da Elena Mascioli | Dic 5, 2014
L’eterno dilemma tra ragione e sentimento è Il condimento del film servito in sala da Woody Allen, che, come tutti i grandi chef, rimescola i suoi ingredienti preferiti: dialoghi serrati spruzzati di ironia conclamata, personaggi quasi caricaturali nel loro farsi icone delle posizioni contrapposte, attori in splendida forma che sarebbe un piacere ascoltare e guardare anche se stessero recitando la lista della spesa, ambientazione d’epoca con gustosi paesaggi e costumi d’epoca curati fino nel particolare più minuzioso, cornucopia di citazioni colte e raffinate destinate a lasciare al buio la stragrande maggioranza degli spettatori ma offrendo loro l’ancora di salvezza dell’identificazione con l’altrettanto inconsapevole protagonista. E la magia a cui cedere e credere non è solo quella dell’amore (e non ci vuole molto ad innamorarsi di un uomo come Colin Firth! ndr) ma quella del cinema di un autore che, con tutti gli ingredienti menzionati, ci incanta lasciandoci imbambolati a sorridere per tutto il film. E il retrogusto della riflessione arriva solo il giorno dopo, quando in bocca si sente un sapore un po’ qualunquista e maschilista nel rappresentare vincente, in amore, una donna che sia più giovane, furbetta, ignorante e forse per questo più spensierata di quella che si aveva già accanto. Da vedere, rigorosamente, in lingua originale.
data di pubblicazione 5/12/2014
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da Giulio Luciani | Dic 4, 2014
(Festival di Cannes – in Concorso)
Finalmente un film di Xavier Dolan, forse il più completo e il più maturo, è riuscito a trovare distribuzione nelle sale italiane. Vincitore del Premio della Giuria alla 67a edizione del Festival di Cannes, Mommy è un autentico capolavoro e Dolan si riconferma come uno dei più talentuosi registi dell’ultima generazione. Anno di nascita 1989, film realizzati ad oggi cinque: uno più bello dell’altro.
Mommy si ricongiunge perfettamente con il primo lavoro di Dolan, J’ai tué ma mère, tormentata storia di amore e odio tra madre e figlio, chiudendo il cerchio lasciato aperto e capovolgendo l’esito del conflitto primordiale con uno straziante inatteso finale.
Diane è la madre, rimasta vedova, dell’adolescente Steve (l’impressionante Antoine-Olivier Pilon), affetto da una sindrome di iperattività e deficit di attenzione, che lo rende instabile, violento e difficile da gestire. I due insieme sono il ritratto di un amore impossibile e incontrollabile, una forza istintiva che li attira l’uno verso l’altro per poi respingerli e spingerli verso l’autodistruzione. L’elemento di equilibrio sembra poter essere Kyla, la nuova vicina di casa, che dietro il proprio velo di apparente ordinarietà nasconde un bisogno di vitalità che solo la sconclusionata coppia madre-figlio riesce a farle (ri)scoprire. Le due straordinarie muse di Dolan, presenti in quasi tutti i suoi film, Anne Dorval e Suzanne Clement, qui danno il meglio di se stesse interpretando i propri ruoli con un trasporto fisico ed emotivo da brividi.
Dolan è un genio. Scrive, dirige, monta, compone ogni elemento del suo film con un gusto e una maturità rari. Una serie di scelte ed espedienti originali e brillanti si susseguono incalzanti, trascinandoci per due ore abbondanti in un modo di fare cinema che ha un’infinità di cose da dire: dalla colonna sonora che vanta grandissime cover di successo, tra cui una performance stonata al karaoke di Vivo per lei, al formato 1:1 dello schermo, che si espande e si restringe, seguendo l’altalenante percorso di rinascita e riscatto personale di Steve e delle due donne.
Impossibile non innamorarsi di questo film.
data di pubblicazione 4/12/2014
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da Maria Letizia Panerai | Dic 2, 2014
(Festival di Cannes – Quinzaine)
Le proces de Viviane Amsalem è il sottotitolo di Viviane, il film di Ronit e Shlomi Elkabetz, ovvero la sintesi di un vero e proprio processo lungo cinque anni che una donna subisce nell’aula di un tribunale di una non ben identificata località israeliana, per potersi separare da un marito che non ama più e da cui non è più amata.
I coniugi Amsalem, pur essendo sposati da molto tempo e con prole, non sono mai andati d’accordo: la convivenza è divenuta un inferno soprattutto per Viviane, che non intende più stare con suo marito Elisha a causa di un’incolmabile incompatibilità che da tre anni l’ha portata a lasciare il tetto coniugale e a vivere ospite del fratello in un piccolo monolocale situato nel giardino della sua casa; ma Elisha, al contrario, non vuole affatto che la moglie torni ad essere libera e soprattutto non vuole pronunciare davanti ai giudici del tribunale la frase da adesso sei permessa a qualunque uomo, decidendo di prendere tempo non presentandosi alle udienze e riuscendo così a trascinare la vicenda per molti anni tra continui testa a testa e tentennamenti.
La condizione di Viviane descritta nel film è quella di molte donne in attesa di divorzio nello stato di Israele, perché, secondo la legge rabbinica, la moglie può chiedere di divorziare ma non ha il diritto di farlo in quanto spetta esclusivamente all’uomo concedere la libertà alla “condannata”. Ronit Elkabetz, protagonista, sceneggiatrice ed anche regista del film assieme al fratello, disegna ed interpreta un personaggio di rara forza, paziente, con uno sguardo profondo ed intenso, disperatamente ostinata: i suoi splendidi capelli nero corvino che rifiuta di coprire con una parrucca, i vestiti che indossa alle udienze e soprattutto le scarpe sono magnificamente esplicative di ciò che sarà l’epilogo del suo destino più di tante parole, tutte quelle parole che per l’intera durata del film vengono versate in quella squallida ed asfittica aula di tribunale. Anche se per la tematica Viviane può essere accostato allo splendido film iraniano Una separazione, vincitore di un Oscar nel 2012, tuttavia la tenacia con cui questa donna supplica il marito di poter tornare a vivere, rivendicando la sua libertà contro una legge ingiusta, è talmente struggente e centrale da dare a questo film così piccolo, fatto però di poche cose così grandi, un respiro assolutamente originale e meraviglioso, entrando di diritto nella scarna lista dei film necessari da vedere e giustamente candidato da Israele per concorrere all’Oscar 2015 come migliore film straniero.
data di pubblicazione 2/12/2014
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da Antonella Massaro | Dic 1, 2014
Dal 28 al 30 novembre 2014 il Teatro Furio Camillo di Roma si tinge di giallo con il raffinato ed esilarante Shottery Road, scritto e diretto da Chiara Spoletini.
Quando le cadenze narrative del giallo si affidano al ritmo travolgente del comico, i risultati sono spesso piacevolmente sorprendenti. E Shottery Road non delude le aspettative.
Gli italiani Stan e Oly sfidano le tenebre della campagna londinese e le insicurezze della loro inesperienza per eseguire un omicidio commissionato da un tanto facoltoso quanto misterioso mandante. Dopo aver trovato il coraggio di infrangere il vetro della finestra, però, i due compari trovano ad aspettarli “un cadavere già morto”. La scena del delitto diviene il crocevia di un susseguirsi incalzante di eventi e battute, che traghettano lo spettatore verso un esito affatto scontato, perennemente in bilico sull’eterna dialettica tra la realtà e la sua rappresentazione.
Gli interpreti (Gabriele Farci, Emanuele Gabrieli, Igor Petrotto, Ivano Picciallo e Ludovica Bei) fanno da solido supporto alla storia, specie nelle incantevoli parentesi in cui il linguaggio della voce tace per lasciare spazio al solo linguaggio del corpo.
Il cuore del giovane teatro italiano è vivo, pulsante e ha voglia di mettersi in gioco.
data di pubblicazione 1/12/2014
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da Alessandro Pesce | Dic 1, 2014
Gli autori di Boris hanno immaginato un contro-film natalizio dove la festa più grande dell’anno è vista come una ferale sciagura e descritta con caustico sarcasmo e corrosiva comicità. Ma solo in parte si tratta di satira sociale o antropologica, perché la costruzione della storia e dei personaggi sono lontanissimi da ogni verosomiglianza e, giustamente, fanno piuttosto pendere la bilancia dalla parte dell’ humour demenziale dove tutto è come in uno specchio deformante. La vicenda si snoda su due tempi speculari, uno ambientato in un borgo immaginario del viterbese dove gli odi atavici e il perdono sono ancora legati a beni come un decespugliatore o alla caccia al cinghiale e l’altro invece in una alta borghesia dove i rapporti familiari e le nevrosi dipendono molto dagli utili della società di famiglia, appena celati dalle manie di beneficenza della padrona di casa. I medesimi attori, tutti straordinari (da notare soprattutto i due Guzzanti, Mastrandrea ed una inedita irriconoscibile Laura Morante) interpretano ruoli in entrambe le due parti del film mentre al conduttore Cattelan e alla Mastronardi sono affidati i due innamorati che come un fil rouge attraversano tutta la vicenda. Il film è esilarante nella prima parte, una serie di sorprendenti figure e situazioni visionarie azzeccatissime, ma poi la seconda parte è più sfocata e stanca, soprattutto prevedibile.
data di pubblicazione 1/12/2014
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da T. Pica | Dic 1, 2014
(Teatro Olimpico – Roma, 18/30 novembre 2014)
Il coreografo, o meglio, il Maestro americano Moses Pendleton ha realizzato con gli incantevoli ballerini Momix l’Opera “Alchemy”, uno spettacolo incentrato sui colori e sui simboli alchemici per eccellenza: acqua, terra, fuoco e aria (nell’ordine di rappresentazione).
L’opera d’arte dinamica in scena al Teatro Olimpico di Roma si apre con la dimensione dei fondali marini (Acqua come primo elemento) per poi volgere, in un crescendo di suggestioni e musiche palpitanti, alla volta del Fuoco. Sul palco i Momix offuscano qualsivoglia altra dimensione del teatro e il pubblico è sopraffatto dal calore del rosso e dagli effetti ottici – che incantano con la semplicità dei movimenti dei tessuti e del gioco di luci – e sonori in perfetta simbiosi con il ritmo vigoroso delle coreografie dei ballerini. I componenti del corpo di ballo non sembrano umani. Tutti i ballerini, dai fisici michelangeschi, appaiono estranei alle normali leggi gravitazionali: fluttuano leggeri e si dimenano energici divenendo una cosa sola con le musiche che accompagnano i diversi scenari alchemici, anche grazie alla sapiente complicità dei costumi e delle poche, ma essenziali, componenti scenografiche. L’effetto ottico più originale è reso dalla suggestiva performance dedicata all’elemento Terra: 6 ballerini avvolti in una particolarissima tuta nera-seconda pelle, che li rende indistinguibili l’uno dall’altro, sono visibili al pubblico solo nell’essenza di corpi umani neri interamente attraversati da linee/venature dai colori iridescenti (quasi un effetto fluo/luminor) mentre si dimenano in una serie di costanti movimenti che rievocano le fatiche terrene dell’uomo. L’emozione forse più toccante, o quantomeno la più dolce, la regala una delle scene dedicate all’elemento Aria: una poetica coreografia dedicata all’amore – nella sua accezione più aurea – interpretata da una coppia di ballerini rende cucita sui loro impalabili passi vibranti la musica in cui sono immersi – la celebre composizione di Ennio Morricone per il film “Cera una volta in America” -, come se quel componimento fosse nato per quella scena, per quella coppia di amanti, regalando un’emozione del tutto estranea al film che l’ha reso celebre. Purtroppo, dopo un’ora e venti cala il sipario con la scritta “the end”, ma tu vorresti che quei 12 ballerini continuassero ancora a sorprenderti per almeno un’altra ora. A rendere sopportabile l’accettazione dell’epilogo c’è la constatazione del lato umano e terreno dei ballerini Momix: solo qualora fossero stati veramente non umani avrebbero potuto continuare a dimenarsi nelle fatiche fisiche delle loro magiche coreografie. Che dire di più, Momix in Alchemy lascia estasiati e ti lascia uscire dal teatro avvolto in una catarsi insolita, diversa da quella che, quando si ha la fortuna che ci sia, lasciano i testi teatrali (monologhi, tragedie, commedie o novelle che siano) e che ti fa tornare alla realtà, e alla forza di gravità, con un sorriso ottimista. Insomma in un modo migliore ci dovrebbero essere più Momix per tutti i giorni dell’anno!
data di pubblicazione 1/12/2014
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da Antonella Massaro | Nov 27, 2014
(Festival Internazionale del Film di Roma – Gala)
Rapael, Gardo e Rato. Tre ragazzi brasiliani delle favelas che per arguzia, spirito e integrità morale nulla hanno da invidiare a Qui, Quo, Qua, diventano i protagonisti di una caccia al tesoro avviata dal ritrovamento di un portafoglio e scandita da prove di coraggio e di “decifrazione di codici” da far invidia al Robert Langdon di Dan Brown.
La spazzatura, muovendosi dal titolo del film, inonda lo spazio e la storia fin dalla prima inquadratura, divenendo la manifestazione esteriore di quella corruzione della politica che chiama alla rivoluzione gli scarafaggi scopertisi all’improvviso “persone”, titolari di diritti “umani”, inviolabili e inalienabili, che nessun potere costituito può permettersi di ignorare per troppo tempo. Del resto, come dice Gardo, alla spazzatura materiale ci si può abituare, mentre a quella umana è doveroso reagire, senza farsi troppe domande. Reagire, lasciandosi guidare dalla scia luminosa e “pulita” di chi ha creduto nel cambiamento, solo perché è giusto andare fino in fondo.
Trash è tratto dal libro per ragazzi di Andy Mulligan, sceneggiato dalla penna di Richard Curtis (Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill, Il Diario di Bridget Jones), diretto da Stephen Daldry (Billy Elliot, The Hours, ma anche The Reader). Una combinazione che non tradisce la aspettative, restituendo una pellicola caratterizzata da un ritmo narrativo che incalza e trascina e che, sebbene a volte tradisca un’ingenua deriva verso l’utopia travestita da favola, strappa l’applauso di una sala desiderosa di sognare, di sperare, di cambiare.
Il pubblico ha già incoronato Trash come vincitore del Festival Internazionale del Film di Roma 2014. Ora l’ultimo lavoro di Daldry arriva in sala, rievocando le atmosfere di The Millionaire e aspirando (legittimamente) a buoni risultati di botteghino.
data di pubblicazione 27/11/2014
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da Accreditati | Nov 26, 2014
Tutti quelli che se ne vanno, ti lasciano sempre addosso un pò di sé. È questo il segreto della memoria. La finestra di Fronte di Ferzan Ozpetek, è un film che celebra proprio la memoria, in quanto la storia di Davide Veroli ruota intorno al fatto storico dell’ottobre del 1943 quando i nazisti, tra le vie adiacenti il Portico d’Ottavia, rastrellarono e la deportarono ad Auschwitz 1024 ebrei romani. Bravissimi i due interpreti principali, Giovanna Mezzogiorno ed il compianto Massimo Girotti, entrambi premiati con il David di Donatello. Ma, come in ogni film di Ozpetek, molti sono i temi che si mescolano in un unico film ed anche in questo caso, oltre al concetto del non dimenticare – esaltato anche sui titoli di coda dalla splendida Gocce di memoria, interpretata da Giorgia – il regista ci induce a guardarci dentro e a dare sempre la giusta luce alle inclinazioni personali, senza mai relegare a semplice hobby le proprie passioni, sforzandosi di vivere la propria vita nel miglior modo possibile –Davide a Giovanna: non si accontenti di sopravvivere, lei deve pretendere di vivere in un mondo migliore, non soltanto sognarlo.
A questo splendido film dedichiamo una ricetta tradizionale della cucina ebraica romana: le zucchine marinate o concia di zucchine.
INGREDIENTI: 2 Kg di zucchine romanesche – 1 spicchio di aglio (facoltativo) – prezzemolo e menta romana (in alternativa basilico) –sale, pepe q.b. – olio extravergine d’oliva – aceto di vino bianco (o aceto balsamico).
PROCEDIMENTO: Lavate e tagliare zucchine a rotelle non troppo sottili o come si dice “a fetta di salame”, e friggetele in abbondante olio extravergine di oliva; man mano che si va avanti con la frittura, cominciate ad adagiarle, dopo averle scolate, in un’insalatiera o in una pirofila con i bordi alti, creando degli starti: ogni strato di zucchine ancora caldo va condito con un pizzico di sale, aceto di vino bianco (o balsamico a chi piace un sapore più agrodolce), un trito di aglio, prezzemolo e menta (o semplicemente del basilico sminuzzato se si vuole ottenere un sapore più delicato). Proseguire con gli strati sino ad esaurimento. Quando avremo completato tutti gli strati, irrorare il tutto con un filo di olio a crudo, e far marinare per qualche ora. Ottimo come contorno. E come si dice al termine di una gustosa ricetta, soprattutto dopo aver evitato di schizzarsi con l’olio bollente o di affettarsi le dita nel tagliare le zucchine…: Buon Appetito!
da Maria Letizia Panerai | Nov 23, 2014
Accoppiata vincente quella Bova-Cortellesi che, dopo il Nastro d’Argento con Nessuno mi può giudicare che valse alla Cortellesi anche un David di Donatello, ci riprovano con questa graziosa commedia di Riccardo Milani, regista prevalentemente televisivo, ma con un grande film come Piano solo nel suo curriculum cinematografico. Scusate se esisto! potremmo definirlo una moderna versione italiana della famosissima commedia del 1988 di Mike Nochols Una donna in carriera, in cui Serena-Cortellesi interpreta una goffa e molto meno sensuale Tess-Griffith, che tenta di tenere alta la bandiera delle donne con cervello quando si trovano a doversi misurare con un mondo lavorativo in cui il “maschio” non si accontenta solo di imperare, ma tende a relegare l’universo femminile in ruoli comprimari, talvolta mortificanti. Nata ad Anversa, in Abruzzo e non in Belgio, Serena Bruno è una sana ragazza cresciuta in un paesino montano di poche anime, con genitori semplici che le pagano gli studi di architettura; Serena è brava e si laurea con il massimo dei voti, consegue diversi master all’estero e comincia a girare il mondo per lavoro, mostrando anche una certa propensione per le lingue straniere. Ma la nostalgia per l’Italia è tanta e decide un bel giorno di tornare; approda a Roma dove, non riuscendo subito a lavorare come architetto, per mantenersi e non pesare sulla sua umile famiglia, comincia a fare lavori alternativi. Quando si presenta per un colloquio come cameriera in un ristorante, conosce Francesco (Bova), il proprietario: bello come il sole, simpatico e da poco tornato single…l’uomo perfetto! Tra i due tuttavia non potrà nascere una storia d’amore, anche se Serena in principio non ne comprende subito il perché, ma si porranno le basi per una bella amicizia. Sarà Francesco ad incoraggiare Serena a partecipare ad un bando di concorso pubblico per architetti: le selezioni permetteranno alla goffa ragazza di entrare a far parte di un prestigioso studio di architetti, il cui boss (Ennio Fantastichini) ha ottenuto l’appalto per la riqualificazione del Corviale, complesso composto da 1200 appartamenti di piccolo taglio, alla periferia di Roma. Il “serpentone” romano di cemento armato, un edificio lungo un chilometro sito nei pressi del Portuense, costruito nel 1972 con l’idea di rappresentare uno sviluppo urbanistico per la capitale e le cui dimensioni mastodontiche pare abbiano indebolito la penetrazione del famoso ponentino romano, è il terzo protagonista di questa gradevole commedia che, tra il serio ed il faceto, scorre facilmente, facendoci ridere di gusto senza mai cadere nella volgarità spicciola, ma affrontando anche qualche punto di breve riflessione. Tra i tanti attori di cinema e TV, che coralmente hanno fatto piccoli camei nel film, vale la pena sottolineare l’interpretazione di un inedito quanto irriconoscibile Marco Bocci.
data di pubblicazione 23/11/2014
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da Maria Letizia Panerai | Nov 23, 2014
Film corale sicuramente non originale ma ben riuscito, erroneamente paragonato al Grande Freddo di Kasdan, Piccole bugie tra amici è un buon prodotto della nuova cinematografia francese di cui G. Canet ne è un esempio, sia come regista che come interprete. A questi amici, che trascorrono tra egoismi e falsità, una bella ed educativa vacanza in una splendida villa a Cap Ferret, dedichiamo un dolce il cui nome “falsamente” francese cela un’origine portoghese: Crème Caramel o Latte alla Portoghese, tanto per confermare che a volte qualcuno non è proprio ciò che dice di essere….
INGREDIENTI:1 litro di latte intero alta qualità – 6 uova freschissime – 2 etti di zucchero semolato – 1 baccello di vaniglia – la buccia di un limone non trattato.
PROCEDIMENTO: Mettere sul fuoco il latte con 1 etto di zucchero, il baccello di vaniglia e la buccia del limone facendo attenzione che non rimanga la parte bianca che può risultare amara. Quando il latte sta per bollire, abbassare la fiamma e far sobbollire per qualche minuto; spegnere il fuoco. Quando il latte è tiepido togliere la buccia del limone e il baccello di vaniglia. Fare freddare il latte ed aggiungere ad una ad una le uova intere (rosso ed albume), mescolando di volta in volta o con una forchetta o con la frusta del frullatore a velocità media: la scelta dipende dal fatto se il crème caramel volete che abbia quei piccoli buchetti tipici di un prodotto artigianale (usate la forchetta) o a grana più fine (usate le fruste). Preparate a parte del caramello con il restante zucchero, lasciandolo sciogliere sul fuoco con un po’ di acqua. Mettere il caramello ancora caldo dentro lo stampo in pirex da budino (o anche uno antiaderente) facendolo aderire alle pareti e versarci il composto di latte e uova, filtrandolo con un colino. Nel frattempo fate scaldare bene il forno, fisso solo sotto, a 180°. Mettete il contenitore con il composto al centro di un tegame a bordo alto (tipo la teglia per fare le patate al forno) e versate dell’acqua nel tegame sino a far sì che il contenitore con il crème caramel risulti immerso per metà. Cuocete in forno per circa 50 minuti/1 ora e lasciate freddare dentro a forno spento. Rovesciate il creme caramel dopo averlo fatto freddare in frigo.
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