da T. Pica | Lug 30, 2015
(Roma, 30 luglio 2015)
Sotto una luna piena stregata Il Padrone della Festa celebra la conclusione del tour del trio Fabi Silvestri Gazzè nell’arena rock della città che ha dato i natali ai 3 cantautori romani.
Un concerto spettacolo durante il quale i 3 amici del Locale dietro piazza del Fico – dove hanno edificato la loro amicizia sperimentando, confrontandosi e crescendo umanamente e musicalmente insieme nonché con gli altri compagni storici Roberto Angelini e Alex Britti – non si sono risparmiati e in oltre 2 ore e mezza di show, nel senso più alto termine, hanno regalato agli oltre 20.000,00 fans emozioni e risate ripercorrendo i brani degli esordi, quelli che ormai sono “classici” della discografia italiana, le hits degli ultimi anni fino ai successi della loro opera prima come “collettivo” ovvero Il Padrone della Festa. Pur essendo un concerto di “addio” come “band” – da oggi ognuno riprenderà la propria strada di cantautore solista – è stata a tutti gli effetti una grande festa, fatta di racconti, di ricordi, aneddoti, sketches condivisi con il pubblico. La serata si apre con Alzo le mani tratta dal loro album, poi i 3 ragazzi si cimentano ciascuno con un proprio brano degli esordi. Si continua in una vera escalation delle più belle foto “dell’album di famiglia” e a sorpresa Niccolò Fabi canta il brano Mentre Dormi di Gazzè, quest’ultimo si cimenta in E’ non è di Fabi, entrambi con un’intensità che per qualche istante ti fa credere che stiano cantando un proprio brano tanto profondo è il feeling e la sensibilità che li lega.
Il palcoscenico si trasforma poi in un ring esilarante per l’incontro di pugilato “Fabi/Gazzè” moderato dallo spassoso arbitro Silvestri in una versione live ricca di sorprese e gags del brano L’Avversario. Dal live de Il Padrone della Festa ogni spettatore, oltre a scatenarsi nel viaggio delle parole e delle note che hanno segnato gli ultimi 18 anni di musica italiana insieme ai bimbi di 5 anni che cantano tutte le canzoni sulle spalle dei papà, viene una gran voglia di condividere e di fare progetti, di lavorare in squadra perchè, per dirla come direbbero la coppia Mazzantini/Castellitto, “nessuno si salva da solo”! Non c’è alcun dubbio: Fabi Silvestri e Gazzè sono i mattatori della musica cantautorale italiana; per bravura, sensibilità, passione, affiatamento, amore tra loro, per il loro lavoro e per il pubblico, in tanti frangenti è stato come rivedere i 3 mattatori Gassmann Manfredi e Tognazzi. Speriamo, quindi, che il concerto di ieri sera sia soltanto un “arrivederci” e che lo sguardo incantato di Niccolò (che a fine concerto non riusciva ad abbandonare il palco completamente rapito dal colpo d’occhio della folla entusiasta), quello “Sornione” di Daniele e il sarcasmo di Max nella sua armatura saracena tornino presto a esibirsi istrionici nei loro virtuosismi alla chitarra e al basso, regalandoci nuove composizioni a 6 mani.
data di pubblicazione 30/07/2015
da Accreditati | Lug 29, 2015
(Conferenza stampa-Roma, 29 luglio 2015)
Sorprendente è stato l’aggettivo più usato da Alberto Barbera, Direttore della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, alla consueta conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2015.
E Barbera, che è uomo di profonda serietà, non intendeva affatto usare quell’aggettivo in senso trionfalistico, ribadendo al contrario la difficoltà di comporre un programma che accontenti le aspettative più altisonanti; il suo sorprendente si riferiva invece al contenuto di molti film che per una fortunata coincidenza ed ognuno per un diverso motivo, in qualche modo, rappresenteranno una sorpresa anche rispetto al background dei loro rispettivi autori. Barbera ha parlato anche di programma spiazzante, vario, con grandi film hollywoodiani ma anche piccole realtà; e parlando dei temi trattati ha usato spesso anche il termine disturbante. Fiduciosi ed incuriositi dalle sue parole, ci viene tratteggiato un profilo di questa edizione che conta 55 pellicole, contro le 54 dello scorso anno, e tra queste 21 sono in Concorso nelle quali si contano 4 pellicole italiane definite da Barbera “la pattuglia italiana”, ed altre 18 Fuori Concorso; ben 32 sono le pellicole nella sezione Orizzonti (di cui nell’ambiente si dice già un gran bene e di cui sarà assicurata la trasmissione contemporanea su piattaforme streaming), definita dal Direttore Artistico un altro concorso con pari dignità rispetto a quello ufficiale.
Confermato il premio alla carriera a Bertrand Tavernier, sono attesi altri festeggiamenti centenari, altri film restaurati e l’inaugurazione di un’arena destinata soprattutto al grande pubblico che, passando per il Lido, può godersi un appuntamento cinematografico senza accrediti né prenotazioni di sorta.
Tra i grandi registi registriamo la presenza di Bellocchio, Wiseman, Sokurov, Skolimovsky, Tsai Ming Liang, Kaufman, Scorsese (con un corto interpretato da attori del calibro di De Niro, Di Caprio, Pitt); tra gli italiani in Concorso si registra il ritorno di Luca Guadagnino con un remake de La piscina. Moltissimi gli autori anche dell’America Latina, vera e propria novità rispetto alle passate edizioni, mentre ahinoi è sfumata la presenza dell’ultimo Tarantino.
data di pubblicazione 29/07/2015
da Antonietta DelMastro | Lug 28, 2015
È un diario delle mutazioni del corpo e dei limiti che ci vengono da esso imposti con il passare degli anni, limiti di cui noi stessi restiamo spesso sbalorditi.
Il diario che un padre lascia in eredità alla propria figlia e che descrive, dall’età di 12 anni fino a ben oltre gli ottanta, la sua vita attraverso le mutazioni del corpo, le scoperte, e le sensazioni e, infine, il triste e lento decadimento.
Il romanzo si dipana alternando descrizioni fatte da frasi brevi e concise a elenchi di propositi a descrizioni di avvenimenti che descrivono storie, sensazioni, paure che ci fanno conoscere l’io narrante, un francese nato nel ’24. Veniamo così a conoscenza della sua infanzia con l’adorato padre che lo copriva di parole affettuose e che, una volta morto, lo lascia solo con una madre anaffettiva; conosciamo la tata Violette che crea appositamente per lui bambino la merenda di pane e mosto d’uva e che lo cresce con affetto e saggezza contadina; poi la guerra che porta con sé i primi amori, fino al matrimonio, alla paternità, alla gioia di diventare nonno e all’ultimo capitolo: “agonia”.
Un vero viaggio attraverso tutti i sentimenti che costituiscono il nostro essere e che il corpo esprime a suo modo, sesso, paura, affetto, dubbi…
Il protagonista osserva che “passiamo la vita a confrontare i nostri corpi. Ma, una volta usciti dall’infanzia, in maniera furtiva, quasi vergognosa. A quindici anni, sulla spiaggia, studiavo i bicipiti e gli addominali dei ragazzi della mia età. A diciotto o vent’anni il gonfiore sotto l costume. A trenta, a quaranta, gli uomini paragonano i capelli (guai ai calvi!). A cinquant’anni la pancia (non metterla su), a sessanta i denti (non perderli). E adesso in queste adunate di vecchi avvoltoi…. Semplicemente l’età. Tizio dimostra molti più anni di me, non trova?”
In una intervista del novembre 2012, apparsa sul soulfood-capital.blogautore.repubblica.it, Pennac dice del suo libro: “…È stata la voglia di raccontare non i sentimenti o l’anima di un personaggio, ma una vita attraverso la tensione che un uomo ha nei confronti proprio del suo corpo ed è appassionante per me perché il soggetto è anche l’oggetto della scrittura…”
Innegabile che, scritto da altri, sarebbe probabilmente stato un volume noioso e senza senso. Pennac ha una plume magica, e lo abbiamo imparato con la saga di Benjamin Malaussène scritto in modo comico e surreale, in Storia di un corpo riesce a rendere intriganti anche le descrizioni dei vari esami che, uomo ormai avanti negli anni, deve subire.
da Antonietta DelMastro | Lug 28, 2015
Ho stentato a finirlo.
Il mio personalissimo parere è che il libro sia reso faticoso a causa di un linguaggio eccessivo che sposta l’attenzione del pubblico dalla storia che si vuole narrare all’architettura delle frasi, alla ricerca continua di termini desueti, alla costruzione del periodo, per i miei gusti, troppo intricato, tortuoso, che manca di chiarezza con flashback improvvisi che lasciano spiazzati e obbligano a tornare indietro e rileggere il brano dall’inizio…
Un esercizio stilistico fine a se stesso che toglie potenza ai personaggi per altro mirabilmente costruiti, che fa perdere il lettore e rende meno potente il messaggio che l’autore vuole fare arrivare perché nascosto in un mare di parole, parole, parole…
La storia è interessante.
Quando si poggia il blocco note e l’evidenziatore, ci troviamo spettatori in uno spaccato della Bari bene, purtroppo dilaniata dagli interessi personali che distruggono tutto quello che è di ostacolo alla creazione di potere e altro denaro. Queste vicende ci arrivano attraverso la storia di una potente e ricchissima famiglia: padre palazzinaro, madre disposta a chiudere gli occhi su tutto pur di mantenere il suo status, e i figli che oscillano continuamente tra l’odio per ciò che il padre rappresenta e le comodità di cui usufruiscono proprio per quel che il padre rappresenta.
Una bella storia.
Speriamo che il prossimo libro salvaguardi più i contenuti che la forma.
da Antonio Iraci | Lug 26, 2015
(Roma-Teatro 1 Cinecittà, 18 aprile/20 settembre 2015)
Quando nel lontano giugno del 1985 la rivista americana National Geographic pubblicò in copertina il ritratto della ragazza afghana, scattato da Steve McCurry in un campo profughi a Peshawar in Pakistan, in pochi avrebbero scommesso che quella foto avrebbe girato il mondo e sarebbe poi stata utilizzata, come indiscussa icona, nelle brochure di Amnesty International per le proprie campagne a tutela dei diritti umanitari.
Quella stessa ragazza, rimasta sconosciuta per quasi 17 anni, fu poi casualmente ritrovata, ancora con i segni della speranza tracciati sul volto e con quello sguardo straordinario, rimasto immutato, che aveva commosso e impressionato l’intero pianeta.
Da quell’immagine si può risalire a Steve McCurry, nato in un sobborgo di Filadelfia nel 1950, oggi fotografo di fama mondiale che sin dai primi anni di attività è stato capace di distinguersi per il coraggio oltre che per le sue doti professionali.
Tutto ciò emerge dai suoi primi reportages quando riuscì ad attraversare il confine tra Pakistan ed Afghanistan per andare a fotografare quel paese devastato dalla recente invasione russa, quando riuscì a fissare per la prima volta quei volti umani che con lo sguardo riuscivano a raccontare le proprie storie di disperazione e dolore.
Lui stesso affermava che se si è pazienti, se si impara ad aspettare, la gente dimentica di aver di fronte la macchina fotografica ed allora ci si accorge quasi per magia che la loro anima esce allo scoperto per mostrare la sua vera essenza.
Quanto affermato lo si può osservare se si percorrono gli spazi bui della mostra curata da Biba Giacchetti, su allestimento di Peter Bottazzi, al Teatro 1 di Cinecittà, in cui lo spettatore può scoprire l’impareggiabile produzione fotografica di McCurry di questi ultimi anni.
Questa mostra conduce in effetti “oltre lo sguardo” per raccontare, attraverso l’immagine di quei volti, la storia che sta oltre lo sguardo stesso di chi osserva e, a sua volta, è osservato attraverso l’obiettivo.
In questo fotografare McCurry non si limita quindi a fissare l’attimo infinitesimale dello scatto, ma partendo da questo punto accompagna lo spettatore in uno spazio temporale infinito, dove il soggetto stesso ne risulta parte integrante e mai casuale.
La mostra si dipana attraverso un percorso non tracciato, un labirinto senza via di fuga dove le immagini si scoprono via via che si procede, conquistati dai colori e dalla luminosità dei volti che ci raccontano l’umanità stessa presente in quegli angoli più nascosti del mondo, dove c’è guerra e morte, ma anche speranza: una vita vissuta, una storia non inventata.
Non a caso lo stile cinematografico di McCurry ben si inserisce in un contesto come Cinecittà, luogo sacro per molti cineasti e dove lui stesso aveva studiato da ragazzo coronando il sogno di tanti giovani americani di poter accedere a quegli studios resi famosi dai registi italiani di riconosciuta notorietà.
La mostra merita una visita, non fosse altro perché ci porta dentro un mondo di sogni e fantasia, in uno spazio magico dove ci si lascia dietro il trambusto della vita quotidiana per tuffarsi da protagonisti in un’ avventura da non dimenticare.
data di pubblicazione 18/04/2015
da Elena Mascioli | Lug 26, 2015
(Roma, Arena Nuovo Sacher – 6/23 luglio 2015)
“I pazzi stanno da soli. Gli altri si fanno i villaggi, le chiese, le scuole.” L’anima in pena di Eleonora Danco si aggira per Roma e Terracina, sostando su un letto su cui vuole rimanere con le briciole dei biscotti Gentilini, o dialogando con giovani ed anziani, due categorie scelte perché fuori dal sistema produttivo, in sospensione, e per questo motivo materiale più stimolante, con una maggiore libertà nel comunicare. Un film speciale, suggestivo come a volte sa esserlo solo la verità della realtà, una condizione, quella della realtà, perseguita dalla regista stessa, girando fuori delle case, ad esempio, proprio per togliere qualsiasi velo di realismo. Un film che non si può spiegare ma che attinge alle periferie così come ai quadri di De Chirico, alle suggestioni teatrali così come alla resa documentaria delle interviste. Il film più originale della rassegna, sicuramente, ma che non è riuscito a strappare uno dei premi assegnati dalla giuria di 40 spettatori che, fedeli, stanchi ma contenti dell’esperienza, hanno così decretato le loro scelte: Miglior film – Last Summer di Leonardo Guerra Seràgnoli, Miglior dibattito – La terra dei santi di Fernando Muraca, Miglior attore – Marco Todisco di Banana, Miglior attrice – Ariane Ascaride di L’amore non perdona. Una rassegna che è una festa di cinema, perché, come ha ben detto una delle più assidue commentatrici del dibattito, la prof.ssa Milazzo, “Se non qui, dove?”, lamentando il fatto che i film visti erano stati, con alcune eccezioni, difficilmente reperibili in sala, durante l’anno. Dunque, un’occasione per vedere e scegliere di vedere, per vedere cosa di nuovo ha da dire il cinema italiano, dove sta andando, e, visto che si tratta di esordi, dove probabilmente andrà. I film saranno comunque replicati durante il mese di agosto, sempre all’arena Sacher, pertanto se leggendo i nostri articoli vi siete incuriositi, non vi resta che recarvi a Largo Ascianghi. Ma attenzione: ad agosto, senza Nanni. “Il dibattito no”.
data di pubblicazione 26/07/2015
da Elena Mascioli | Lug 23, 2015
(Roma, Arena Nuovo Sacher – 6/23 luglio 2015)
“Volevo evitare l’eccesso di caratterizzazione. Abbiamo lavorato per sottrazione.” Questo il racconto diEdoardo Falcone sulla lavorazione di Se Dio vuole, sua commedia d’esordio alla regia, che però si è avvalsa delle interpretazioni di nomi quali Marco Giallini, Alessandro Gassman e Laura Morante. E certamente un po’ di sottrazione avrebbe giovato alla musica, assordante nel suo voler dimostrare, fin dalla prima inquadratura, l’intento comico di un film comunque divertente e ben ritmato. Giusta l’idea di invertire i ruoli tra Gassman e Giallini, facendo rivestire al secondo i panni del cardiochirurgo borghese un po’ carogna, mentre Gassman è il prete popolare, come dichiaratamente lo è il film negli intenti e sul macrotema (parole del regista), la spiritualità, la vocazione, ma anche l’Ego. Falcone dichiara la commedia all’italiana quale suo punto di riferimento e spiega di aver voluto raccontare anche gli stereotipi laici sulla Chiesa cattolica. Il film diverte, grazie alle riuscite interpretazioni di tutto il cast, anche se qualche stereotipo, nonostante le dichiarazioni d’intenti, sembra inevitabile, anche nella delineazione dei personaggi. Il pubblico, divertito, ringrazia il regista per l’ilarità rinfrescante della serata, penultima della rassegna Bimbi belli. Stasera l’ultima proiezione con la proclamazione dei vincitori decisi da una giuria di 40 persone, come annunciato da Moretti. A domani con l’ultimo articolo!
data di pubblicazione 23/07/2015
da Elena Mascioli | Lug 22, 2015
(Roma, Arena Nuovo Sacher – 6/23 luglio 2015)
“L’inverno esiste anche in Sardegna”. Bonifacio Angius rende ragione in tal modo della sua scelta di raccontare una vicenda ambientata a Sassari con una luce che sa più di Nord-Europa, come viene fatto notare da diversi spettatori che evocano i nomi di Kaurismaki, e addirittura Bergman, nel dibattito post-film. Angius cita, sollecitato da Moretti, i film che rappresentano suoi punti di riferimento in generale, Le notti di Cabiria di Fellini, Una moglie di Cassavetes, Toro scatenato ma soprattutto, per la fugura del protagonista di Perfidia, Taxi Driver di Scorsese. Il luogo, Sassari, non è volutamente riconoscibile, perché il regista sceglie di far aggirare Angelino, il protagonista, in un luogo anonimo, privo di bellezza. Un luogo, un ambiente, un mondo che non ti guarda in faccia, ed è questa la perfidia del titolo del film, oltre al brano cantato da Nat King Cole che Angius ascoltava ossessivamente durante la stesura della sceneggiatura e le riprese. Un tempo sospeso, grazie alla già citata scelta della fotografia di Pau Castejòn Ubèda e alla scrittura. Un luogo sospeso, a sua volta, nel tempo, in cui la radio è accesa su una stazione che rimanda preghiere perché quel parlare aiuta a non pensare, un luogo in cui non si vedono telefonini e i televisori sono ancora col tubo catodico, un ambiente in cui i sogni sono piccoli, inquadrati attraverso le porte di un appartamento, ma anche quelli sembrano irrealizzabili. Una tragedia smussata dall’ironia, come fa notare lo stesso Moretti, e soprattutto un film che lascia margine interpretativo al pubblico, il quale infatti chiede, argomenta, interpreta, trovando dall’altra parte alcuni non so di un regista che non vuole o non può dare risposte univoche. Perfidia era l’unico film italiano in concorso alla 67esima edizione del Festival di Locarno. Una menzione speciale del pubblico di Bimbi Belli va certamente assegnata alla splendida interpretazione di Mario Olivieri, nel film il padre di Angelino, “preside per hobby nella vita, ma anche attore di teatro” e qui alla sua prima interpretazione cinematografica.
data di pubblicazione 22/07/2015
da Elena Mascioli | Lug 21, 2015
(Roma, Arena Nuovo Sacher – 6/23 luglio 2015)
“Io ci provo ad essere felice. Però non si può essere felici di tutto. Basta esserlo di qualcosa. Quel qualcosa illumina il resto. E siamo salvi.” Questa la filosofia di Giovanni, un adolescente che a scuola tutti chiamano Banana (che è anche il titolo del film) e che invece vorrebbe essere chiamato Il Brasiliano. Un Don Chisciotte under 18 che scorrazza in periferia su un Ronzinante/bicicletta, inseguendo l’amore per la compagna di classe Dulcinea/Jessica. “Non è troppo bella per te? / Non sono mica deforme! – Non è troppo grande per te?/ È solo stata bocciata un po’.” Questo lo scambio di battute che Banana ha con Emma (la brava Camilla Filippi), sua sorella, archeologa disoccupata, una delle persone speciali della sua vita. Banana è paffuto, simpatico, divertente, romantico, sognatore, una schiappa a calcetto. Banana promette a Jessica: “Non è vero che tutti fanno schifo”, e per mantenere la sua promessa è disposto ad andare fino in fondo… ad un armadio. Banana è uno che ci crede, fino alla fine. “Ed è sempre bello sapere che qualcuno ci crede!”, gli dice Emma. A fare da contraltare alla vitalità e alla purezza di Banana il mondo disilluso e mortifero dei grandi, con i volti e le riuscite interpretazioni di Anna Bonaiuto, Giorgio Colangeli, Gianfelice Imparato e Giselda Vodoli, e un paese che sventola una bandiera sfilacciata, con una scuola che perde lettere, pezzi e scommesse. “Non andare. Tu avevi pensieri belli” dice Banana alla sorella. Ma nonostante le sconfitte e la tristezza della realtà, il film non perde grazia e speranza, regalando al pubblico, divertito, un pallone non bucato, delle rose e un italianissimo e interessante viaggio alla ricerca della felicità.
data di pubblicazione 21/07/2015
da T. Pica | Lug 21, 2015
Tra le “casse armoniche” di Renzo Piano spiegate come vele nel cielo che lentamente imbrunisce senza un alito di vento si diffondono le note dell’inconfondibile sound di Ben Harper & The Innocent Criminals. Su un palco minimale l’artista internazionale, tra i più grandi chitarristi viventi degli ultimi anni, si presenta al pubblico come un vecchio amico tornato a trovarci ed è subito palpabile la confidenza e l’atmosfera intima quando si intrattiene per raccontarci subito la sua emozione durante la visita mattutina alla Cappella Sistina. Ultimati i saluti, il “nostro” amico sistema sgabellino e microfono, adagiati su due tappeti dal sapore persiano e vintage, e inizia una lunga “chiacchierata” con quelli che ormai non sono solo classici del suo repertorio, ma della musica mondiale. Da Welcome to the Cruel World, passando per Glory & Consequence, Steal My Kisses, Fight for Your Mind, Diamonds on the inside, fino ai ritmi di With My Own Two Hands che manda tutti gli spettatori in visibilio. Difficile davvero rimanere composti nelle proprie sedute e allora ecco che tutto il pubblico si lancia come in un grande abbraccio verso Ben e gli Innocent Criminals sotto il palco e lungo le gradinate della Cavea ballando e cantando. Non mancano poi le forti emozioni durante l’interpretazione a cappella Amen Omen e la versione acustica di Walk away. Insomma, per quasi due ore il frinio delle cicale del parco confinante di Villa Glori è stato soltanto il tenue sottofondo dei virtuosismi vocali e musicali di Ben e delle simpatiche “canaglie” della sua band che per bravura, espressività e passione rievocano i volti storici dei musicisti di New Orleans e dell’Alabama.
Appagati nel cuore e nello spirito, e nuovamente sopraffatti dalle instancabili cicale romane, dobbiamo solo attendere che l’amico Ben torni presto a trovarci nel “salotto” sotto le stelle della città eterna per presentarci il nuovo album in fase di stesura!
data di pubblicazione 21/07/2015
Gli ultimi commenti…