da Antonella Massaro | Ott 20, 2014
(Festival Internazionale del Film di Roma 2014 – Gala)
Rapael, Gardo e Rato. Tre ragazzi brasiliani delle favelas che per arguzia, spirito e integrità morale nulla hanno da invidiare a Qui, Quo, Qua, diventano i protagonisti di una caccia al tesoro avviata dal ritrovamento di un portafoglio e scandita da prove di coraggio e di “decifrazione di codici” da far invidia al Robert Langdon di Dan Brown.
La spazzatura, muovendosi dal titolo del film, inonda lo spazio e la storia fin dalla prima inquadratura, divenendo la manifestazione esteriore di quella corruzione della politica che chiama alla rivoluzione gli scarafaggi scopertisi all’improvviso “persone”, titolari di diritti “umani”, inviolabili e inalienabili, che nessun potere costituito può permettersi di ignorare per troppo tempo. Del resto, come dice Gardo, alla spazzatura materiale ci si può abituare, mentre a quella umana è doveroso reagire, senza farsi troppe domande. Reagire, lasciandosi guidare dalla scia luminosa e “pulita” di chi ha creduto nel cambiamento, solo perché è giusto andare fino in fondo.
Trash è tratto dal libro per ragazzi di Andy Mulligan, sceneggiato dalla penna di Richard Curtis (Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill, Il Diario di Bridget Jones), diretto da Stephen Daldry (Billy Elliot, The Hours, ma anche The Reader). Una combinazione che non tradisce la aspettative, restituendo una pellicola caratterizzata da un ritmo narrativo che incalza e trascina e che, sebbene a volte tradisca un’ingenua deriva verso l’utopia travestita da favola, strappa l’applauso di una sala desiderosa di sognare, di sperare, di cambiare.
data di pubblicazione 20/10/2014

da Maria Letizia Panerai | Ott 20, 2014
(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Gala)
La pellicola sugli Spandau Ballet, presentata al Festival di Roma, non è solo un operazione commerciale per rilanciare con una serie di concerti in tutto il mondo una delle più famose pop band degli anni ‘80/’90, dopo più di venti anni di assenza dalla scena musicale, ma è anche un film sull’amicizia e sulla passione che spesso il successo e la vita tendono a rovinare. Soul boys of the western world racconta infatti l’ascesa artistica di 5 ragazzi inglesi, cresciuti nella periferia operaia di Londra, amici sin dall’adolescenza, che amano fare musica, e che con essa sono cresciuti senza mai separarsi sino ad approdare ad un successo planetario per loro inimmaginabile. La regista George Hencken ci racconta quegli anni anche attraverso la politica di Margaret Thatcher e i disordini di allora, le nuove tendenze della moda e lo stile di certi locali trendy dove la band si esibiva e che rappresentavano un po’ il loro lasciapassare per il mondo, i primi videoclip musicali che iniziavano ad invadere le tv proprio in quegli anni e l’impegno della musica con il Live Aid di Bob Geldof, dando nel complesso alla pellicola un respiro di operazione ben riuscita, gradevole, articolata, decisamente da vedere non solo dalla generazione degli attuali cinquantenni, che con le musiche degli Spandau e dei Duran Duran sono cresciuti, ma anche da coloro che non sanno chi essi siano.
data di pubblicazione 20/10/2014

da Antonella Massaro | Ott 20, 2014
(Festival Internazionale del Film di Roma 2014 – Cinema d’Oggi)
Dopo la demitizzazione della mafia siciliana in La mafia uccide solo d’estate di Pif, la rassegnazione della ‘ndrangheta calabrese in Anime nere di Francesco Munzi, gli stereotipi della criminalità romana in Senza Pietà di Michele Alhaique, il cinema italiano dell’ultimo anno chiude il proprio tour geografico-criminale con la camorra che regna sulla Napoli del terremoto dell’Irpinia e del trionfo di Maradona, per poi seguire la traiettoria di una tanto prevedibile quanto inarrestabile parabola discendente.
I milionari di Alessandro Piva racconta la storia vera di “Alain Delon” (Francesco Scianna), abbagliato dal lustro di una vita dorata, ubriacato dalla strafottenza di chi è convinto di tenere ben saldo lo scettro tra le mani, appagato dall’illusione di una famiglia “normale”, che abita in una casa arredata come quella delle bambole, al piano di sopra rispetto all’ufficio.
Appena la proiezione del potere inizia a farsi più sgranata, affondando il coltello e le scariche di mitragliatrice negli affetti più profondi, riaffiorano quei dubbi che, fin da ragazzino, rendevano “Alain Delon” diverso dagli altri, riproponendo l’eterno dilemma di chi si trova a scegliere la malavita, sia pur con l’impressione di non avere altra scelta.
Film indubbiamente ben confezionato, che nulla però aggiunge rispetto al modello di genere, scontato negli esiti e con il perenne rischio, non del tutto scongiurato malgrado quanto affermato in conferenza stampa, di ammantare da un velo di eroismo quelli che il linguaggio comune definisce “pentiti” e che il più onesto linguaggio giuridico si limita a considerare “collaboratori di giustizia”.
data di pubblicazione 20/10/2014

da Giulio Luciani | Ott 20, 2014
(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Gala)
Gianni Di Gregorio ha regalato al pubblico del festival capitolino una nuova bella commedia, non così distante, per l’insieme di brio, leggerezza e intelligenza, dal suo esordio alla regia con Pranzo di Ferragosto. La commedia (all’) italiana forse non è morta o, quantomeno, può rinascere, se si combinano una costruzione genuina dei personaggi e una narrazione direttamente tratta dal quotidiano, che fa sorridere senza per forza sfociare nella macchietta o nel volgare. La Roma rionale di Trastevere e Monti, sempre generosamente dipinta da Di Gregorio, viene contrapposta ai gelidi palazzoni fuori dal raccordo anulare, finendo col constatare che l’efficienza nel pubblico impiego rimane, al di là del quartiere, una bella chimera. Perché in fondo siamo tutti buoni a nulla e lo sappiamo, anche se non ci piace sentircelo dire.
data di pubblicazione 20/10/2014

da Giulio Luciani | Ott 20, 2014
(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Gala)
Opera prima di Andrea Di Stefano che, dismessi i panni d’attore, passa dietro l’obiettivo per dirigere la furia di Benicio Del Toro nel ruolo del celebre narcotrafficante colombiano Pablo Escobar. Adrenalinico e non scontato: il film funziona e non soltanto per l’interpretazione da Oscar del protagonista, ma perché intreccia a regola d’arte i momenti cruciali della biografia del Patron con l’elemento di fiction e azione. Abbastanza bravo anche il giovane Josh Hutcherson.Senza strafare, Escobar: paradise lost intrattiene con originalità e centra l’obiettivo.
data di pubblicazione 20/10/2014

da Antonella Massaro | Ott 19, 2014
(Festival Internazionale del Film di Roma 2014 – Sezione Gala)
Sesso, droga e discoteca. A questa triade Mia Hansen-Løve affida il suo viaggio attraverso la musica elettronica francese, legata a nomi, a partire da quello dei Daft Punk, che ancora fanno risuonare il “French Touch” nelle orecchie e nelle gambe della generazione cui appartiene anche la regista, classe 1981.
Il film ha il pregio di non cedere quasi mai alle pur suadenti tentazioni enciclopediche e didascaliche, ma il tentativo di restituire l’affresco interiore e interiorizzato di un mondo fatto di tanti sogni e troppe illusioni sembra infrangersi, almeno a tratti, negli stereotipi di un genere segnato da venature marcatamente adolescenziali. Ragazzi che crescono dopo essersi creduti adulti, sogni che non riescono a stabilizzarsi in un lavoro, il miraggio della gloria che fa perdere di vista la vita.
Il tutto filtrato dallo sguardo di Paul (Felix De Givry), incastonato in una faccia forse un pò troppo pulita per sostenere il ruolo in maniera pienamente convincente. Paul ama incontrare le donne di cui è stato innamorato, ma che a un certo punto scelgono di vivere senza di lui anziché sognare insieme a lui. Fino a quando non appenderà la consolle al chiodo, senza però rinunciare al ritmo che pervade l’esistenza. Perché solo chi ha ascoltato il silenzio può perdersi davvero nella musica. E solo chi si è perso davvero nella musica può tornare ad ascoltare il silenzio.
data di pubblicazione 19/10/2014

da Giulio Luciani | Ott 19, 2014
(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Gala)
Il film racconta con un andamento e una forma piuttosto classici e lineari l’inferno dell’Alzheimer vissuto da Alice Howland (Julianne Moore), professoressa universitaria di linguistica e madre di tre figli. Punti di forza sono un paio di scelte intelligenti nel racconto, come lo stridente accostamento di una malattia che disintegra le capacità mnemoniche e cognitive proprio con una donna che sullo studio delle parole e del linguaggio ha costruito la propria vita e la propria carriera. Convincente oltre le aspettative l’interpretazione della figlia minore di Alice (Kristen Stewart). Sempre impeccabile Julianne Moore, ma l’intero film, seppur ben realizzato, toccante e ambizioso, risente dei limiti di una sceneggiatura non così brillante. Nonostante ciò, l’immedesimazione dello spettatore nella protagonista è inevitabile, perché il dramma è vissuto direttamente dalla sua prospettiva. Il finale è ben riuscito e mette meglio a fuoco le emozioni vere, svelandoci in quanti modi diversi e inaspettati si manifesta l’amore di chi ci circonda.
data di pubblicazione 19/10/2014

da Antonella Massaro | Ott 18, 2014
(Festival Internazionale del Film di Roma 2014 – Cinema d’oggi)
Le bugie dei vincitori diventano la verità per i perdenti, che, sistemati attorno al tavolo con la convinzione di essere scaltri giocatori, si scoprono all’improvviso cieche pedine nella mani di chi lancia i dadi truccati. La bugia/verità può essere scritta su un libro di storia. O sulla prima pagina di un giornale. L’importante è che risulti credibile.
L’intreccio tra potere politico e potere economico, fatto di messe in scena minuziosamente orchestrate e capace persino di scomodare l’Unione europea per smaltire più comodamente quei rifiuti pericolosi divenuti una delle metafore più potenti dei nostri tempi, mostra una straordinaria attitudine a incantare il grande schermo e i suoi spettatori. Specie quando l’indagine viene condotta da due giornalisti giovani e belli, inevitabilmente destinati all’attrazione (fatale?). Due inviati molto tedeschi e non troppo speciali, che quasi fanno rimpiangere i tempi in cui, alle prese con intrighi e sentimenti, c’erano Nick Nolte e Julia Roberts.
Ogni regola, in effetti, ha le sue eccezioni. Senza contare che il confronto con un genere tanto sperimentato rischia di rivelarsi assai simile a un salto nella fossa dei leoni, attorno al quale, forse non a caso, ruota l’intreccio di The lies of the victors di C. Hochhäusler, che sembrerebbe proprio la classica eccezione alla regola del thriller politico in grado di travolgere con il suo ritmo incalzante. La storia, penalizzata da un avvio lento e macchinoso e infarcita da qualche stereotipo di troppo, lascia un senso di incompiuto che neppure la lapalissiana chiave di lettura, chiara fin dal titolo ed esplicitata a scanso di equivoci nel finale, riesce a colmare.
data di pubblicazione 18/10/2014

da Elena Mascioli | Ott 18, 2014
(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Alice nella città)
Piccoli geni crescono: interessante scelta per la serata di apertura della sezione Alice nella città. Due film che hanno per protagonisti due piccoli geni: T.S. Spivet e Nathan Ellis. Tanto scanzonato il primo, piccolo e biondo scienziato che costruisce una macchina che riproduce il moto perpetuo, tanto tristemente dolce e bruno il secondo, rinchiuso nel suo mondo di matematica e colori, in un autismo parziale che è anche potenzialità. Il ritmo, la regia e il procedere dei film impregnati dei caratteri dei loro protagonisti: brioso, divertente, con inserti grafici e una famiglia strampalata Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet di Jeunet; introverso nell’uso continuo di flashback, intenso nei primi piani, nella scelta musicale e nell’uso continuo dei colori che tanto attraggono il piccolo Nathan il secondo, X+Y di Morgan Matthews. Un lutto segna le vite di queste piccole menti e i film raccontano il viaggio che entrambi i protagonisti si trovano ad intraprendere: T.S. verso Washington, per ritirare un prestigioso premio scientifico, Nathan prima a Taipei e poi a Cambridge, per allenarsi e partecipare alle Olimpiadi di matematica. Ma il viaggio più importante è quello che compiono i cuori delle due menti speciali: alla scoperta della matematica delle emozioni, con la speranza di trovare rifugio in un albero di pino, come un passerotto.
data di pubblicazione 18/10/2014

da Alessandro Pesce | Ott 18, 2014
(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Prospettive Italia)
Una barca, persone al sole, un senso di attrito tra di loro. Sin dalle prime immagini siamo coinvolti in una specie di attesa, un senso di intrigo, un qualcosa di minaccioso, che le magnifiche scene di mare e di vacanza non attenuano, anzi è come se tutto concorresse all’aspettativa di un eventuale accadimento non piacevole. Poi, una donna giapponese, un bambino che non le parla, un segreto, una condanna, e ancora un ghiaccio che faticosamente si scioglie, la sensazione di thriller psicologico volge allora verso il dramma familiare. Da tenere assolutamente d’occhio questo giovane regista esordiente Leonardo Guerra Seràgnoli, per la bravura registica e la maestria sorvegliatissima nel creare la giusta atmosfera.
Girato in inglese con attori stranieri, collaborazioni di lusso (la super premiata costumista Canonero), un film italiano che sa di internazionale.
data di pubblicazione 18/10/2014

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