da Accreditati | Ott 27, 2014
Come da programma il Festival Internazionale del Film di Roma, iniziato con Soap opera di Brizzi, si è concluso con Andiamo a quel paese di Ficarra e Picone: due pellicole tutte italiane, anzi, di quel genere leggero che si dice piaccia tanto agli italiani. Ma in realtà all’uscita dalle sale, dopo la proiezione di entrambi i film, si sono registrati commenti a mezza via tra l’incredulità e la rassegnazione e seppur sia nelle “regole del gioco” che un Festival sia fatto di cose belle e di cose brutte, è comunque opinabile la scelta di affidare il prologo e l’epilogo di questa edizione 2014 a quel cinema italiano che forse non piace così tanto neppure agli italiani; specie in considerazione del fatto che la manifestazione ha dimostrato di avere in pancia pellicole di alto livello, tra le quali alcune proprio made in Italy: basti pensare ai vincitori del Premio Taodue Camera d’Oro alla migliore Opera prima, Andrea Di Stefano e Lorenzo Guerra Seràgnoli.
Una gradazione di emozioni hanno coinvolto, sconvolto, appagato e ripagato i volenterosi “Accreditati per passione e non per professione” in queste giornate festivaliere, partite male, continuate in sordina ed esplose in contenuti e pubblico nei giorni a seguire: dal riso appagante (ma a tratti amaro) di Buoni a nulla fino alle lacrime bollenti (ma non disperate) di Still Alice, dagli intrighi al cardiopalma di Gone Girl, alle algide atmosfere che sottendono sottili emozioni di Last Summer, sino alla crudeltà di Benicio del Toro in Escobar: Paradise Lost e all’alto grado adrenalinico di Nightcraeler, per arrivare al poetico realismo di documentari come Roma Termini e concludere con l’infinita tenerezza e profondità di buona parte delle pellicole della Sezione Alice.
E dunque, se è pur vero che chi va a vedere pellicole cosiddette “leggere” non può aspettarsi di più, è anche lecito aspettarsi di più da chi le sceglie per noi; e se anche il futuro del Festival di Roma potrebbe essere il suo accorpamento con il Fiction Fest di Carlo Freccero, si spera tanto che possano continuare ad essere proiettate pellicole come Trash, che ha meritatamente vinto quest’anno, e che i lavori italiani siano sempre rappresentativi del buon cinema di casa nostra, perché sicuramente noi siamo i figli, dei figli, dei figli di Michelangelo e Leonardo…. (Good Morning Babilonia di Paolo e Vittorio Taviani, 1987), ma anche gli eredi di De Sica, Fellini, Visconti, Pasolini, Bertolucci….
data di pubblicazione 27/10/2014
da Elena Mascioli | Ott 26, 2014
(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Mondo Genere)
Evidentemente il Festival del film di Roma ha un rapporto speciale con l’isteria femminile, visto che nel 2011 c’era in concorso il film Hysteria, ambientato nel 1883 , e quest’anno la scena iniziale di Stonehearst Asylum, ambientato nel 1899, si apre con la presentazione di un caso di isteria femminile. Ma la coincidenza non deve stupire, vista l’epoca di ambientazione di entrambi i film, alle soglie di quel nuovo secolo che porterà, tra le sue più grandi esperienze, quella della psicoanalisi, di Freud e tutto ciò che ne seguirà. Ma il caso femminile analizzato in apertura è una sorta di prologo che ci trasferisce poi nell’oscuro, inquietante e nebbioso Stonehearst Asylum. Avremo a disposizione un eroe e un’eroina per cui fare il tifo, scopriremo subito che i buoni sono cattivi e i cattivi quasi tutti buoni, ci lasceremo cullare da un racconto ritmato, ben recitato, senza particolari punte o meriti, che però si lascia seguire volentieri fino all’epilogo finale, che ci riporterà, per un secondo, in quell’aula universitaria da cui tutto era partito. Ben Kinsley e Michael Caine valgono da soli il biglietto.
data di pubblicazione 26/10/2014

da Elena Mascioli | Ott 26, 2014
(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Gala)
Nelly torna a Berlino con i segni dell’orrore della storia sul volto, l’orrore di Auschwitz che la trasfigura. L’operazione di chirurgia plastica che le restituisce un nuovo volto gioca con la questione dell’identità, quella di una nazione, di un popolo, quello tedesco, che si trova anch’esso, dopo la guerra, ad dover affrontare la deturpazione del proprio volto, della propria identità, anche nel suo essere e riconoscersi carnefice. Integra è invece l’identità di Nelly che però si trova di fronte alla cecità (a tratti inverosimile) di un marito che ora non la riconosce nella sua nuova pelle. Ma per intascare l’eredità della moglie che presume morta, decide di trasformarla a sua immagine e somiglianza, suscitando immancabilmente nello spettatore l’eco di un Vertigo d’annata. Raffinato racconto anche se mancante di ritmo, che si conclude con una piccola perla, la bellissima Speak Low di Kurt Weil.
data di pubblicazione 26/10/2014

da Elena Mascioli | Ott 26, 2014
Angeli con tanto di ali di piume che sbucciano patate, una mostra di pittura suprematista, il commissariato del popolo per il cielo, il cinema proiettato sulla scia di fumo di un falò: suggestioni del cinema poetico di Fedorchenko, questa volta al servizio della storia, del racconto del tentativo di collettivizzazione sovietica del Karym, nel 1934. Le immagini, selezionate per la loro valenza simbolica e poetica e confezionate con la consueta maestria cui il maestro russo ci ha abituato, si imprimono, come scene pittoriche, negli occhi e nel cuore dello spettatore, lasciandolo intento ad assaporare la poesia, la pittura, e anche parte di una storia poco conosciuta, raccontata con l’ironia e l’atteggiamento di chi guarda ad un passato che sembra lontanissimo, in cui affonda comunque le radici l’arte stessa del regista.
data di pubblicazione 26/10/2014

da T. Pica | Ott 26, 2014
(Festival Internazionale del Film di Roma 2014 – Cinema d’Oggi)
Tra la purezza dei boschi e delle montagne che si espandono appena fuggiti da Palermo ha inizio la storia di Biagio di Pasquale Scimeca. Il film ci regala una buona interpretazione di Marcello Mazzarella che, dopo ruoli di secondo e terzo piano – da ultimo al Festival di Roma 2013 con il film “Come il vento” -, approda al grande schermo con il ruolo di Biagio. La storia, senza alcun preambolo o flash back sulla vita dissoluta e fastosa (o presunta tale) che solitamente precede ogni redenzione intimista o conversione mistica che si rispetti, è la trasposizione della parabola di San Francesco in uno scorcio di Sicilia negli anni Novanta. Biagio, primogenito di un imprenditore di Palermo decide di lasciare tutto, la fidanzata, gli amici, gli ipercalorici pranzi domenicali e i soldi, per divenire parte stessa della natura. Solo nel fisico e quotidiano contatto con la terra brulla, con gli alberi, con la pioggia e il vento, con le montagne e il silenzio, Biagio si sente veramente sereno e felice. Ora ha tutto quello di cui ha veramente bisogno: la serenità mai provata prima, il disinteressato calore umano del cane Libero, fedele compagno di viaggio – coprotagonista presente anche alla proiezione in Sala Sinopoli – e uno scopo, ovvero trovare Dio. Da questa consapevolezza ha inizio l’ascesa di Biagio verso l’Umbria. Una volta provata la gioia immensa dell’incontro con Dio all’interno della Basilica di Assisi, Biagio ha un nuovo scopo, una missione che lo porta a ridiscendere verso gli “inferi” della terra sicula per dedicarsi senza alcuna remora all’assistenza dei senza tetto e di tutti gli emarginati. Versione semplice ed essenziale di un moderno San Francesco dalle sfumature rock grazie al “BobDyliano” inno alla gioia composto da Marco Biscarini per descrivere la potenza e la beatitudine avvertite da Biagio nel suo incontro con Dio all’interno della Basilica di San Francesco da Assisi. Buona la regia e la fotografia, ma il film non tocca le corde giuste e non regala quella catarsi interiore che da un film incentrato sul moto dell’anima e la spiritualità forse ci si aspetterebbe.
data di pubblicazione 26/10/2014

da Antonella Massaro | Ott 26, 2014
(Festival Internazionale del Film di Roma 2014 – Gala)
I premi Oscar Kevin Kostner e Octavia Spencer tornano sul grande schermo nelle vesti di due nonni, pronti a indossare l’armatura di indomiti contendenti nella battaglia legale per l’affidamento della piccola Eloise, rimasta orfana della mamma bianca e con un papà nero troppo dedito alla droga per prendersi seriamente cura di lei.
Due famiglie contrapposte, pronte a gettarsi senza esclusione di colpi nell’arena del tribunale, davanti a un giudice nero e per di più donna, al cospetto di un’America sullo sfondo della quale continua ad agitarsi lo spettro della discriminazione razziale.
Il bianco e il nero si stemperano gradualmente nelle categorie di ciò che è giusto e ciò che non lo è, senza colori netti e lasciando affiorare le innumerevoli sfumature che necessariamente riempiono lo spazio, non sempre così ampio, tra i due opposti cromatici.
Pur con qualche stereotipo di troppo, Black and White riesce nell’intento di veicolare un messaggio non ancora “passato di moda” e reso più incisivo da quel “ispirato a una storia vera”, che attribuisce al racconto una patente di toccante verosimiglianza. Resta forse un film eccessivamente “televisivo”, che non riesce a toccare le corde artistiche che ci si aspetterebbe di sentir vibrare in un Festival del Cinema, ma la prova convincente di tutti gli attori rappresenta un punto di indiscutibile forza. Un giudizio in definitiva né bianco né nero per un film da vedere, magari “in famiglia”.
data di pubblicazione 26/10/2014

da Maria Letizia Panerai | Ott 24, 2014
(Festival di Cannes- In Concorso)
Carrellata di attori di altissimo livello, per questo splendido affresco di Scola sulla famiglia borghese italiana, filmata dal battesimo del protagonista Carlo sino al compimento dei suoi 80’anni, tra le mura di un appartamento nel quartiere Prati di Roma. Splendida la colonna sonora di Armando Trovajoli. Tra le frasi celebri del film, ricordiamo quella pronunciata da Stefania Sandrelli al “marito” Vittorio Gassman a proposito dei loro due figli: ai figli che non danno pensieri, si dedicano pochi pensieri…. A questi genitori un pò “distratti” dedichiamo la ricetta di questo ragù raffinato, profumato e molto avvolgente, regalataci dalla nostra amica Serena, che potremmo definire della domenica perché adatto ai tipici pranzi in cui si riunisce tutta La famiglia, come sul finale di questo splendido film decisamente da rivedere.
INGREDIENTI: 8 etti circa di carne macinata (500gr di vitella, 200 gr.maiale,100 gr. vitellone). – 1 e ½ litro di brodo vegetale – 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro- 1 cipolla grossa- 10/12 chiodi di garofano- noce moscata – soffritto di cipolla, carota, sedano — 1 bicchiere di vino bianco-sale, pepe e olio q.b..
PROCEDIMENTO: Mettere a soffriggere in abbondante olio la carota, la cipolla ed il sedano finemente tagliati; aggiungere il macinato misto di carne e girare, aggiustando di sale e pepe. Sfumare con il vino bianco. Appena il vino sarà evaporato e la carne ben separata senza formare grumi, aggiungere il cucchiaio di concentrato di pomodoro allungato con un po’ di acqua tiepida. Dopo circa 10 minuti, cominciare ad irrorare la carne con un po’ di brodo vegetale caldo (che dovremo sempre tenere a temperatura per il tempo dell’intera ricetta), abbassare al minimo la fiamma e coprire. La carne dovrà cuocere per almeno un ora e mezza, ed ogni tanto bisognerà bagnarla con il brodo caldo e girare. Trascorso questo tempo, inserire al centro del ragù una grossa cipolla rossa di tropea o una bianca dolce, che avremo precedentemente “infilzato” con 10/12 chiodi di garofano; coprire nuovamente il tegame e continuare la cottura a fiammella bassissima per almeno un’altra ora, bagnando sempre con brodo vegetale caldo di tanto in tanto e girando, facendo attenzione a non muovere la cipolla “infilzata” dai chiodi di garofano, ma girandoci attorno con il mestolo. Trascorsa l’ora, togliere la cipolla facendo attenzione che non cadano nel sugo i chiodi di garofano e dare un’abbondante grattata di noce moscata su questa “crema” di ragù a fuoco spento. Perfetto per condire i paccheri o i maccheroni rigati per 6/8 persone, aggiungendo una noce di burro.
da Maria Letizia Panerai | Ott 24, 2014
Commedia francese ironica ed irriverente, molto divertente, in cui chi giudica è più cretino del giudicato! All’ironia di questo film vogliamo abbinare la ricetta di un antipasto “facile, facile” la cui esecuzione non necessita di una particolare abilità in cucina, perché gli ingredienti, combinati insieme, sono già un successo senza aggiungere nulla. Antipasto a base di tomini, mele e miele di castagno.
INGREDIENTI (x 6 persone):6 tomini stagionati da grigliare – 2 mele renette grandi – ½ limone – miele di castagno – ½ etto di lardo di colonnata tagliato sottile.
PROCEDIMENTO: Sbucciare le mele (se non sono molto grandi sbucciatene 3), farle a fette sottili e metterle in una terrina con il succo di ½ limone per non farle annerire. Scolarle ed adagiarle su di una leccarda da forno sulla quale avrete messo un foglio di carta da forno e “colato” a filo del miele di castagno su tutta la superficie (ma non in grandi quantità: non esagerate, basta l’aroma). Infornare a forno termo-ventilato 180° per almeno 15 minuti sino a quando le mele si saranno ammosciate. Tirare fuori la leccarda ed adagiare sulle mele i 6 tomini distanziati tra loro, dopo averli puliti con un panno umido. Mettere nuovamente in forno per qualche minuto: i tomini non devono disfarsi, ma sciogliersi lievemente. Tirare nuovamente fuori la leccarda ed adagiare su ciascun tomino delle fette di lardo di colonnata molto sottili: si scioglierà al solo contatto con i tomini. Rimettere in forno e spegnere il forno contemporaneamente. Con il calore il lardo si scioglierà: servire dopo 5 minuti come antipasto. Antipasto squisito!
da Antonio Iraci | Ott 24, 2014
(Festival di Cannes, 2008- In Concorso)
Il film di Matteo Garrone del 2008, Gran Premio della Giuria al festival di Cannes, oltre ad essersi aggiudicato ben 8 David di Donatello ed un nastro d’argento, traduce in immagini l’omonimo libro-scandalo di Roberto Saviano, ambientato tra i camorristi di Scampia, città nella città di Napoli, dove può accadere di tutto come all’inferno. Una realtà che ci trascina nella paura e nel buio, instillandoci una angoscia profonda, che ci pervade per tutto il film e che pesa come un macigno sullo stomaco, dove non ci sembra possa appalesarsi il principio della fine…
Abbiamo abbinato a questo film il timballo di riso alla napoletana, un piatto dunque della tradizione partenopea come omaggio ad uno scrittore tanto coraggioso come Saviano, che degli odori e dei sapori di Napoli può, da allora, solo sentirne parlare a distanza: in una puntata de Il Testimone, Pif ha ripercorso tutti i luoghi familiari allo scrittore e si è anche filmato mentre trangugiava la frittura di pesce che Saviano gli aveva descritto come la migliore al mondo! Questa ricetta è per lui….
INGREDIENTI (x 8 persone): 1kg di riso arborio – due cipolle bianche – 150 gr parmigiano grattugiato – 800 grammi di carne di manzo macinata – 300 gr di pisellini surgelati – 200 grammi di formaggio semistagionato – 2 bustine di zafferano in polvere -2 bottiglie di passata di pomodoro – 50 gr di burro – due bicchieri di vino bianco.
PROCEDIMENTO: Preparare il ragù alla maniera tradizionale cucinando nella passata di pomodoro la carne tritata una volta fatta rosolare in tegame con olio d’oliva abbondante e la cipolla e pezzetti. Sale e pepe q.b. sfumare con un poco di vino bianco. A parte cucinare i pisellini con un poco di cipolla e olio d’oliva. Preparate intanto il riso mettendolo in un tegame con olio e cipolla a pezzettini. A piacere si può fare sfumare con un poco di vivo bianco. Aggiungere il brodo e le due bustine di zafferano in polvere e fare cuocere per circa 6 minuti. Il riso è importante che rimanga molto al dente. Scolate il riso e mantecate con il burro e buona parte del parmigiano.
Sistemate in una teglia oleata e cosparsa di pangrattato metà del riso e sistemare il ragù con i pisellini ed il formaggio tagliato a pezzetti e parte del parmigiano rimasto. Meglio se si fanno due strati e se si chiude il timballo con il riso cosperso di pezzetti di burro e pan grattato per ottenere una bella crosta dorata. Mettere sul finale un bicchiere di brodo su tutto il timballo così ottenuto in modo da consentire una cottura perfetta.
Mettere al forno per circa 40 minuti a fuoco sostenuto 180°/200°.
Servire dopo aver fatto riposare per almeno una ora.
da Antonio Iraci | Ott 23, 2014
(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Prospettive Italia)
Il film documentario di Filippo Vendemmiati ci porta dentro il carcere di Bologna dove da un pò di tempo è stata organizzata una officina meccanica in cui una quindicina di detenuti, sotto la vigile e rigorosa assistenza di tutor esterni (operai specializzati già in pensione), imparano un mestiere.
Lo spettatore rimane subito ed a tal punto affascinato dall’entusiasmo dei protagonisti, da arrivare a dimenticare quasi il tedio di tutte quelle spiegazioni meccaniche che, altrimenti, appesantirebbero la narrazione. Il lunedì, il giorno del ritorno al lavoro settimanale, è per tutti il giorno peggiore della settimana, ma questo principio non vale per i detenuti-operai che invece aspettano, dopo un fine settimana di noia, il ritorno all’attività in officina. E’ proprio dalla storia personale dei singoli detenuti che apprendiamo infatti come la logica e le aspettative di ognuno di noi siano diverse e a volte si contrappongano, proprio perché opposti sono i punti di osservazione.
Molto interessante questo Meno male è lunedì, che ci mostra come anche nelle carceri italiane ancora tanto si può fare per migliorare la condizione dei detenuti, soprattutto per preparali ad un eventuale reinserimento nella società una volta in libertà. Ottima la fotografia; unica pecca è nella cattiva qualità del sonoro con un tono delle conversazioni che risultava troppo alto, tanto da impedire a volte di cogliere al meglio i dialoghi.
data di pubblicazione 23/10/2014

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