M – Il FIGLIO DEL SECOLO di Joe Wright – mini serie Sky Atlantic

M – Il FIGLIO DEL SECOLO di Joe Wright – mini serie Sky Atlantic

In otto puntate la trasposizione televisiva tratta dal romanzo omonimo di Antonio Scurati. Un’occasione per rileggere, sia pure in versione romanzata, un pezzo della tragica vicenda della nascita del fascismo. Il protagonista è un Benito Mussolini magistralmente interpretato da Luca Marinelli.

A metà del guado, dopo quattro delle otto puntate previste, non è facile formulare un giudizio definitivo sulla serie. Naturalmente, per chi ha conoscenze storiche approfondite l’argomento non dovrebbe risultare divisivo, ma con l’aria che tira, ogni revisionismo come ogni interpretazione è possibile. Attenendoci alla sola disamina dell’impegnativa produzione Sky, scevra quindi da considerazioni ideologiche di sorta, non si possono che   apprezzare nella serie alcune peculiarità. In primis, uno stile visivamente spettacolare che bene si sposa con la tragicità e il grottesco dei personaggi, sui quali spicca ovviamente un Mussolini, tronfio, cialtrone, opportunista, di cui il bravo Marinelli ne incarna la duplice natura, seduttiva e manipolatoria. La scelta del regista britannico Joe Wright (passato attraverso la fantascienza, l’horror, l’avventura, ma anche capolavori come L’Ora più buia o Cyrano) è coraggiosa e audace ma efficace, come quando, ad esempio, mostra il futuro duce che si rivolge direttamente alla camera. Qualcuno ha criticato la serie giudicandola una semplificazione del fascismo italiano e il Mussolini di Marinelli un po’ troppo “macchietta”. Ma proprio nella doppiezza del personaggio, nel metterne in mostra le contraddizioni da piccolo borghese, nella farsa che diventa tragedia, nelle oscenità e nella violenza ora privata, ora collettiva, si ritrovano alcuni dei tratti salienti dell’uomo di Predappio che il regista ha inteso evidenziare, senza fraintendimenti. La storia segue allora il filo dei tentennamenti, delle giravolte, delle continue contraddizioni, delle astuzie del piccolo giornalista che passa con disinvoltura dal socialismo alla reazione in pochi attimi. La scena ce lo mostra sulle prime ignorante ma ambizioso nelle braccia della sua amante storica Margherita Sarfatti  (un ‘intensa Barbara Chichiarelli), autentica musa e ispiratrice del suo indottrinamento e della sua ascesa sociale Tra i meriti non trascurabili della serie vanno annoverate alcune straordinarie riprese, in stile quasi espressionista, come la rappresentazione delle imprese dannunziane, l’escalation della violenza fascista contro le case del popolo o gli inermi contadini, il tutto condito da una sontuosa colonna sonora che combina musica autoriale e pop. Così da offrirci una rappresentazione non rigorosa, forse, dal punto di vista storico, ma in grado di generare un intreccio accattivante e spettacolare agli occhi degli spettatori.

data di pubblicazione:28/01/2025

LA CERIMONIA DEL MASSAGGIO di Alan Bennett

LA CERIMONIA DEL MASSAGGIO di Alan Bennett

con Gianluca Ferrato, traduzione di Anna Marchesini e drammaturgia di Tobia Rossi, regia di Roberto Piana e Angelo Curci

(OFF/OFF theatre – Roma, 21/26 gennaio 2025)

È in scena all’OFF/OFF di via Giulia l’esilarante performance di Gianluca Ferrato nei panni di padre Geoffrey, protagonista de La cerimonia del massaggio. Sulla traduzione dell’indimenticabile Anna Marchesini – che portò in scena in più occasioni brani di Alan Bennett, compreso questo titolo – Tobia Rossi firma la trasposizione per la scena del romanzo breve di uno tra gli autori inglesi contemporanei più amati e ironicamente dissacranti. (ph. Neri Oddo)

Vivere la vita senza vergogna e senza paura. Non è un reato essere gay, neanche per un prete anglo-cattolico come padre Geoffrey. Perché si può esercitare il sacerdozio pur essendo omosessuali. L’importante è non darlo a vedere. Ma quando si tratta di celebrare la memoria del defunto Clive, un giovane e avvenente massaggiatore con la fama di essere un dio del sesso, non è facile trattenere l’emozione.

Alla cerimonia convengono tutti gli ammiratori e i clienti di Clive. Gente famosa e bizzarra, poco avvezza ai rituali religiosi. Scambiano l’acquasantiera per un posacenere e il programma della funzione per un dépliant pubblicitario. Padre Geoffrey osserva dall’altare questo pubblico di celebrità, più simile a una platea teatrale che a un’assemblea liturgica (dopotutto una funzione è come una recita). Un’umanità in fondo ordinaria nella sua stravaganza, nel perfetto stile di Bennett.

Gianluca Ferrato trascina lo spettatore nella mente di padre Geoffrey, dove può condividere pensieri e pettegolezzi del prete. Se all’esterno appare sobrio e morigerato, nel monologo tra sé e sé è ironico e dissacrante. Si affollano memorie e personaggi, commenti scanzonati e irriverenti di chi conosce alla perfezione la materia umana. E il riso sboccia nel contrasto tra il pudore comandato da un servizio e il ricordo delle prestazioni di un seducente massaggiatore.

Ingegnosa la scenografia. L’idea di posizionare al centro del palcoscenico un cilindro girevole – con funzione di pulpito, confessionale o sacrestia – dà movimento a una scena che si arricchisce nella regia di Piana e Curci anche di un ricco tappeto musicale. La voce di Freddy Mercury nei successi dei Queen evoca la scena gay anglosassone. Non mancano canti legati alla tradizione liturgica cattolica, dei quali si riscrivono spassosamente le strofe, adattandole alla narrazione. E un omaggio al teatro musicale di A. L. Webber – qui ricordato con un brano preso dal suo Requiem – autore di famosi musical, genere frequentato sulla scena da Ferrato.

Gli ingredienti ci sono tutti per uno spettacolo divertente e di qualità.

data do pubblicazione:25/01/2025


Il nostro voto:

10 GIORNI CON I SUOI di Alessandro Genovesi, 2025

10 GIORNI CON I SUOI di Alessandro Genovesi, 2025

Camilla, oramai diciottenne, ha deciso di iniziare l’Università in Puglia insieme al fidanzato con il quale vuole condividere casa. La famiglia Rovelli si appresta quindi ad accompagnare la ragazza e con l’occasione conoscere la famiglia del giovane. Carlo, padre di Camilla, non è molto convinto che la figlia vada a vivere con un ragazzo appena conosciuto. Dopo dieci giorni di vivace convivenza con i consuoceri accetterà, nonostante tutto, questa avventata decisione…

Dopo il successo dei due film precedenti, che seguivano le disavventure della famiglia Rovelli, Alessandro Genovesi chiude questa trilogia con una commedia veramente esilarante. Fabio De Luigi e Valentina Lodovini, i genitori della ragazza, riescono a mantenere un ritmo frizzante, contribuendo a realizzare una commedia dai toni leggeri. Lo scontro/incontro tra le due famiglie, diverse per mentalità e abitudini, renderà questa loro convivenza di dieci giorni un totale disastro. Le situazioni sono grottesche e gli equivoci si susseguono senza soluzione di continuità. Ma tutto affrontato con leggerezza e senza volgarità per approdare a un finale prevedibile, proprio perché senza pretesa di imporre una morale scontata. Nel cast anche Giulia Bevilacqua e Dino Abbrescia, i genitori del ragazzo, che faranno di tutto per accontentare gli ospiti, ma il risultato sarà devastante. Dopo tanti film impegnati, il cinema italiano si sta anche orientando verso la commedia leggera, utilizzando in questo caso, un cast collaudato in film precedenti. Cambiano le situazioni ma rimane la famiglia Rovelli al centro delle storie, con dinamiche tutte proprie che alleggeriscono lo spirito dello spettatore e lo coinvolgono. L’elemento catalizzatore rimane sempre Fabio De Luigi. É proprio lui, con la sua proverbiale espressività, che riesce a dare un tono alla storia alternando situazioni tragicomiche con momenti di ingenua tenerezza. Un film quindi semplice e che ripaga in pieno le aspettative di chi va al cinema per rilassarsi e divertirsi. Un cinema tutto italiano che si presenta oggi con diverse tipologie per accontentare un po’ tutti e alleggerire così gli spiriti più intransigenti. Il regista, dopo qualche anno di distanza, riprende a scrivere una storia creando un vero e proprio dream team che regala momenti di grande divertimento.

data di pubblicazione:24/01/2025


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IL TRIO DI BELGRADO di Goran Markovic – Bottega Errante editore, 2025

IL TRIO DI BELGRADO di Goran Markovic – Bottega Errante editore, 2025

Un intrigante balletto attorno al revisionismo jugoslavo. Quando il pericolo non era il capitalismo, pratica che nell’attualità ha messo il turbo, ma il comunismo sovietico. Nelle temperie di Tito i dissidenti in sospetto di eresia venivano trasferiti in una sorta di gulag insulare e sottoposti a severa repressione. Attraverso un fitto epistolario di voci incrociate il regista-autore Goran Markovic restituisce il climax febbrile del dopoguerra, quando il suo Paese ambiva a essere la terza via con un cammino autonomo rispetto ai due grandi blocchi. Figura centrale e controversa del libro quella di Lawrence Durrell, lo scrittore britannico che agiva a Belgrado come spia, combinando però sconquassi per la propria irrequietezza sentimentale sessuale. Affresco multiforme di un’epoca non dimenticata e che spicca come vintage rispetto all’attuale temperie. Con la Jugoslavia dissolta che finisce per essere di nuovo attirata dall’erede dell’Urss, cioè la Russia. Markovic ha frugato negli archivi dei servizi segreti e ci ha aggiunto un mix di fantasia ricostruttiva per arrivare a ricostruire vicende che ormai hanno pochi testimoni. Sullo sfondo il contrasto tra Stalin e Tito, gli orrori dell’isola di Goli Otok. I materiali sparsi del libro non si fanno problemi di omogeneità. Markovic attinge a memoriali, messaggi in codice, articoli di giornale, rapporti di polizia, combinando un mix di verità e di invenzione letteraria di raro fascino. Rivive un clima di sospetto e di complotto proprio delle spy-story, elaborato con uno stile personale e avvolgente. Affascinante e scabra la personalità descritta del giovane Durrell colto agli albori della propria fama, quando le ambizioni di scrittore dovevano ancora essere consolidate. Nei panni di informatore ci rivela panni insospettati, prima di scrivere Il Quartetto di Alessandria. Affresco anni cinquanta riuscito e penetrante.

data di pubblicazione:24/10/2025

I RAGAZZI IRRESISTIBILI di Neil Simon

I RAGAZZI IRRESISTIBILI di Neil Simon

traduzione di Masolino D’Amico, regia di Massimo Popolizio, con Umberto Orsini, Franco Branciaroli, Flavio Francucci, Chiara Stoppa, Eros Pascale, Emanuela Saccardi, scene Maurizio Balò, costumi Gianluca Sbicca, luci Carlo Pediani, suono Alessandro Saviozzi. Pruduzione Teatro degli Incamminati, compagnia Orsini, teatro Biondo Palermo

(Teatro Argentina – Roma, 21 gennaio/2 febbraio 2025)

Cancellate la data di nascita dei due primattori e scacciate dalla memoria il duo cinematografico Walter Matthau e George Burns. Si viaggia a ritmo esulcerante di battute per un Neil Simon in grande forma (era il 1972). Basti pensare che la prima regia teatrale fu firmato dal formidabile Alan Arkin. E che per il piccolo schermo statunitense gli interpreti furono Woody Allen e Peter Falk. Dunque grandi precedenti ma anche splendidi epigoni italiani.

Ipocondrie teatrali in tarda età. Un sodalizio interrotto per manifestato ritiro da parte di uno dei due protagonisti. Mai digerito. Dunque c’è l’occasione per un non nostalgico antologico ritorno in scena. Ma la lite riprende da dove si era interrotta per riscontrata incompatibilità di carattere. Il litigio sta in una battuta iniziale ma nessuno dei due vuole, per ripicca, rimuove il contrasto. Branciaroli è la parte dominante che Orsini nel primo tempo affronta con un falsetto che dovrebbe appesantire l’età del personaggio (figurarsi, lui ha novanta anni). Si normalizza nel prosieguo. La prova generale dello sketch del medico con infermiera popputa (il politicamente corretto non era di moda, scappa persino una pacca sul sedere) va a schifio. Ma quando uno dei due è colto da infarto l’altro è pronto a mandargli fiori e cioccolatini. Non è spoiler l’happy ending che si chiude con un progressivo abbassamento delle luci mentre i due, finalmente riuniti, pacificati e solidali, rievocano tutti gli applausi che si sono persi quando è maturato il loro ritiro dalla scena. Il futuro forse coinciderà nell’ospitalità in una casa di riposo per attori nel New Jersey. Eccellente la regia di Popolizio.

data di pubblicazione:23/01/2025


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IL RITO di Ingmar Bergman

IL RITO di Ingmar Bergman

Adattamento e regia di Alfonso Postiglione, con Alice Arcuri, Giampiero Judica, Antonio Zavatteri e Alfonso Postiglione

(Teatro Vascello – Roma, 21/26 gennaio 2025)

Tre attori di teatro (i coniugi Hans e Thea Winkelmann insieme a Sebastian Fischer) sono accusati di oscenità per il loro ultimo spettacolo. Il caso è stato affidato al giudice Abrahmsson che subito li convoca privatamente nel suo studio per iniziare le indagini. Durante i vari interrogatori, insieme e separatamente, i tre indagati riveleranno la loro vera identità. Alla fine, in mancanza di prove, si esibiranno in privato nell’ufficio del giudice per dimostrare l’infondatezza dell’imputazione nei loro confronti…

Pensato inizialmente da Bergman come film per la televisione svedese, successivamente Il Rito fu diretto dallo stesso regista nel 1969 per i circuiti cinematografici internazionali. Il film, girato in bianco e nero, è suddiviso in nove scene dove gli attori interpretano la loro parte per dimostrare l’assurdità dell’accusa. Un pretesto per criticare apertamente la censura che poneva spesso in discussione la validità delle sue opere e limitava così la sua libertà come artista. Alfonso Postiglione, regista e attore napoletano, mette mano alla sceneggiatura originaria di Bergman per riscrivere un adattamento per un’opera teatrale di grande impatto emotivo. Ritornano così i temi cari al grande regista e drammaturgo svedese soprattutto quelli riguardanti l’angoscia interiore che divora la coscienza dell’uomo. Il movimento di scena si articola su una piattaforma dove rimane in sospensione l’ufficio istruttorio del giudice. I personaggi vengono accolti prima in maniera molto cordiale, poi sempre più in maniera accusatoria, quasi a volerne provocare una reazione e un’ammissione di colpevolezza. Via via che l’interrogatorio va avanti, lo stesso giudice inizierà a prendere coscienza dei suoi stessi fallimenti, manifestando così una profonda fragilità interiore. Del resto anche il rapporto tra gli accusati non è proprio sincero. I coniugi Winkelmann hanno un passato tormentato e Sebastian, amante palese di Thea, non sembra voler più accettare una posizione sottomessa nel cuore della donna. L’esibizione in privato dello spettacolo, ritenuto osceno, di fronte al giudice si trasformerà presto in una sorta di rito propiziatorio con finalità mistiche. Servirà infatti a dimostrare l’origine divina dell’arte che non ammette alcuna censura e che bisogna accettarla in ogni sua manifestazione. Ottima l’interpretazione degli attori che si muovono dentro spazi claustrofobici, tra luci e ombre, disegnati su misura da Roberto Crea. Una produzione di Ente Teatro Cronaca, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival.

IL MIO GIARDINO PERSIANO di Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, 2025

IL MIO GIARDINO PERSIANO di Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, 2025

Mahin è una donna di 70 anni che vive tutta sola a Teheran. Il marito le è morto da parecchi anni e i figli sono andati via dall’Iran con l’avvento della rivoluzione islamica khomeinista. Le sue giornate sono abbastanza monotone, tra la cura della casa e il giardino antistante. Dopo una piccola cena con le amiche, improvvisamente prende coscienza che la sua vita, nonostante l’età, potrebbe avere una svolta e persino ritrovare l’amore…

Presentato in concorso all’ultima edizione della Berlinale, pur non essendo stato premiato, il film ha riscosso grande successo da parte del pubblico e della critica. Tanto per rimanere coerenti con i principi del loro Paese, le autorità proibirono ai due registi di presentare personalmente la pellicola, ritenendola oltraggiosa all’etica civile. In effetti nel film si accenna, sia pur in maniera defilata, alla mancanza di qualsiasi rispetto della dignità umana, in ogni elementare espressione. Determinante a tal proposito il breve dialogo tra la protagonista Mahin (Lili Farhadpour) e una giovane, salvata dalla donna con determinazione quando la polizia morale vuole portarla in carcere con l’accusa di non indossare correttamente l’hijab. In tale breve scambio la giovane rimpiange di non aver vissuto un solo giorno dell’epoca pre-rivoluzionaria, quando alle donne era permesso di vestire all’occidentale. Per lei non c’è speranza di vedere un futuro migliore in cui tutto ciò potrà essere nuovamente possibile. Mahin sfiderà questo sistema invitando a casa sua Faramarz (Esmaeel Mehrabi), un tassista suo coetaneo che vive tra il lavoro e la completa solitudine. Il mio giardino persiano si concentra sulla storia dei due, persone mature che si incontrano per caso e che decidono di dare una svolta esistenziale alle proprie solitarie vite. L’occhio della telecamera sembra indugiare, con assoluta discrezione, sui due protagonisti che pian piano si spogliano delle loro reticenze per lasciarsi andare. Per la prima volta, dopo tanti anni, affronteranno quelle piccole trasgressioni che li renderanno disinvolti e felici. Mahin indosserà i suoi abiti migliori per far presa sull’uomo e preparerà una torta per festeggiare quest’incontro che entrambi vogliono trasformare in vero amore. Non a caso il titolo originale è My favourite cake perché è proprio questo dolce che è l’emblema dei loro sentiment, nati e vissuti per poche ore ma destinati a non esaurirsi, nonostante le avversità del destino. Crudele più che mai…

data di pubblicazione:22/01/2025


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A COMPLETE UNKNOWN di James Mangold, 2025

A COMPLETE UNKNOWN di James Mangold, 2025

Nel gennaio del 1961 uno squattrinato del Minnesota si presenta al New Jersey Hospital dove è ricoverato Woody Guthrie, tra i più conosciuti folksinger americani. In quella circostanza il ragazzo incontra per la prima volta Pete Seeger, grande precursore della musica di protesta e organizzatore del famoso Newport Folk Festival. Da quel momento il giovane, che ora si fa chiamare Bob Dylan, inizierà la sua carriera musicale per diventare l’idolo assoluto di intere generazioni…

Non era nelle intenzioni di James Mangold, realizzare una biografia su Bob Dylan né tanto meno una controfigura che potesse adattarsi al celebre cantante americano. La scelta di rappresentarlo, non certamente casuale, è ricaduta su Timothée Chalamet e non solo per la sua somiglianza fisica con il giovane del Minnesota. Entrambi infatti realizzano una perfetta sovrapposizione di caratteri schivi, ribelli, trasgressivi e nello stesso tempo celebri. Una celebrità per loro giunta forse troppo presto, inaspettata e certamente destabilizzante perché vuole etichettarli, mentre loro stessi preferirebbero rimanere illustri sconosciuti. Senza dubbio il Dylan degli inizi degli anni Sessanta sfugge a qualsiasi definizione perché troppo limitante. Bisogna in questo dare atto al regista statunitense di aver evitato di raccontare minuziosamente una storia che per sua natura poteva risultare incomprensibile o indecifrabile. Il film è quindi musica e solo musica. Ci si concentra sulle prime canzoni scritte per protesta, come atto politico e rivoluzionario, contro un certo establishment, condizionato da eventi di grande portata. L’impegno nella guerra del Vietnam o le sommosse anti apartheid, erano espressione solo di una minima parte dei grandi disagi sociali americani. Il film si conclude con l’indimenticabile partecipazione di Bob Dylan al Newport Folk Festival del 25 luglio 1965. In quell’occasione si esibì per la prima volta con una chitarra elettrica, segnando così un cambiamento radicale nella sua carriera artistica. Mangold parla di Dylan alle nuove generazioni, che non erano neanche nate in quel periodo, e le porta a riflettere sui conflitti sociali di oggi. Chalamet si lascia andare a un’interpretazione magistrale, rimasta in incubatrice per circa cinque anni, per impersonare un mito credibile proprio per le sue contraddizioni. Il protagonista è affiancato nel cast da Ed Norton, nella parte di Pete Seeger e da Monica Barbaro per Joan Baez. Un film veramente bello, da gustare in ogni dettaglio per una musica che non è solo folk, ma tocca anche il genere rock, country e blues. Una musica che bisogna lasciarsi scivolare addosso perché proprio un “Blowin’ in the Wind”. Film da non perdere!

data di pubblicazione:22/01/2025


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L’ABBAGLIO di Roberto Andò

L’ABBAGLIO di Roberto Andò

“Povera Italia: che abbaglio!”. Roberto Andò mescola abilmente, come fu per La stranezza, i toni leggeri della commedia con riflessioni profonde su temi storici e culturali attingendo a quella sottile ironia che ha da sempre caratterizzato le sue opere. Ne L’abbaglio si consolida la coppia comica Ficarra-Picone, non più solo riduttivamente televisiva.

Siamo nel 1860. Garibaldi (Tommaso Ragno) inizia, anche grazie all’entusiasmo di giovani idealisti, l’avventura dei Mille. Nel gruppo di ufficiali che lo affiancano nell’impresa c’è il colonnello palermitano Vincenzo Giordano Ossini (Tony Servillo) che diventerà generale grazie al successo di una manovra diversiva voluta dallo stesso Garibaldi. Far credere alla milizia borbonica, con l’ausilio di uno sparuto numero di militari feriti e volontari reclutati dallo stesso Ossini, che Garibaldi stia battendo la ritirata tra Corleone e Sambuca mentre, al contrario, viaggia con le truppe alla volta di Palermo. Tra le persone reclutate ci sono anche il contadino claudicante Domenico Tricò (Salvo Ficarra) esperto in fuochi d’artificio e il baro Rosario Spitale (Valentino Picone) che con un improbabile dialetto nordico vanta un passato d’accademia militare. Entrambi vedono nel reclutamento il viatico per riavvicinarsi alla loro città natia, Palermo. Appena sbarcati a Marsala, mentre i giovani garibaldini cominciano a battersi, ai primi spari i due decidono di disertare. Ma il colonnello Ossini per portare avanti la sua disperata impresa decide che anche gli impostori possono essere utili.

Seppur meno sorprendente de La stranezza, questa nuova pellicola di Andò ha come cifra vincente non solo l’aver mescolato personaggi storici e di fantasia ma anche storie di eroi assieme a quelle della gente comune. Le contraddizioni degli individui coinvolti mettono in luce anche le contraddizioni storiche dell’epoca. Il continuo bilanciamento tra comicità e dramma del film evidenzia un paradosso: che le gesta eroiche e patriottiche possano avere avuto anche il contributo di persone che casualmente si sono mescolate alla storia. Domenico e Rosario, al pari di Suor Assuntina  (Giulia Andò), che inciampano con le loro vite nella storia del Risorgimento italiano, ne sono l’esempio più estremo. In palese contrapposizione a idealisti come il giovane tenente Ragusin interpretato da Leonardo Maltese (Il signore delle formiche, Rapito). Questa idea centrale è rafforzata anche da un epilogo inaspettato, un finale sorprendente, un colpo di scena che ribalta le aspettative dello spettatore che ha riportato lontanamente alla mente di chi scrive un altro celebre finale: quello de La stangata del 1973. Ma non aspettatevi Paul Newman e Robert Redford!

data di pubblicazione:21/01/2025


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ABSOLUTION di H. Petter Moland, 2025 – PRIME VIDEO

ABSOLUTION di H. Petter Moland, 2025 – PRIME VIDEO

Boston. Thug (L. Neeson) da più di 30 anni lavora per un Boss locale. Scopre di soffrire di una malattia neurodegenerativa che gli lascia meno di un anno di consapevolezza. Cercherà di recuperare i rapporti con la figlia ed il nipote e di sanare qualche errore del Passato…

Puntuale ogni anno ecco il solito Neeson Movie. Dalla trilogia di Taken (2008) l’attore irlandese fa ormai solo…L. Neeson. È divenuto infatti un “genere di se stesso”, un sottogenere degli Action movie, dei Thriller e dei Revenge movie. Nulla di nuovo sotto i cieli del cinema di serie B o C. Per gli appassionati non si pone nessun problema basta che si rispettino tutti i codici dei film Neesoniani: azione, suspense, scontri fisici, inseguimenti e successo finale di Neeson che, a 73 anni, è ormai sempre più un “ex qualcosa”.

In ABSOLUTION l’attore ritrova Moland il regista norvegese di Un Uomo Tranquillo (2019). L’ennesima variante della formula vorrebbe poter riproporre i soliti ingredienti base, ma tutti invecchiano e l’inverosimiglianza ha dei limiti e quindi i cenni di azione sono molto pochi. Per di più sono stemperati da un pesante sottofondo di melanconia. La sceneggiatura ondeggia infatti fra la solita storia di vendetta e la novità dell’introspezione psicologica di un killer all’alba del suo declino psico fisico. Questi tentennamenti e le atmosfere crepuscolari appesantiscono il film fin dal suo inizio. La narrazione non riesce a coinvolgere né ad emozionare. Lo spettatore resta quindi smarrito, se non deluso, in una vana attesa di un qualche evento catartico. L’eccesso poi di sottostorie insolute spezzetta il ritmo narrativo già di per sé lento. Il film risulta quindi discontinuo e scollegato, un lavoro né carne né pesce. Diverso dai film d’azione tradizionali ma nemmeno dramma psicologico come probabilmente ambiva di poter essere. Al centro di tutto c’è ovviamente Neeson che prova, con il suo carisma, a dare profondità al personaggio. Benché la sua interpretazione sia accattivante il film soffre troppo della mancanza di equilibrio. Le poche e brevi scene d’azione non ravvivano l’interesse, non gratificano i fan né danno vivacità ad un insieme toppo lungo, troppo lento e con una messa in scena ed una regia troppo scolastiche e prive di originalità. ABSOLUTION è quindi un ibrido fra dramma e azione. Un film particolare ma ineguale. Peccato! Con una scrittura ed una regia più coraggiosa ed ambiziosa sarebbe potuto essere un bel dramma esistenziale. Invece è solo un ennesimo Neeson Movie e nemmeno dei più memorabili.

data di pubblicazione:21/01/2025


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