WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

L’inverno del titolo è quello tra il 2013 e il 2014, il fuoco quello delle gomme e dei mobili bruciati per proteggere le barricate create dal milione di cittadini scesi in piazza, a Kiev, allo scopo di garantire un futuro alla nazione e alle giovani generazioni, ponendo fine ad un regime fintamente democratico, corrotto. Una protesta iniziata degli studenti per chiedere maggiore integrazione europea e poi sfociata in una rivolta contro la corruzione e lo stato delle cose in Ucraina. Una rivolta ormai nota come “della Dignità”, che ebbe piazza Maidan come luogo di svolgimento e simbolo. Il documentario non ci risparmia nulla, morti, feriti, persone scomparse, le storie di gente comune che decide di scendere in piazza perché sa che se non lo fa in quel momento non potrà farlo mai più. Le cariche della polizia e infine la fuga del presidente Yanukovic, la lotta sanguinosa, ancora una volta, per ottenere diritti fondamentali, tutto raccontato dalle immagini ma anche dalle voci dei veri protagonisti, che se ne fanno dunque anche narratori. Un documentario che colpisce al cuore portando alla nostra attenzione fatti così vicini e recenti che però forse abbiamo solo distrattamente seguito nelle notizie da 30 secondi. Molto efficaci le scelte musicali, che ci raccontano un paese attraverso la sua musica tradizionale, ed emozionante la voce unica di un milione di persone che canta l’inno nazionale a Piazza Maidan. Commossa tutta la delegazione del film davanti all’applauso, commosso e sentito del pubblico della Sala Grande. Da vedere munendosi di fazzoletti e voglia di saperne di più della nostra storia, del presente intorno a noi.

data di pubblicazione 04/09/2015








WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

ITALIAN GANGSTERS di Renato De Maria – IT (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Orizzonti)

Italian Gangsters, a metà strada tra il documentario e il saggio, ripropone sul grande schermo uno spaccato della malavita nostrana di un tempo ormai perduto, in una sorta di tributo, quasi nostalgico, alla figura del criminale gentiluomo che ha segnato una parte della cronaca italiana tra la metà degli anni ’30 e la fine degli anni ‘60. In una realtà cinematografica, e non solo, che negli ultimi anni si è catalizzata sulle storie della criminalità del Meridione, la cinepresa di Renato De Maria ha montato, come in un collage, il copioso materiale video messo a disposizione dall’Istituto Luce per narrare la storia di alcuni giovani ragazzi, e delle loro rispettive bande, dediti al crimine tra Milano, Torino e Bologna. Si parla di banditi settentrionali doc – meno brutali e, per questo, meno noti rispetto a Vallanzasca – che negli anni del dopo guerra hanno mosso i primi passi di banditi in erba, parallelamente alla lenta ascesa dell’industria delle città in cui erano nati e cresciuti, fino al loro inesorabile declino tra la fine degli anni ’60 e gli anni ‘70. I racconti della banda Cavallero, Ezio Barbieri, Paolo Casaroli, Luciano De Maria, il bolognese Luciano Lutring e Horst Fantazzini, narrati in modo alternato per bocca di ciascun bandito attraverso i monologhi resi nella forma del teatro di posa dagli attori, tutti davvero bravi, presi in prestito al Teatro dal Regista, sono stati costruiti sulla base delle interviste che gli stessi malavitosi avevano rilasciato, all’epilogo delle loro “carriere”, a giornalisti come Idro Montanelli ed Enzo Biagi e dei giornali dell’epoca. Il tutto, poi, è movimentato e “colorato”, anche visivamente, dalle rocambolesche sequenze delle pellicole di genere, divenute veri cult, di Bava, Di Leo e Deodato in un continuo avvicendarsi con le immagini di repertorio e gli intensi primi piani dei banditi che ricordano le loro imprese, criminali e amorose. Buono l’accompagnamento musicale. Tuttavia il “docu-saggio” non suscita alcuna forma di reazione o coinvolgimento con le gesta di delinquenti ormai sbiaditi e poco pulp.

data di pubblicazione 03/09/2015







 

WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

LOOKING FOR GRACE di Sue Brooks – Australia (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

La dilatazione del tempo e dello spazio sono i due assi cartesiani su cui si sviluppa Looking for Grace, il film australiano presentato in concorso. Se lo spazio dilatato è proprio dell’ambientazione del film, le grandi distese australiane della zona del cerchio del grano,  quella del tempo è certamente una volontà della regista, anche se, per la verità,  ella stessa non ha saputo dar gran conto delle proprie scelte in conferenza stampa. Alla domanda sull’evento finale del film, ha risposto che così è la vita, le cose accadono senza un perché.  E il giornalista l’ha rimbeccata dicendo che si, è così nella vita, ma nella sceneggiatura che lei ha scritto, le cose accadono o non accadono per un perché! Uno a zero per la stampa. Ad un altra domanda sulla famiglia protagonista del film,  molto sopra le righe e con comportamenti assurdi e distanze glaciali nei rapporti, la regista, cadendo dalle nuvole, ha ribadito la propria convinzione che le famiglie siano tutte così. Per fortuna la sappiamo in torto. L’elemento che poteva essere interessate è la scelta di raccontare, in sequenza, antecedenti della storia comune , ad illustrare i singoli protagonisti nel loro percorso fin lì,  fino al punto in cui le strade si incrociano. Ma, dopo aver visto lo splendido uso del flashback, prima sonoro e poi visivo, del film di Prà, Un mostro de mil cabezas, con cambio del punto di vista narrante, espediente che conferiva al film un ritmo strepitoso, il tentativo della Brooks sembra piuttosto ingenuo e non sempre riuscito secondo le intenzioni. Non manca qualche risata da battute degne dell’umorismo nordeuropeo, ma il risultato generale si avvicina più o meno alla sufficienza. Looking for the next.

data di pubblicazione 03/09/2015







WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

SPOTLIGHT di Thomas McCarthy – USA (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori concorso)

Basato su una storia vera il film di Thomas McCarthy, presentato a Venezia nella Sezione fuori concorso, narra di un gruppo di giornalisti investigatori appartenenti alla sezione denominata Spotlight (tutt’oggi esistente) del quotidiano locale The Boston Globe. È l’estate del 2001 quando il neo direttore (Liev Schreiber) decide che la Spotlight deve accantonare le indagini giornalistiche in corso per riaccendere i riflettori su alcuni casi di abusi su minori susseguitisi una trentina di anni prima nella loro comunità ad opera di alcuni prelati, e segretati dall’omertà di alcuni componenti di spicco della società cattolica bostoniana. Coordinati da Walter Robinson “Robby” (Michael Keaton), nel gennaio del 2002 il gruppo Spotlight riuscirà a rendere di pubblico dominio la storia di un sistema di protezione attuato da un gruppo di avvocati nei confronti di alcuni sacerdoti della diocesidi Boston.

Il film di McCarthy è di estrema attualità e punta il dito non solo sull’inefficacia delle rare misure adottate dalla Chiesa nei confronti delle sue mele marce, ma soprattutto sulle violenze, oltre che fisiche anche di fede, arrecate a bambini affidati alle cure di sacerdoti, veri e propri padri spirituali, che in questo modo hanno doppiamente violentato le proprie vittime.

Ben interpretato, incalzante e realistico, non banale né retorico, in Spotlight spicca l’interpretazione di Mark Ruffalo, che in conferenza stampa ha manifestato uno spirito in linea con le sue battaglie da attivista in campagne di rilevanza politico-sociali. Sicuramente da vedere, sia per lanciare il messaggio di un ritorno al giornalismo libero ed investigativo che oramai in America è di appannaggio solo di pochi professionisti finanziati da privati, sia per invitare ovviamente la Chiesa a fare chiarezza.

data di pubblicazione 03/09/2015








WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

BEASTS OF NO NATION di Cary Fukunaga – USA (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Venezia 72)

Beasts of No Nation scrive un capitolo di indubbio impatto narrativo nel variegato “racconto della realtà” proposto dalla 72^ edizione del Festival della Laguna. Il piccolo Agu (Abraham Attah) vive con la sua famiglia in un villaggio dell’Africa occidentale. Si diverte a giocare alla “TV dell’immaginazione”, fino a quando l’irrompere della guerra civile lo deruba del suo sorriso, dei suoi sogni, della sua fede. Separato dalla madre e testimone della spietata esecuzione del padre, Agu, si imbatte in un gruppo di guerriglieri. Il carismatico e dispotico Comandante (Idris Elba) si offre di salvargli la vita, condannando in realtà la sua anima a una morte tanto lenta quanto inesorabile, ammantata dalla “divisa” sempre più appariscente di un intrepido bambino soldato. Un racconto duramente esplicito, che esalta il non senso della guerra seguendo la parabola del gruppo guidato dal Comandante e la metamorfosi che lentamente si disegna nello sguardo dello straordinario protagonista. Abraham Attah, in conferenza stampa, precisa di non aver provato paura, ma solo tristezza, durante la realizzazione delle sequenze più violente, la cui lavorazione, assicura il regista, è stata estremamente frammentata rispetto al risultato finale, anche al fine di tutelare gli interpreti più giovani. L’obbedienza che sconfina in un soggiogamento fisico e psichico, rafforzato dall’allucinazione delle droghe e in grado di guidare le non più innocenti mani dei baby guerriglieri nella commissione di atroci violenze e di peccati inconfessabili: anche se un giorno la guerra finirà, Agu non tornerà più il bambino che era.

Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Uzodinma Iweala, è divenuto un caso mediatico ben prima del suo approdo al Lido. Il regista Cary Fukunaga (Sin nombre, Jane Eyre) ha diretto la prima stagione dell’acclamata serie televisiva True Detective, confermando quanto proficui e trafficati siano di recente i canali di dialogo tra piccolo e grande schermo e restituendo a volte la sensazione di un’autentica inversione nei reciproci rapporti di forza e di autorevolezza. Il binomio cinema-tv è completato da internet, definendo i contorni di una triade che sta gradualmente dispiegando il proprio potenziale dominio sul mercato audiovisivo: Beasts of No Nation è infatti un film targato Netflix, colosso della tv in streaming, che si concede l’inedito lusso dello schermo della sala Darsena prima di confondersi tra i cristalli liquidi di qualche dispositivo portatile. In conferenza stampa il regista chiarisce che l’intervento di Netflix, avvenuto solo in fase di montaggio, non ha influito in maniera significativa sulla lavorazione del film. Riuscirà il cinema a cavalcare la virtuosa onda del web senza restarne travolta? Ai cineasti e al mercato l’ardua sentenza.

 

data di pubblicazione 03/09/2015








 

VOTO: CI HA CONVINTO

WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

UN MONSTRUO DE MIL CABEZAS di Rodrigo Plà – Messico (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Orizzonti)

Inaugura la Sezione Orizzonti della 72^ Mostra di Venezia il film di Rodrigo Plà. Una donna, con un figlio adolescente e un marito gravemente malato, si trova a dover lottare contro il “mostro dalle mille teste” rappresentato dalla burocrazia e dalla corruzione, sintomi di una società altrettanto malata e basata su regole violente che non possono che scatenare a loro volta violenza. Sonia Bonet, dopo l’ennesima quasi fatale crisi del marito malato di cancro, tenta di mettersi in contatto con il Professore che lo tiene in cura; ma questi non vuole riceverlo prima dell’appuntamento già fissato di lì a un mese. La donna insiste e tenta di avere subito un incontro, ma scopre che il professore si fa negare e quindi decide di affrontarlo. Il medico in realtà non vuole più prescrivere al marito della donna dei farmaci che, seppur in grado di alleviarne le sofferenze, essendo molto costosi non sono coperti dalla loro polizza sanitaria; si scoprirà anche che il grande gruppo assicurativo di cui fa parte il medico ha tra i propri regolamenti interni, assolutamente top secret, il riconoscimento di bonus a quei professionisti che riescono a raggiungere una certa percentuale di pratiche di rifiuto nel prescrivere cure a persone del ceto medio che non possono permettersi di pagare premi assicurativi molto elevati.

Il film, girato in modo molto interessante mostrando ogni scena dal diverso punto di vista dei vari protagonisti con l’accompagnamento di commenti musicali che fanno presagire l’arrivo imminente di una tragedia, è un’immagine spietata della nostra società contemporanea che non ha più nulla di umano, al punto da porci violentemente di fronte alle regole di un sistema cieco che riduce gli esseri umani a belve feroci, anche se per urlare al mondo i propri diritti. Solo l’abbraccio di un’infermiera e la comprensione di un poliziotto ci richiamano ad uno scenario di “normalità”…

data di pubblicazione 03/09/2015








WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

EVEREST di Baltasar Kormákur – USA (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori concorso)

Basato su una storia vera. L’indicazione che compare nell’incipit di Everest, film di apertura della 72^. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, lascia emergere quel fil rouge del Festival insistentemente evidenziato dal Direttore Barbera fin dalla conferenza stampa di luglio: il legame con la realtà, in grado di attribuire alla storia il crisma dell’emozione autentica, sia pur conferito in questo caso con i pregi e difetti dello stile hollywoodiano.

La “storia vera” che l’islandese Baltasar Kormákur sceglie di affidare alla trasfigurazione del grande schermo, datata 1996, è ambientata sulla catena dell’Himalaya: la “scalata organizzata” diviene una moda di lusso rivolta a un pubblico di alpinisti non professionisti, motivati a sfidare il rischio del non ritorno da ragioni che, sia pur muovendo dalle prospettive più disparate, finiscono per convergere verso un unico punto di fuga.

Due diverse spedizioni, guidate da Rob Hall (Jason Clarke) e Scott Fischer (Jake Gyllenhaal), si congiungono nell’ardito tentativo di condurre le proprie eterogenee squadre sulla vetta dell’Everest: 8.848 metri, la quota di crociera di 747, per provare a volare senza avere le ali. La risposta alla domanda “Perché?” non né automatica né scontata: si va perché si può, “testa bassa, passo dopo passo”, visto che in fondo conta più l’attitudine che l’altitudine e visto che, soprattutto, “now or never”. Il desiderio di superare i limiti imposti dalla biologica condizione di essere umano divengono una sfida con il proprio “io” inteso in una dimensione più ampia. Se però la poesia dello sport come specchio dell’introspezione individuale si incontra e si scontra con le logiche del mercato e del profitto, si rischia di finire in fila ai piedi del tetto del mondo come alle casse del supermercato di quartiere, smarrendo la capacità di comprendere fino in fondo il mistero della Natura e di fronteggiarne la conseguente Nemesi.

L’esibizione “iperrealistica” propria del 3D, unita all’assordante bufera del sonoro, conduce lo spettatore sui sentieri spettacolari della vertigine da capogiro, restituendo a tratti l’impressione di restare travolti dallo sferzante impatto dei cristalli di ghiaccio, mentre l’aria diviene sempre più insopportabilmente rarefatta.

C’è tanta Italia nel set di Everest: dalla Dolomiti agli Studi di Cinecittà, che compongono il mosaico insieme ai Pinewood Studios e reali paesaggi del Nepal.

Pur cedendo talvolta alle lusinghe del cliché del “genere alta tensione”, enfatizzato da una retorica melodrammatica pressoché inevitabile, Everest conferma le aspettative: un film di star e da botteghino, impreziosito da interpretazioni “minori” d’eccezioni, come quella di Keira Knightley, Emily Watson e Robin Wright; ma anche una riflessione sull’eterna e irrisolta storia di Icaro, sorpreso e “scottato” dell’ebbrezza del volo.

Data di pubblicazione 03/09/2015








WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

VENEZIA 72 – Aspettando la mostra -Omaggio ad Orson Welles

“Non ne parlo mai, perché parlare di film invisibili è una sorta di lutto”. Queste le parole di Orson Welles a proposito de Il mercante di Venezia, film incompiuto e poi, apparentemente perduto anche nei suoi frammenti, fino a ieri in Sala Darsena, a Venezia. Una grande anteprima, dunque,  per la serata del primo settembre 2015 al Lido, per la 72 ^ Mostra del cinema di Venezia, con la proiezione di ciò che si è riusciti a ritrovare,  restaurare,  e ricostruire grazie alla collaborazione di Cinemazero presso la Cineteca del Friuli, Cinemateque Francaise, il Filmmuseum di Monaco di Baviera e la Cineteca di Bologna.  Una ricostruzione ottenuta sostituendo il rullo sonoro perduto con la registrazione di un Mercante di Venezia diretto e recitato a teatro dello stesso Welles. Ad aprire la serata, destinata come da tradizione,  per la  gran parte, al pubblico di Venezia, tramite i coupon comparsi sui quotidiani locali,   il saluto del presidente della Biennale, Paolo Baratta, e del direttore artistico del settore cinema,  Alberto Barbera. A seguire, nella sua prima esecuzione dal vivo a cura dell’orchestra classica di Alessandria, la partitura originale inedita del Mercante di Venezia di Angelo Francesco Lavagnino,  autore delle musiche di molti film “shakespeariani” di Welles. Il successivo regalo fatto al numeroso pubblico accorso è stata poi la proiezione dell’Otello di Welles, nella versione doppiata in italiano che nel 1951 avrebbe dovuto concorrere al Lido.  La copia,  all’epoca, non arrivò.  Qualcuno degli addetti al settore storceva il naso, ieri sera, sulla versione doppiata, e normalmente concordo,  ma la voce e l’interpretazione del doppiatore Gino Cervi sono riuscite a rendere profondamente la forza dello sguardo di Welles e delle parole del Bardo.

LA PRIMA VOLTA DEL MOVIEMOV ITALIAN FILM FESTIVAL AD HANOI Reincontrando Egle ed incontrando Delbono

LA PRIMA VOLTA DEL MOVIEMOV ITALIAN FILM FESTIVAL AD HANOI Reincontrando Egle ed incontrando Delbono

Viaggiare ad est significa andare incontro al sole ed alla luce. Una luce diversa, più profonda e più intima. L’Oriente sorprende sempre per questo. Ogni volta ed a ogni viaggio sempre più piacevolmente.
Il Moviemov_Italian Film Festival, ideato e diretto da Goffredo Bettini, è un festival itinerante nato nel 2010 con l’obiettivo di strutturare una piattaforma d’incontro per la promozione culturale e commerciale del cinema italiano nei mercati asiatici.  Il festival organizzato con maestria dalla Playtown di Roma ha già al suo attivo ben quattro edizioni, di cui tre nella futuristica e cinetica Bangkok, una nella complessa e difficile Manila, ed infine   è approdato ad Hanoi dal 21 al 26 luglio 2015 con il difficile compito di far conoscere il cinema contemporaneo italiano alla giovanissima popolazione vietnamita. Ed è anche la prima volta che il Vietnam accoglie e sostiene un Festival internazionale.

Hanoi è una città in continua evoluzione, che ha voglia di conoscere e di crescere, un luogo in cui tutto è rapido e veloce, dove non è semplice suscitare interesse. La tradizione del cinema italiano non aiuta, le guerre e la miseria non hanno concesso molto ad una civiltà contadina, impegnata a sconfiggere la fame e le malattie. Ma le ultime generazioni sono diverse, hanno il web e la curiosità per recuperare i gap. Insomma una sfida importante. Una sfida che si è giocata puntando su due eccellenze del made in Italy: il cinema e la moda.

La programmazione è stata interessante, in grado di accomunare la nouvelle vague italiana a registi affermati. Sono stati infatti proposti al pubblico undici tra i film più rappresentativi e premiati delle ultime stagioni cinematografiche come Anime nere di Francesco Munzi, Fino a qui tutto bene di Roan Johnson, I nostri ragazzi di Ivano De Matteo, Il giovane favoloso di Mario Martone, La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati, Le meraviglie di Alice Rohrwacher, Maraviglioso Boccaccio di Paolo e Vittorio Taviani, Noi e la Giulia di Edoardo Leo, Smetto quando voglio di Sydney Sibilia, Tempo instabile…con probabili schiarite di Marco Pontecorvo, che si vedono e rivedono con estremo piacere.

Il film di apertura è stato Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek, film che ha vinto anche la rassegna grazie al voto della giuria popolare formata dal pubblico vietnamita presente in sala durante le proiezioni: il regista aveva già vinto l’edizioni 2010 e 2011 di Bangkok con Mine Vaganti e Magnifica Presenza.

Significativo vedere la presenza di tanto pubblico vietnamita interessato alla selezione dei film italiani e agli attori ed registi intervenuti a presentarli: Ferzan Ozpetek, Paola Minaccioni, la madrina Valeria Solarino, Stefano Fresi, Pippo Delbono.

E tantissimo interesse ha suscitato anche l’altro simbolo del “Made in Italy” nel mondo, ossia la moda, presente in questo Festival con la mostra pillole di “L’eleganza del cibo. “Tales about food and fashion” curata da Stefano Dominella in collaborazione con il Consiglio della Moda italo-vietnamita, e promossa dalla Regione Lazio e dall’Ambasciata d’Italia in Vietnam che ha visto lunghe code di vietnamiti all’esterno di Casa Italia dove era stata allestita. La mostra che è parte della più ampia esposizione in questo periodo in corso a Roma presso i Mercati Traianei, illustra la contaminazione tra moda e cibo, il connubio tra nutrizione e sostenibilità, temi di grande attualità al centro di Expo Milano 2015. In mostra la “Natural Couture” dell’eco-designer Tiziano Guardini, gli abiti “Nuvola” di Italo Marseglia, la “Couture a la carte” di Guillermo Mariotto che ha dedicato un’intera collezione di alta moda della Maison Gattinoni al cibo e un prezioso omaggio a Expo 2015 dell’orafo Gianni de Benedittis, designer del brand FuturoRemoto, con i suoi “gioielli da mangiare”.

Un’esperienza interessante, una atmosfera piacevolissima al di là della forte umidità, un confronto interculturale ed interiore che arricchisce ed aiuta a crescere, come accade sempre qui, in Oriente.

Due momenti su tutti: il rivedere e rivivere a distanza di un anno la storia di Egle, la ragazza malata terminale di Allacciate le Cinture, per riscoprirla ancora più straordinaria e vera, ironica e sincera, estrema e delicatamente commovente. Grazie Paola Minaccioni!

E la densa e piacevole chiacchierata notturna con Pippo Delbono, un maestro colto e disponibile, piacevole e gentile, con la possibilità di spaziare in ogni dove con ironia e profondità e di parlare serenamente della forza e della bellezza dei suoi spettacoli, capaci di far riflettere ed emozionare nel profondo.