SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

Il Conte Basta, il Dottor Quantunque e Federico Mai. Questi i nomi delle maschere che popolano la parte contemporanea del film di Bellocchio, caratterizzata da un registro un po’ surreale, ironico, sardonico, maschiettistico, in assoluta contrapposizione alla sezione storica del film, ambientata nel ‘600. Sfondo comune delle vicende le prigioni del convento di San Colombano a Bobbio, cittadina ormai noto luogo d’origine e residenza di Marco Bellocchio che l’ha reso anche sede della sua scuola di cinema e di un festival. La scoperta della prigione abbandonata è stata la scintilla per decidere di ambientarvi la vicenda storica della monaca murata viva, ma Bellocchio, come da sua dichiarazione in conferenza stampa, sentiva la necessità di portare la storia anche nel presente, e da questa esigenza nasce il personaggio dell’ultimo vampiro,  di quel conte Basta con gli occhi e la voce di Roberto Herlitzka che afferma: “Io non esisto”. Una storia allusiva ad un vampirismo ambientale e paesano che è un po’ l’approdo dell’Italia, continua il regista, che ammette di non essersi preoccupato di un’architettura drammaturgica perfetta,  ma di aver solo creato allusioni tra passato e presente piuttosto che precisi riferimenti. La mancanza di un’architettura si sente tutta, a nostro parere, così come la autoreferenzialità di discorsi già troppo lungamente ribaditi e un po’ sviliti dalla scelta dei toni e dei tempi, ma con certezza è già sceso in campo il partito di coloro che attribuiscono a Bellocchio, vista la sua autorevolezza e carriera,  la libertà di una scelta artistica che faccia a meno di un’architettura.  Noi speriamo che la stessa libertà possa essere garantita allo spettatore e alla scrivente nel crearsi un’ opinione in controtendenza sul film, libertà che Bellocchio stesso evoca nella figura di Benedetta, nel suo uscire bella ed intatta dalla prigione,  a simboleggiare l’immagine di una libertà che non vuole arrendersi.

data di pubblicazione 09/09/2015







SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

A BIGGER SPALSH di Luca Guadagnino – IT (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Venezia 72)

La magnificenza ancestrale dell’isola di Pantelleria è lo scenario della storia narrata da Luca Guadagnino con A bigger splash, nel remake del film francese La Piscina di Jacques Deary (1969). Quattro personaggi si ritrovano su un’isola selvaggia al confine tra l’Europa e l’Africa e gli equilibri iniziano a vacillare dal loro primo incontro. Da un lato, Marianne e Paul, fidanzati in vacanza nel tipico dammuso, dall’altro Harry e Penelope, padre e figlia a conoscenza del loro legame biologico da appena un anno. In questo quadretto con piscina, però, c’è (ancora) una coppia unita da una forza dirompente: quella di Harry (un bravissimo Ralph Fiennes) e Marianne (eterea Tilda Swinton), ex amanti uniti da una storia d’amore lunga sei anni durante e dopo la quale Harry è stato anche il produttore discografico della rockstar Marianne. L’affetto e la complicità viscerale che unisce Harry e Marianne e l’incapacità del primo di mettere la parola “fine” all’amore ancora forte per la “sua” artista sono parte del “fuoco distruttivo” alimentato dal vento caldo e polveroso dell’isola. Guadagnino, con una sapiente regia matura, forte e sicura, vuole raccontare la complessità dello stato delle politiche del desiderio fra persone mature e per farlo si avvale della quinta protagonista: Pantelleria. Un’isola che induce i quattro personaggi a far a cazzotti; un’isola che, anche fisicamente, non gli consente di scappare dai loro desideri costringendoli ad affrontarsi senza scampo anche con la realtà brutale degli abitanti dell’isola, tra i quali ci sono i rifugiati di guerra approdati miracolosamente con i barconi della disperazione. Fondamentale la scelta, suggerita dall’eterea Tilda Swinton al regista, di rendere muto per un fittizio problema di corde vocali il personaggio della rockstar Marianne così da creare un perfetto equilibrio con il logorroico Harry che con la sua instancabile chiacchiera, e nella sua fisicità (tra cui il suo meraviglioso momento dance), esercita una costante pressione psicologica sulla fragile coppia innamorata Paul-Marianne e, inconsapevolmente, sulla figlia. L’attenta osservatrice Penelope (Dakota Johnson), infatti, percependo in Marianne la sua “nemica”, colei che ha rubato il cuore e l’anima a un padre prima sconosciuto e ora emotivamente impreparato, inizia a tessere una tela di piccole provocazioni: con alcune vuole costringere Marianne a parlare, per strapparla al confortevole “rifugio” del suo finto mutismo, con altre, invece, tenterà di ferirla “rubandole” per qualche ora l’amore dell’introspettivo Paul (un immersivo Matthias Schoenaerts). Nel ristretto spazio del dammuso e della sua piscina cristallina – perché nell’acqua si rivela la vera natura dell’uomo finalmente libero – si compie l’implosione dei desideri delle due coppie fino all’apice della tragedia (velatamente e ironicamente anticipata dal gesto giocoso delle mani di Paul intorno al collo di Harry durante la prima cena del quartetto) che il regista, ispirandosi al Falstaff di Giuseppe Verdi, capovolge nel finale con le note dell’opera buffa. Per farlo si avvale del poliedrico Corrado Guzzanti nel ruolo del maresciallo dei carabinieri di Pantelleria perché in questa storia l’elemento umano doveva prelevare sulla legalità e pertanto la legge segue il sentire della massa, del pubblico dei fan della rockstar in luogo dei codici penali. Nonostante il passaggio del film verso i toni finali della burla lasci smarriti e spiazzati e la macchietta del carabiniere sia stata sicuramente stridente, A bigger splash è ben costruito e tutto il cast, avvolto nelle note dei The Rolling Stones, rende la storia ritmata e appassionante anche grazie alla fisicità dei loro gesti e dei loro nudi che li rendono credibili, così come credibile appare la complessità dei loro sentimenti, dei desideri, dei conflitti interiori e della complicità che li lega. Un film che diverte e rapisce da non perdere nell’autunno 2015!

data di pubblicazione 08/09/2015








VOTO: CI HA CONVINTO

SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

L’HERMINE di Christian Vincent (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Venezia 72)

Un raffinato gioiello francese illumina di una luce tanto discreta quanto avvolgente la selezione della 72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Xavier Racine (Fabrice Luchini, immancabilmente perfetto) è un intransigente Presidente di Corte d’Assise, che amministra la Giustizia in quel Nord della Francia divenuto ormai un autentico topos cinematografico. Durante il processo relativo alla morte di una bambina, all’interno del quale rischiano di insinuarsi il pregiudizio e/o la noncuranza relativi alla condizione di emarginazione sociale che fa da sfondo alla commissione del delitto, lo sguardo del “Presidente”, come ci tiene a essere chiamato Racine, incontra quello della giurata Birgit Lorensen-Coteret (un’impeccabile Sidse Babett Knudsen): non si tratta di uno degli anonimi nominativi estratti a sorte per la composizione della Giuria, ma degli occhi che in passato hanno acceso nel cuore di Racine il bagliore di un amore mai sopito.

La dimensione teatrale del processo, un po’ troppo didascalicamente enfatizzata nel corso del film e quasi ingenuamente richiamata dal regista Christian Vincent in conferenza stampa, non è certo un mistero. Il processo, soprattutto quello penale, è al tempo stesso “rito” e spettacolo, con tanto di palcoscenico, scenografia, costumi, attori e copione.  Così come non è un mistero che il courtdrama sia un genere tipicamente targato USA, il quale, rafforzato dalla strutturale spettacolarità del processo di common law e dall’effetto trascinatore del botteghino americano, fatica a trovare corrispondenti altrettanto convincenti nella cinematografia del Vecchio continente: è significativo che in L’Hermine uno dei personaggi si veda affidato il compito di “illustrare”, anzitutto allo spettatore, la composizione dell’aula e, quindi, l’allestimento dello spettacolo che sta per iniziare. Il lavoro di Vincent si caratterizza però per una scrittura consapevole e non approssimativa, con quei giurati seduti attorno a un tavolo in cui è pressoché inevitabile intravedere gli eredi dei 12 Angry Men (titolo originale di La parola ai giurati, sebbene il regista smentisca esplicitamente qualsiasi influenza del cult di Sidney Lumet). Rinunciando alla pomposa maestosità dello stereotipo del “processo da grande schermo”, il film riporta il tribunale e gli uomini di legge a una dimensione forse più prosaica, ma indubbiamente familiare a chi è abituato a frequentare i luoghi della Giustizia.

Il personaggio interpretato da Fabrice Luchini riproduce proprio il dualismo tra la dimensione solennemente pubblica e quella romanticamente privata attorno al quale si sviluppa l’intero racconto. L’Ermellino (non a caso sottolineato dal titolo originale) e la sciarpa rossa, il Giudice che conduce con sicurezza il dibattimento e l’uomo che non sostiene il pressante interrogatorio della figlia adolescente di Birgit: due anime efficacemente distinte dalla recitazione di Luchini, pronte a ricomporsi in armonica unità nel finale.

La commedia “romantico-giudiziaria” tratteggiata da L’Hermine è anche la nitida fotografia di uno spaccato sociale sul quale richiamano a lungo l’attenzione, in conferenza stampa, tanto il regista quanto il protagonista, nel corso di un irresistibile show di Luchini che spazia dalla riflessione politica alla lezione sul mestiere dell’attore.

data di pubblicazione 08/09/2015








SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

VIVA LA SPOSA di Ascanio Celestini (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Giornate degli Autori)

Il viaggio di nozze di un’americana sposa bionda, equamente diviso tra il fascino monumentale del Bel Paese e le rovine del terremoto dell’Aquila, diviene la sognante boccata d’ossigeno di una porzione di umanità delimitata dal perimetro del Quadraro, quartiere romano non segnalato sulle guide turistiche.

Nicola (Ascanio Celestini), quando non smarrisce il suo travolgente eloquio sul fondo del bicchiere, è un cantastorie che ha ricevuto il dono di un’innocenza generosa e incontaminata. Si offre di aiutare la famiglia di un truffatore delle assicurazioni finito per sventura sotto le ruote del suo furgone, si prende cura del figlio di una prostituta mentre la mamma è al lavoro, è disposto a rinunciare alla Sambuca per regalarsi l’illusione di un bagliore d’amore con Sofia (Alba Rohrwacher, Coppa Volpi lo scorso anno per Hungry Hearts e alla Mostra del cinema anche con Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio), non ha paura di dire “lo conosco” quando un amico è in difficoltà.

Viva la sposa è un film corale nel complesso ben riuscito, che raggiunge i punti più alti grazie alla scrittura straniante e al talento di teatrante del mattatore Celestini, restituendo la disillusa fotografia di un “popolo” che vive ai margini della “grande bellezza da cartolina” e che finisce per avere come indirizzo di casa quello del rassicurante bar di quartiere. Non mancano gli spunti di accorata denuncia politico-sociale, che, per quanto ben amalgamati nel tessuto narrativo (al contrario di quanto avviene in A Bigger Splash di Luca Guadagnino, in concorso a Venezia 72), sono esplicitati con una schiettezza talmente esibita da lambire a tratti il rischio della banalizzante semplificazione.

Resta la sensazione di un’ironia impietosamente dolceamara, oscillante tra il cinismo impotente e la

speranza che non cede alla rassegnazione: basta in fondo un velo bianco e uno strato di rossetto per tornare a gridare “Viva la sposa!” e per trovare un appiglio in grado di sorreggere i naviganti a fronte dell’impetuosa corrente dell’esistenza.

data di pubblicazione 07/09/2015








SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

MARGUERITE di Xavier Giannoli (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

Marguerite di Xavier Giannoli, è un delizioso gioco di rimandi, di evocazioni, sin dal nome della protagonista,  Marguerite Dumont. Il film racconta la storia di un facoltosa dama che, negli anni ’20 a Parigi, costringe amici e conoscenti a subire i suoi azzardati gorgheggi sulle note delle più famose arie d’opera, seguendo la passione che negli anni l’ha portata a collezionare partiture originali, suppellettili delle più grandi rappresentazioni d’opera e ahimè,  ad imitare, cantando, le grandi cantanti liriche. Quando le note della Regina della notte echeggiano nella stanza e sullo schermo, quello che si ascolta è più vicino alle urla emesse dal pavone appena spiumato per decorare l’abito di scena di Marguerite che a qualcosa che Mozart abbia mai potuto scrivere. Il ridicolo entra in scena, e Marguerite lo cavalca senza alcun timore, senza limiti e senza nessuna apparente consapevolezza. Ma lo spettatore scoprirà ben presto che l’amore di Marguerite non è in realtà quello per la musica. L’amore che ella cerca,  insegue, e per il quale è disposta a coprirsi di ridicolo è quello per suo marito. Un marito assente quanto l’intonazione in Marguerite, e anzi, potremmo dire in misura direttamente proporzionale. Ed ecco il primo filo rosso…Marguerite porta il nome della figura letteraria che ha ispirato la celebre Violetta de La Traviata. Come Marguerite Gautier e Violetta, ella si prostituisce, vendendo, per un po’ di attenzione e di amore, non il suo corpo, ma la sua dignità. A servirla ed assecondarla in questo gioco al massacro nella finzione di una velleità artistica,  un maggiordomo che non può non far pensare alla figura di Eric Von Stronheim in Sunset Boulevard.  Ad un certo punto, al tema della musica e dell’amore, se ne aggiunge un altro: la verità.  È il caso di rivelare a Marguerite la verità che nessuno osa dirle, toglierla dall’imbarazzo del ridicolo (imbarazzo di chi l’ascolta!)?  Quale delle due opzioni la più crudele? E soprattutto, esiste una verità sull’amore?  Come dice il personaggio di Luchini nell’altro delizioso film francese in concorso, L’hermine, non siamo qui per stabilire la verità,  ma per  far  rispettare la legge. Ma qual è la legge, in amore? Una delizia per gli occhi e per il cuore (orecchie a parte) da gustare il versione originale.

data di pubblicazione 07/09/2015








SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

L’ATTESA di Piero Messina – IT (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Venezia 72)

Lascialo andare.Saper lasciar andare una persona, un ricordo, accettare una perdita: questo è il doloroso traguardo che lentamente e faticosamente Anna (l’intensa Juliette Binoche) riconosce a sè stessa al termine dei tre giorni trascorsi insieme alla giovane Jeanne (Lou de Laâge). Alla vigilia della Pasqua del 2004 due estranee, Anna Remigi e Jeanne, due francesi diversamente unite dall’amore per lo stesso uomo, si incontrano per la prima volta nelle terre siciliane del Ragusano: Jeanne è venuta da Parigi per trascorrere qualche giorno con il suo fidanzato Giuseppe, il figlio di Anna. Non appena giunta nell’elegante e decadente casa della famiglia Remigi, la giovane Jeanne percepisce un generale disagio, di non esser giunta al momento giusto e che qualcosa, ma non si comprende esattamente cosa, turba profondamente la madre del suo ragazzo e di coloro che le sono accanto. Ha così inizio L’Attesa di Anna e di Jeanne. Ma cosa attendono? Un evento, una consapevolezza, una persona, una novella. Piero Messina porta in concorso alla 72^ Mostra del Cinema di Venezia una storia, realmente accaduta nel 2006, raccontatagli da un amico qualche anno fa; una storia che, per la delicatezza e la sensibilità, ha toccato intimamente il regista al punto che un giorno ricordandola ha deciso di raccontarla con il suo primo lungometraggio. La non accettazione della morte e la difficile elaborazione di un lutto sono in simbiosi con le nebbie, il vento, l’invadente sole di una Sicilia barocca che talvolta appare, come ricorda nella conferenza stampa Giorgio Colangeli – interprete del personaggio Pietro, il factotum del casale Remigi il quale si rivelerà deus ex machina del racconto -, come una grande tomba. Il film, costruito su un simbolismo costante (l’acqua e l’abisso del lago, il bianco della calce sugli alberi di ulivo, il vestito rosso di Jeanne, le mani giunte della statua della Madonna, il bagno turco, le specchiere barocche oscurate da drappi neri), segue il sopito, lento ritmo della protagonista, Anna, la quale deve risvegliarsi dal suo torpore inerme scegliendo come continuare a vivere: aderire alla realtà, accettandola, oppure rifuggirla, negandola. L’ascensione di Anna, verso la resurrezione della sua anima, e di Jeanne, verso la comprensione della verità, coinciderà con il momento apicale della processione della notte del sabato di Pasqua. Un generale senso di mistero e indecifrabilità, proprio di ogni attesa importante, permea il realismo emotivo del film che, però, in alcune inquadrature, nei primi piani dei personaggi (e delle comparse), nel tappeto mobile di un aeroporto che fa da sfondo ai titoli iniziali e nei toni alti con cui alcuni brani della colonna sonora intervengono da protagonisti nella narrazione, risente dell’ormai inconfondibile stile di Paolo Sorrentino, di cui l’esordiente regista è stato aiuto in ben due film (This must be the place e La Grande Bellezza). Non manca qualche lieve svista registica come il frinire delle cicale nei giorni che precedono la domenica di Pasqua.

data di pubblicazione 06/09/2015







SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

THE DANISH GIRL di Tom Hooper (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Venezia 72).

Il premio Oscar Eddie Redmayne sbarca al Lido di Venezia prestando i lineamenti muliebri e l’istrionico talento di attore al personaggio di Lili Elbe, che sottoponendosi nel 1930 a un intervento chirurgico per ricongiungere il corpo maschile all’anima femminile, diviene la prima riconosciuta transessuale della storia.

Tratto dall’omonimo romanzo firmato da David Ebershoff, The Danish Girl di Tom Hooper (Il discorso del Re, I miserabili) assume la consistenza di un affresco tanto dirompente quanto delicato di quella che, dall’inizio alla fine, resta un’intensa storia d’amore. Einar Wegener (Eddie Redmayne) e sua moglie Gerda (Alicia Vikander), entrambi pittori: lui ama dipingere paesaggi, esibendo un talento già ampiamente riconosciuto; lei preferisce dedicarsi ai ritratti, senza però trovare la sua reale ispirazione. Il gioco quasi puerile di posare per Gerda in abiti femminili diviene la scintilla in grado di far deflagrare una bomba già innescata da tempo nel cuore e nella mente del giovane artista. Einar adora truccarsi e atteggiarsi “come una donna” perché Einar “è una donna”. In un momento storico in cui la sua condizione si trova etichettata come anomalia biologica dalle mille diagnosi, destinata alla “cura” con trattamenti terapeutici invasivi o al confino nelle tenebre ghettizzanti del manicomio, la presa di consapevolezza di Einar-Lili non è né scontata né agevole. La proiezione socio-culturale della storia cede tuttavia il posto alla dimensione di intima transizione vissuta dai due protagonisti, che si prendono coraggiosamente per mano mettendosi in cammino lungo un sentiero forse doloroso ma indubbiamente doveroso. Il tutto incorniciato da una natura sontuosa e scandito da quell’arte pura e salvifica già comparsa al Festival in Francofonia e Marguerite.

Il tessuto narrativo si caratterizza per l’apprezzabile rievocazione di un’infanzia priva, per una volta, di traumi pronti a giustificare la “particolarità sessuale”, anche se, tralasciando il cliché dell’inversione dei ruoli all’interno della coppia (è Genda il vero “maschio” tra i due), il passaggio da una fase all’altra della complessa metamoforsi-rinascita del protagonista appare a tratti segnato da transizioni troppo bruscamente repentine per risultare del tutto credibili.

L’interpretazione di Redmayne, semplicemente perfetta nella sua sorprendente capacità di lasciar trasparire la vibrante emozione della progressiva presa di coscienza, è senza dubbio una prova da premio. Ciò che importa, precisa l’attore in conferenza stampa, è tenere distinto il “genere” dalla “sessualità”, secondo logiche e meccanismi che ha potuto imparare a comprendere attraverso il proficuo e generoso confronto con molti transgender, il cui aiuto si è rivelato prezioso per la preparazione del ruolo. Alicia Vikander si inserisce nel film con convinzione e indispensabile complementarietà. Nel cast anche Matthias Schoenaerts (tra gli altri Un sapore di ruggine e ossa) e Amber Heard, arrivata al Festival insieme al marito Johnny Depp.

Ancora una “storia vera” a fare sfondo al programma di Venezia 72. Ancora un film in concorso di cui (anche) il “grande pubblico” sentirà parlare nella prossima stagione cinematografica.

data di pubblicazione 06/09/2015








SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

FRANCOFONIA di Alexander Sokurov – Francia/Germania/Paesi Bassi (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso )

Tremano i polsi a scrivere di Francofonia, il film di Alexander Sokurov in concorso alla Mostra di Venezia 2015. Un timore reverenziale dovuto alle vertiginose altezze raggiunte dal film e da tutta la produzione artistica del regista russo, e di cui, da spettatori estasiati, sentiamo di cogliere un frammento di luce, di godere della riflessione ma anche della pura visione, con la consapevolezza di non essere in grado, forse, di prendere a piene mani tutte le citazioni e sollecitazioni che l’opera vorrebbe suggerire. Ma il regista ci viene incontro, e in una conferenza stampa gremita spiega che il suo film mira ad aiutare tutti noi spettatori a sentire, capire, reagire, mira a creare un subbuglio nella testa, un subbuglio del cuore e nel cuore. Perché – continua Sokurov – la forza del cinema è quella di rivolgersi ai cuori, ma soprattutto alle vostre anime.  La ricerca del regista, per sua stessa affermazione, si è spostata dalla forma al significato, nel tentativo di trovare risposte ai quesiti con cui il nostro mondo si scontra. Le risposte semplici sono finite, le domande sono complesse e non hanno trovato risposta nei politici che non sono, o forse non sono mai stati in grado di fornire tali risposte. Non sono cambiati gli atteggiamenti, neanche da parte degli artisti, dei registi. Forse la scelta di mettere il proprio volto, la propria voce di narratore, da parte di Sokurov, all’interno del film, e non solo di far parlare l’opera artistica, è un segno di questa incessante volontà di impegno e ricerca in prima persona, con nuovi linguaggi, nuovi personaggi, come, in Francofonia, il Louvre. Sokurov, e i russi con lui, amano l’individualità delle culture diverse, dell’Italia, della Francia. Francofonia è una dichiarazione d’amore per la Francia, la sua individualità, i suoi valori…ma qui Alexander esita ed aggiunge: ma forse non esistono più.  L’arte quale strumento di conoscenza – la pittura ci permette di capire noi europei – l’arte che va salvata dal naufragio cui assistiamo nei primi momenti del film, anche se la scelta tra la vita dell’individuo e l’arte stessa rimane una scelta soggettiva ad una domanda cui sembra impossibile dare risposta. Non resta che immergersi nelle immagini di repertorio, nelle splendide circumnavigazioni dei piani sequenza intorno alle opere del Louvre, nei costumi impregnati di ironia del Napoleone di turno o nella immaginazione di cosa accadde al  Louvre mentre Parigi era città aperta, per regalarci un subbuglio del cuore. Astenersi spettatori in cerca di trama.

data di pubblicazione 05/09/2015








SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

BLACK MASS di Scott Cooper – USA (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori concorso)

L’ultimo Gangster di Boston non poteva che essere interpretato dal trasformista per eccellenza, Johnny Depp. Attesissimo al Lido come la vera guest star di questa edizione del Festival meneghino, ci regala un’interpretazione di alto livello all’interno di una pellicola che rispecchia tutti i clichè per ottenere un ottimo risultato al botteghino e, per questo, anche intrisa di una serie di luoghi comuni che la rendono assolutamente prevedibile. Black Mass, basato sulla biografia del gangster James “Whitey” Bulger (attualmente 86enne che sta scontando due ergastoli), è il classico lungometraggio sul malavitoso dal cuore tenero, tutto crimine e famiglia, con un amico di infanzia agente speciale nell’FBI che lo fa agire indisturbato per aver condiviso con lui la strada e l’orgoglio da immigrato irlandese, tutto in cambio di informazioni sulle famiglie mafiose italo-americane che si spartiscono il territorio, ed un fratello maggiore senatore del Massachusetts.

Depp, che ci aveva già abituati a ruoli simili nei panni di Dillinger in Nemico Pubblico del 2009, questa volta fonde insieme trasformismo e recitazione conferendo al suo personaggio un certo spessore, all’interno di un film che non brilla certo di originalità, e durante la conferenza stampa dichiara di aver sempre ammirato la capacità di trasformarsi in attori del passato come Marlon Brando, volendo anche lui divenire un caratterista allo scopo di sorprendere il pubblico senza annoiarlo, sfida pericolosa per un attore ma importante.

data di pubblicazione 05/09/2015







SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio – IT  (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Concorso)

WINTER ON FIRE di Evgeny Afineevsky – Ucraina (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori Concorso)

L’inverno del titolo è quello tra il 2013 e il 2014, il fuoco quello delle gomme e dei mobili bruciati per proteggere le barricate create dal milione di cittadini scesi in piazza, a Kiev, allo scopo di garantire un futuro alla nazione e alle giovani generazioni, ponendo fine ad un regime fintamente democratico, corrotto. Una protesta iniziata degli studenti per chiedere maggiore integrazione europea e poi sfociata in una rivolta contro la corruzione e lo stato delle cose in Ucraina. Una rivolta ormai nota come “della Dignità”, che ebbe piazza Maidan come luogo di svolgimento e simbolo. Il documentario non ci risparmia nulla, morti, feriti, persone scomparse, le storie di gente comune che decide di scendere in piazza perché sa che se non lo fa in quel momento non potrà farlo mai più. Le cariche della polizia e infine la fuga del presidente Yanukovic, la lotta sanguinosa, ancora una volta, per ottenere diritti fondamentali, tutto raccontato dalle immagini ma anche dalle voci dei veri protagonisti, che se ne fanno dunque anche narratori. Un documentario che colpisce al cuore portando alla nostra attenzione fatti così vicini e recenti che però forse abbiamo solo distrattamente seguito nelle notizie da 30 secondi. Molto efficaci le scelte musicali, che ci raccontano un paese attraverso la sua musica tradizionale, ed emozionante la voce unica di un milione di persone che canta l’inno nazionale a Piazza Maidan. Commossa tutta la delegazione del film davanti all’applauso, commosso e sentito del pubblico della Sala Grande. Da vedere munendosi di fazzoletti e voglia di saperne di più della nostra storia, del presente intorno a noi.

data di pubblicazione 04/09/2015