da qualcun altro in una forma priva di contenuto. Non si dedica più sforzo alla ricerca, né tantomeno si alimenta il desiderio. Siamo tutti culturalmente idioti.
Il rosso sipario resta allora chiuso. Mefistofele è ridotto a un povero diavolo in cerca di autore e di un palco dove stupire con i suoi numeri da avanspettacolo. E Faust, un po’ Goethe e un po’ Manzan, è un autore tormentato in cerca di idee. Chissà che non arrivino una volta ammansite la provocazione e la contestazione.
Manzan dirige sul palco un folto numero di attori tra vecchie e nuove collaborazioni, la cui cifra stilistica è senza dubbio la duttilità e il divertimento nel mettersi in gioco con un testo insolito e destabilizzante. Sono Alessandro Bandini, Alessandro Bay Rossi, Chiara Ferrara, Paola Giannini, Josef Gjura e Beatrice Verzotti.
data di pubblicazione:14/12/2024
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da Antonio Jacolina | Dic 14, 2024
Situato nel cuore di Parigi, nello storico quartiere del Marais, il Museo Picasso è un luogo da visitare. A maggior ragione quando oltre alla ricca collezione dell’artista catalano ospita anche una mostra particolare: Jackson Pollock, i primi anni (1934-1947). L’esposizione offre infatti l’opportunità di osservare il lungo processo formativo e creativo dell’artista americano. In particolare il passaggio dal figurativo all’astratto sotto l’influsso della psicanalisi di Jung. Le opere esposte testimoniano anche le influenze sia dei nativi americani sia delle Avanguardie e dei Surrealisti europei. Un lungo periodo di acquisizione, sperimentazione e rielaborazione delle impressioni e degli stili acquisiti in un progressivo e personale carattere distintivo. Opere intense, singolari, diverse, spesso in apparente contraddizione, ma tutte segnate dalla crescente personalità artistica ed intellettuale di Pollock. Una mostra non certo facile né accattivante ma imprescindibile per capire il futuro grande Pollock del pouring e del dripping. (Museo Picasso, fino al 19/1/2025)
data di pubblicazione:14/12/2024
da Antonio Iraci | Dic 13, 2024
Giovanna dirige un’importante azienda per la lavorazione del marmo. É una persona indipendente che da sola riesce a tenere a bada, oltre agli affari di famiglia, le ambizioni di una figlia adolescente. La vita di Giovanna verrà messa improvvisamente in seria discussione quando le viene diagnosticato un tumore al fegato. Unica possibilità di salvezza sarà effettuare un trapianto da un donatore adulto, all’interno del nucleo familiare. Rivolgendosi a sua madre otterrà un rifiuto, più che giustificato, che destabilizzerà la sua intera esistenza…
Dopo una serie di documentari di successo, Mimmo Verdesca dirige un film pensato, voluto e costruito all’interno di un universo tutto al femminile. La storia si concentra sulla vita di quattro donne, diverse per età, che per varie circostanze accidentali si trovano a fronteggiarsi su vari livelli. L’essenza che il regista ha voluto centrare è quella relativa alla figura materna e di come la stessa possa manifestarsi in varie sfumature. Giovanna (Barbora Bolulova), imprenditrice di successo, è una madre single con la responsabilità di crescere la figlia Alida (Sara Ciocca) che già impone la propria personalità. Poi abbiamo Lilia (Stefania Sandrelli) madre adottiva che, di fronte alla disperata richiesta di aiuto per un trapianto epatico, dovrà rivelare a Giovanna la verità. Infine abbiamo la madre biologica Anna (Marie-Christine Barrault) donna quanto mai tormentata che rifiuta di riconoscere la figlia. In Per il mio bene il regista fa di ogni personaggio uno studio introspettivo. Ognuna è impegnata di fatto a riscoprire una propria identità, nello specifico cancellarne una per ritrovarne un’altra. In questa spasmodica ricerca ci saranno inevitabili scontri basati sul rigetto e sul disperato bisogno di riconoscimento, anche se tardivo. Una sceneggiatura tutto sommato credibile, piena di sorprese, e supportata da un cast di prim’ordine. Unico ruolo maschile viene affidato a un bravissimo Leo Gullotta che interpreta un essere meschino, il cui interesse si estrinseca solo verso il denaro. Dopo una prima parte piuttosto lenta, il film va poi avanti seguendo un ritmo più sostenuto e coinvolgente. Una storia certo drammatica con un finale che lascia molto riflettere sul valore della vita e degli affetti, perduti, ritrovati e talvolta difficili da accettare. Il dramma di una donna che improvvisamente scopre di essere stata adottata e che farà di tutto per scoprire le sue vere origini.
data di pubblicazione:13/12/2024
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da Daniela Palumbo | Dic 12, 2024
La famiglia Pierce ogni anno celebra il Natale con addobbi festosi e filmati ricordo, perché nulla vada perduto. La perdita improvvisa del padre tanto amato, però, porterà apatia e malumore, e una triste rassegnazione. Mamma lavora in ospedale con turni impietosi, il figlio maggiore frequenta cattive compagnie e non crede più nel Natale. Ma la piccola Kate, proprio la sera della vigilia…
Potrebbe essere un film di Natale come tanti, da guardare una sera in famiglia. Protagonista è Santa Claus con la sua slitta trainata da renne volanti e il suo inconfondibile costume rosso fuoco. Prima della sua apparizione, quasi ad annunciare il suo arrivo, una bambina davanti a una videocamera accesa riprende se stessa mentre affida a lui speranze e desideri.
È la storia nella storia, o meglio il sogno nel sogno. Ed ha inizio tra le pareti di quella casa che la morte prematura del papà ha reso desolata e spoglia. Pareti troppo anguste per i due giovani “eroi”, il fratello maggiore “Teddy bear” e la sorellina Kate (Judah Lewis e Darby Camp). Insufficienti a contenere tanto la voglia di evasione dell’uno quanto le fantasticherie dell’altra.
Babbo Natale è la via di fuga che si materializza all’improvviso, come un’uscita d’emergenza indicata da scie luminose. È la magia “in carne ed ossa” – con meno carne di quanto ci si aspetti, in realtà ( “I cartelloni pubblicitari mi ingrassano di quaranta chili almeno!”).
Uno strepitoso Kurt Russel dà vita ad un personaggio scanzonato, ironico e a tratti irresistibilmente vanesio. L’interpretazione del suo “Santa”, determinato a riparare la propria slitta per consegnare in tempo tutti i doni, attinge al repertorio dei ruoli più cari al cinema americano. Driver spericolato sulle strade di Chicago, stuntman sui tetti delle case, gangster per una notte e rockstar d’eccezione dietro le sbarre. Sempre e comunque ostinato nel voler difendere lo “spirito del Natale”, a tutti i costi. Diverte e commuove, questo “San Nick” che chiama per nome chiunque incontri, nel corso di questa sua breve avventura. Buoni o cattivi – che importa – ciascuno ha un nome, un’infanzia, un giocattolo preferito da ricordare, un sogno, realizzato o infranto. E lui li ricorda tutti.
E cosa c’è di più magico di questo? Qualcuno che ti conosca veramente. E che si ricordi di te, di com’eri… Un vero “miracolo” che in fondo ogni essere umano desidera, a tutte le latitudini e su tutte le strade del mondo. Non solo nella trentaquattresima.
data di pubblicazione:12/12/2024
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da Daniele Poto | Dic 12, 2024
traduzione, regia e interpretazione di Daniele Pecci
(Teatro Il Parioli – Roma, 11 dicembre/22 dicembre 2024)
Un congruo e sapido antipasto natalizio attingendo all’humor, nel finale funerario, di Oscar Wilde, la cui brillantezza e ispirazione si spegne nel carcere di Reading, impossibilitato a tornare alla scrittura nell’esilio francese. Aforismi sulfurei e elegante rarefazione estetica in uno spettacolo di charme per palati finissimi.
I limiti spettacolari del reading vengono travalicati ed elisi se c’è in scena un interprete capace di tenere sulla corda il pubblico con una recitazione avvincente e con la forte stampella di testi all’altezza. Pecci si giova anche di un’interlocuzione non sempre retorica con il pubblico. Con cui dialoga e di cui si prende gioco. Affascinante gioco di seduzione teatrale per una prima ricca di colleghi che alla fine si liberano in un applauso sincero e persino condito da qualche gridolino. La scena è nuda. C’è un vecchio grammofono in azione, un fedele servitore (Alfonso) a disposizione per servirlo nella rituale e esagerata richiesta di inebriante arsenico. Il finale è tristanzuolo e senza colpi di scena. Si rinuncia alla frase ad effetto per uscire dalla storia ma non dal mito. Il teatro italiano oggi, anche per ovvi motivi di risparmio, è pieno di attori solisti. Alcuni falliscono, di fronte a un compito superiore alle proprie capacità, altri riescono. E Pecci tra questi per una evidente adesione allo spirito del personaggio. L’amore omosessuale è sdoganato con levità e naturalezza anche se allora destava scandalo in un processo boomerang visto che era stato attivato per primo da Wilde, ritenutosi diffamato. Wilde finisce in bancarotta e il suo sarcasmo alla fine attinge a note malinconiche. La fotografia sull’ultimo anno della sua vita (1899) è stringente e calamitosa, ricca di suggestioni.
data di pubblicazione:12/12/2024
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da Antonio Jacolina | Dic 12, 2024
Parigi è sicuramente la città ideale per gli appassionati di Cinema di ogni genere e generazione. In città sono attive più di 400 sale. Un terzo sono cinema indipendenti con programmazione di qualità e sostegno statale. Il resto fa parte delle catene delle grandi produzioni e distribuzioni: Gaumont, UGC, Pathé, MK2… In quale altro posto si può quindi concludere questa breve escursione cinematografica parigina se non nella Cinémathèque Française? Un tempio del Cinema ed una meraviglia architettonica del geniale Frank Gehry. Il luogo ideale per godersi un film, una retrospettiva, per imparare qualcosa di più sulla storia del Cinema o semplicemente per ammirare l’architettura ultramoderna. Situata nel Parco di Bercy accoglie nel suo complesso diverse sale per le variegate proiezioni, un museo, esposizioni temporanee, una biblioteca ed una libreria, il tutto dedicato al Cinema. Un luogo di assoluta singolarità. Nel museo sono esposti i primi strumenti ottici dei Fratelli Lumière, i primi modelli di cineprese, costumi ed attrezzature che ne fanno un unicum del patrimonio cinematografico mondiale. Per gli amanti e i curiosi del Cinema d’epoca è anche possibile, su domanda, visionare film dei grandi Maestri del passato. Un’esperienza da non perdere!
data di pubblicazione:12/12/2024
da Antonio Jacolina | Dic 10, 2024
Parigi rigurgita letteralmente di sale cinematografiche di tutti i tipi, di tutte le dimensioni e per tutti i gusti. Tra i più autentici e vecchi c’è Le Cinéma du Pantheon. Un luogo destinato agli appassionati ed innamorati del Cinema, che è sempre rimasto aperto al pubblico in tutte le circostanze storiche di Parigi. Inaugurato nel 1907, a pochi passi dal Pantheon, è stato tra i primi ad essere dedicato fin dagli Anni Trenta alle proiezioni di film in lingua originale. Rinnovato una prima volta all’inizio degli Anni ’70, nel 2000 ha installato i supporti tecnologici audiovisivi più moderni. Caratterizza questa “antica/moderna” sala la trasformazione della terza galleria in uno spazio aperto giorno e notte, destinato a bar, ristorante e terrazza riscaldata, fruibile anche d’inverno. La sala è stata tutta accuratamente restaurata da Catherine Deneuve, riproponendo gli ambienti originali di inizio 1900. Fa parte del cinema anche un ampio locale destinato a libreria, destinato esclusivamente al mondo del Cinema. Qui si possono trovare libri, riviste, biografie, poster e manifesti dipinti a mano dei mitici anni ’40 e ’50. Tutta la storia del Cinema in uno spazio assolutamente d’eccezione.
data di pubblicazione:10/12/2024
da Paolo Talone | Dic 10, 2024
visual Andrea Romoli, artwork Aleksandar Stamenov, sound design Gabriele Silvestri
(Teatro Biblioteca Quarticciolo – Roma, 5 dicembre 2024)
Inserito nella kermesse finale dei Premi Tuttoteatro.com, anche produzione insieme alla Regione Lazio – Spettacolo dal vivo e Armunia, è andato in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo l’ultimo lavoro di Enoch Marrella. Amore cointestato, che recita nel sottotitolo La corazza emotiva – primo movimento, è la storia di una coppia di opposta estrazione sociale, collocata in un futuro prossimo svuotato di emozioni e governato dalla tecnologia. (foto di Valerio De Rose)
Nella metropoli futuristica e digitale immaginata da Enoch Marrella governa una netta divisione sociale. Chi vive in estrema periferia è meno agiato rispetto a chi in prima periferia. Su questo contrasto prende forma la macchina drammaturgica. Un uomo abborda per strada una donna che vive nella parte più povera della città. La ragazza si chiama Ariadna ed è, per fragilità e innocente purezza con cui lo affronta Giulia Salvarani, un personaggio quasi pasoliniano. L’unico a possedere un nome proprio e quindi un brandello di umana identità.
La realtà virtuale ha colonizzato anche le relazioni tra gli uomini e i loro pensieri. Serve addirittura il caffè e disturba, con suoni elettronici sintetizzati dal dj Gabriele Silvestri, con le languide note di un violino o di un pianoforte. Il personaggio maschile del racconto interagisce con un maestro virtuale, il puppet creato da Andrea Romoli con l’intelligenza artificiale, a cui chiede consiglio. L’abitudine al mezzo lo ha reso un uomo distaccato e lontano da quello che gli accade intorno. Per il suo personaggio Enoch Marrella sceglie una recitazione meccanica, priva di emozione, che imita il sentimento invece di provarlo. Osserva la vita dal terrazzo di casa, dove tuttavia svetta, retaggio di un passato in analogico, una grande antenna televisiva, istallazione dell’artista bulgaro Aleksandar Stamenov. L’opera è un complicato intreccio metallico di fessure e lesioni che sta a simboleggiare quanto intricate ma profondamente umane fossero una volta le relazioni tra le persone. La mancanza di trasporto si verificherà anche quando sposerà Ariadna. Il matrimonio è un freddo contratto stipulato davanti allo sportello della posta, dove si cointestano le utenze e la cui durata è garantita da un patto stabilito in precedenza.
Enoch Marrella sa usare bene i vari linguaggi della scena, dalle proiezioni alla musica, dall’arte plastica fino all’intelligenza artificiale. Immagini proiettate e suoni seguono la narrazione dando forma all’ambiente, per uno spettacolo che, con sconcerto, ci si accorge essere molto più attuale della distopia di cui racconta.
data di pubblicazione:10/12/2024
Il nostro voto: 
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