L’ORCHESTRA DEL 41° PARALLELO – Direttore Stefano Scatozza, con la partecipazione di Gabriella Aiello

L’ORCHESTRA DEL 41° PARALLELO – Direttore Stefano Scatozza, con la partecipazione di Gabriella Aiello

(Teatro Vascello – Roma, 11 Gennaio 2016)
Lungo la corda tesa del 41° parallelo (che dà il nome all’orchestra) danzano le equilibriste dell’ensemble musicale: un gruppo composto da sole donne — eccezion fatta per il direttore—, che con la loro musica incantevole accompagnano il pubblico alla scoperta dei paesi che si incontrano su questa linea orizzontale del globo terrestre.
Il giro del mondo musicale inizia in India con un canto baul (parola che deriva dal sanscrito “vento”); la voce di Camilla Dell’Agnola ci solleva da terra, come una forza sottile e spirituale, e ci sospinge verso nuove terre.
Arriviamo in Bulgaria, dove l’orchestra esplode in una danza popolare tratta dal folklore contadino, che, seppur arrangiata secondo il gusto contemporaneo, mantiene integro lo schema asimmetrico della tradizione. Continuiamo a ballare in Grecia, con un sirtaki per allontanare la crisi economica: la musica diventa strumento per raccontare storie di marginalità e di disagio sociale, che nella stessa trovano sfogo e consolazione.
Dopo aver a lungo ballato, un carillon riporta la calma e introduce l’Albanian Lullaby, cantata dalla voce soave di Gabriella Aiello. E si prosegue con il malinconico fado portoghese, simbolo della saudade, capace di toccare le più intime corde dell’animo umano.
L’atmosfera mesta viene spazzata via dalla suite di brani della tradizione sarda, titolata Il bacio della medusa; nome che trae origine da un episodio ironico occorso al direttore d’orchestra (Stefano Scatozza): durante una nuotata in una tournée a Stintino, un invertebrato marino decise di abbracciare il suo viso con i tentacoli urticanti. Dalla Sardegna facciamo rotta verso la Spagna, dove siamo ospitati dal popolo sefardita; il ritmo caliente delle loro canzoni infiamma il pubblico, che è invitato a partecipare: un unione che sprigiona un turbinio di suoni ed emozioni.
Abbandoniamo il vecchio continente per atterrare a New York; nella capitale americana ci perdiamo nel labirinto di suoni della metropoli, attraverso il sax contralto di Valentina Franchini che ci riporta nello scenario cittadino.
Il biglietto di ritorno ha come destinazione Roma, ultima tappa del concerto, dove con la canzone Viaggio Orizzontale — accompagnata dalla voce di Agnese Valle — viene raccontato lo scopo di questa orchestra e l’amicizia musicale (e umana) che lega i componenti.
Lo spettacolo musicale offerto da L’orchestra del 41° parallelo non solo colpisce per lo spessore dei musicisti che ne fanno parte, ma anche per l’approccio innovativo: permette, infatti, di sentire canti e ballate della tradizione di diverse culture europee (e non), viaggiando aggrappati alle note musicali emesse dai loro strumenti, alla scoperta di altri popoli e alla ricerca di se stessi.

data di pubblicazione 12/01/2016


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LA GRANDE SCOMMESSA di Adam McKay, 2016

LA GRANDE SCOMMESSA di Adam McKay, 2016

99 Homes aveva raccontato la crisi dei mutui subprime descrivendo gli effetti disastrosi derivanti dall’esplosione/implosione della bolla immobiliare e collocandosi dalla prospettiva delle vittime “ignare”, sorprese e travolte dallo tsunami finanziario. La grande scommessa descrive invece il momento immediatamente precedente alla deflagrazione del sisma, inquadrando la catastrofe dall’ottica degli addetti ai lavori: operatori finanziari outsider che, spacchettando la complessa architettura delle obbligazioni immobiliari e prevedendo l’incombere del default su molte banche americane, decidono di “vendere allo scoperto”, di scommettere contro titoli di cui si ipotizza il futuro ribasso. Il vaso di Pandora scoperchiato dalle analisi di chi si troverà suo malgrado a svolgere il ruolo di inascoltata Cassandra, rivela una trama fraudolenta che tiene insieme il sistema bancario, la FED (Banca centrale americana) e le agenzie di rating, mostrando una diffusività epidemica capace di contagiare l’economia mondiale.

Adam McKay, noto per il suo registro leggero, si confronta con il libro di Michael Lewis The Big Short – Il grande scoperto e riesce nella non scontata impresa di individuare il giusto equilibrio tra i toni della commedia amara e quelli più propriamente drammatici, restituendo un film in effetti refrattario all’inquadramento di genere.

Il cast è quello delle grandi occasioni. Il superbo Christian Bale nel ruolo di Michael Burry, incompreso gestore di fondi di investimento che cammina a piedi nudi in ufficio ascoltando heavy metal; Ryan Gosling-Jared Vennett, cinica voce narrante del film; Steve Carell, cui è affidato il personaggio di Mark Baum, perennemente sospeso tra le ragioni del profitto e quelle della morale. E infine c’è Brad Pitt, anche produttore del film, protagonista indiscusso del lancio pubblicitario: Ben Rickert, “lupo di Wall Street” in pensione, sia pur centellinato nelle sue apparizioni, restituisce forse il senso autentico della storia.

La sceneggiatura è necessariamente intrisa di tecnicismi economico-finanziari, tanto evidenti da suggerire al regista curiose (e riuscite) parentesi didascaliche, affidate per esempio a Selena Gomez e Margot Robbie, che, immerse in vasca da bagno sorseggiando champagne o sedute al tavolo da gioco, “traducono” per lo spettatore medio e sprovvisto di conoscenze specialistiche il linguaggio (volutamente) oscuro della finanza.

Proprio la scelta di strumenti di narrazione non convenzionali si rivela il tratto davvero vincente di un film corale complessivamente riuscito. La grande scommessa sconta tuttavia dei tempi eccessivamente dilatati, durante i quali il racconto filmico non mantiene sempre la dovuta incisività e che, quando i siparietti didascalici sono conclusi, lasciano un senso di smarrimento, anche nel più volenteroso “spettatore medio”, probabilmente eccessivo.

data di pubblicazione 10/01/2016


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LA SPOSA GIOVANE di Alessandro Baricco – Feltrinelli, 2015

LA SPOSA GIOVANE di Alessandro Baricco – Feltrinelli, 2015

Romanzo familiare, pochi i personaggi e quasi tutti senza nome, li conosceremo come il Padre, la Madre, lo Zio, la Sposa giovane, l’unico ad avere un nome è il maggiordomo: Modesto.

Inizialmente il continuo passaggio tra la prima e la terza persona narrante, tra il narratore e uno qualsiasi dei personaggi, senza soluzione di continuità può destabilizzare il lettore ma, una volta afferrato il meccanismo, lo trovo assolutamente piacevole e ideale per questo libro.  “Il fatto è che alcuni scrivono libri altri li leggono: sa Dio chi è nella posizione migliore di capirci qualcosa” come non essere assolutamente, interamente, totalmente d’accordo con l’autore?

È un romanzo che celebra l’attesa, a cavallo tra la verisimiglianza e l’onirico.

Come concordato la Sposa giovane arriva per unirsi in matrimonio con il Figlio ma lui non c’è, è in Inghilterra per “affari”. Così comincia l’attesa della Sposa, una attesa durante la quale impara a conoscere le abitudini e i segreti di questa famiglia immobile nella sua routine sempre identica che non ammette sorprese, perché questi ritmi ripetitivi danno la sicurezza di un giorno uguale all’altro in quella che sembra essere una eternità fatta di un solo giorno. In questo immobilismo la Sposa giovane viene edotta alla bellezza, alla sensualità, alla seduzione e a un certo punto “tutto le parve sbagliato, o orribile. Squinternata la Famiglia, ………, velleitaria qualsiasi sua frase pronunciata a schiena dritta, stucchevole Modesto, pazzo il Padre, malata la Madre, ignobili quei posti….” Ma, come spesso succede nei libri di Baricco, quando tutto sembra ormai precipitare un finale a sorpresa ci darà modo di capire, di apprezzare, di amare quanto scritto fino a ora.

CAROL di Todd Haynes, 2016

CAROL di Todd Haynes, 2016

New York, 1952, a pochi giorni dal Natale, Carol, una meravigliosa Cate Blanchett, si aggira nel reparto giocattoli di un grande magazzino sotto gli occhi rapiti di Therese Belivet (Rooney Mara) che lì lavora come commessa. I guanti dimenticati sul bancone dalla elegantissima signora, saranno la scusa per rivedersi. Therese è molto più giovane di Carol che dal suo matrimonio ha avuto, cinque anni prima, una bambina molto amata con la quale vive in una villa fuori città; una prigione dorata dove è obbligata a rispettare le convenzioni alto borghesi per poter rimanere accanto a sua figlia. Ma il matrimonio è alla fine, segnato da una precedente unione di Carol con Abby e dall’ostinazione del marito che pensa di poter “riparare” i desideri omosessuali della moglie con la psicoterapia e forzarla ad amarlo. Therese è una ragazza ancora insicura, ma non esita a seguire Carol in un viaggio attraverso gli Stati Uniti che sarà anche il loro percorso di trasformazione. La timida Therese tra le braccia di Carol scopre se stessa e la sua determinazione, e al ritorno diventerà una fotografa al “Times”. Carol proverà ancora a essere una moglie irreprensibile; ma l’amore per Therese l’ha cambiata per sempre, spingendola a rinunciare perfino alla custodia della piccola pur di vivere con lei.

Una appassionata storia d’amore, morbida, dai colori tabacco, dalle risposte appena accennate o dai silenzi, in un esercizio magistrale di equilibri tra la forza tellurica della passione e il coraggio che ci vuole per viverla.

Un film che racconta l’impossibilità di negare se stessi, la forza dei propri sentimenti, ma Todd Haynes lo fa scegliendo la strada della sottrazione, in modo da spingere anche lo spettatore a sentire l’urgenza di non sprecare nessuna occasione. Girato a basso budget e che invece mantiene l’eleganza vellutata del genere a cui si ispira, il melò di Douglas Sirk de La magnifica ossessione, o alla regia perfetta di Howard Hawks de Il grande sonno, tanto da rendere Carol un’emanazione luminosa di Lauren Bacall. La loro storia d’amore, raccontata in un lungo flashback, sarà il tempo in cui Therese cercherà dentro di sé una risposta alla richiesta di Carol che è tornata a cercarla, come se anche noi stessimo guardando dentro noi stessi, valutando il rischio di essere felici. Eleganza, e una bellezza che ha il pregio di non restare solo formale ma di essere la sostanza stessa del film, intensità che le commediole nostrane nemmeno sfiorano.

data di pubblicazione 07/01/2016


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Estratto da: INCONTRI RAVVICINATI – Todd Haynes (Festa Cinema Roma 2015) -23 Ottobre 2015

https://www.accreditati.it/incontri-ravvicinati-todd-haynes-festa-cinema-di-roma-2015

ASSOLO di Laura Morante, 2016

ASSOLO di Laura Morante, 2016

L’esecuzione dell’Assolo di Laura Morante – alla sua seconda opera come regista dopo il debutto alla cinepresa con Ciliegine nel 2012 – è in realtà un’opera corale nella quale la protagonista Flavia (Laura Morante) non riesce ad emergere e condurre alcun assolo.
Sebbene la regista abbia dichiarato che il film è un invito alla rivoluzione femminile in termini di maggiore valorizzazione e ricerca di un rapporto sereno delle donne con se stesse, l’intera storia è un susseguirsi di episodi e scelte di donne in cui tutti i traguardi raggiunti nei decenni di rivoluzioni femminili sono stati gettati al vento. Flavia, dopo due matrimoni falliti e due figli, vive una condizione di donna precaria e insoddisfacente sotto ogni profilo: a lavoro, nel condominio, durante il corso settimanale di tango, durante i pranzi con i due ex mariti e le rispettive seconde mogli Flavia è insicura, infelice, spenta. Una donna, come la definisce la stessa Morante, “candida”, troppo candida, priva di qualsiasi tipo di malizia, generosa e buona con tutti anche con coloro che la feriscono e umiliano, fin dall’infanzia. In questa condizione di eterna ingenua estremamente composta Flavia non è percorsa, né scossa dalla vita – condizione che si riflette sui suoi abiti sempre neri e dai toni cupi – della quale non riesce a riprendere il comando. E così, come Flavia è incapace di prendere decisioni, avere maggior cura e stima di se stessa per se stessa (e non in funzione delle volontà o dei gusti di un uomo), così Flavia da oltre 20 anni non riesce a superare l’esame di guida per prendere la patente. In questo costante parallelismo interviene senza successi la psicanalista dott.ssa Grunewald (Piera Degli Esposti) la quale non riesce a destare l’anima e la femminilità sopita e fanciullesca della sua paziente, facendo forse meglio di lei il cagnolino Kira. Flavia non riesce ad eseguire alcun assolo, nelle relazioni come a scuola guida e a scuola di tango, perché preferisce vivere rinchiusa dietro la “finestra” del proprio acuto spirito di osservazione che concentra unicamente sugli altri: ex mariti, figli, ex fidanzati, la fidanzata del figlio, le amiche, le mogli dei due ex mariti, la cameriera del primo ex marito, la sua psicoanalista finendo così con il perdersi. Il finale, contraddistinto solo dal tripudio dei colori del nuovo look di Flavia alla guida (finalmente) di un vecchio spider Duetto rosso fiammante, non convince come rinascita della protagonista la quale alla fine si apre ad uomo silente, ma belloccio, che prima aveva rifuggito riconoscendovi il prototipo dell’uomo “che così fa con tutte”. La trama stuzzicante e la regia a tratti sperimentale dei momenti onirici che spezzano la delicatezza delle scene di vita reale non colmano a sufficienza le lacune della resa finale della storia. La sempre brava e affascinante Laura Morante, infatti, non è credibile nel ruolo della donna cinquantenne coacervo di tutte le sfortune, insicurezze, ansie e ingenuità dell’universo femminile di cui la protagonista è portatrice prossima all’autoflagellazione. Anche il cast che si muove intorno alla protagonista non convince. Solo la “canaglia” di Marco Giallini, nel ruolo del collega piacione che infarcisce un maldestro corteggiamento opportunista con perle di “profonda saggezza popolare” – Una mano lava l’altra…. E due lavano il viso; Aiutati Flavia che Dio ti aiuta – che si conclude con il suo Posso? al quale la passiva Flavia replica Fai pure (che tuona come uno scivolone devastante e distruttivo di ogni forma di amor proprio e partecipazione alla vita), la sempre impeccabile Piera Degli Esposti e il personaggio marginale di Angela Finocchiaro – che urla Vecchio porco! – riescono a far sorridere con intelligenza. Inconfondibile e perfetta la colonna sonora di Nicola Piovani…forse il vero Assolo dell’intera pellicola.

data di pubblicazione:07/01/2016


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SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE di Luigi Pirandello, regia di Gabriele Lavia

SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE di Luigi Pirandello, regia di Gabriele Lavia

(Teatro Eliseo – Roma, 5/24 gennaio 2016)

Dopo quasi cent’anni dalla prima rappresentazione a Roma al Teatro Valle, era un giorno di maggio del 1921, con un esordio tempestoso ed un pubblico in massima parte infuriato sicuramente in difficoltà per comprendere appieno la complessità del lavoro filosofico pirandelliano, i Sei personaggi si presentano oggi al Teatro Eliseo sotto l’eccellente regia di Gabriele Lavia, un marchio ed una garanzia per il teatro italiano.

Il regista, nonché attore principale, riesce ad rielaborare il testo, riveduto e corretto dallo stesso Pirandello in vari tempi, riprendendo tuttavia alcuni punti salienti della versione originaria e portandoci sul palcoscenico una edizione molto fedele a dettami scenografici imposti da una voce fuori campo che ci seguirà durante tutta la rappresentazione, come se lo stesso Pirandello desse voce a se stesso per curare in prima persona la messa in scena.

Il lavoro si presenta complesso, come lo stesso Lavia afferma, in quanto si rappresenta un teatro in disintegrazione che sovverte le regole sceniche classiche, per arrivare alla conclusione che l’attore non potrà mai identificarsi con il personaggio stesso recitato. L’attore interpreta la propria visione reale delle cose mentre il personaggio porta in sé la verità, perché interpreta sulla scena frammenti della propria vita vissuta: dunque una drammaturgia che nasce da dentro e che nessun attore potrà mai rendere credibile in quanto non sperimentata da lui stesso.

La scena si apre su una compagnia di attori che, seguiti da un intransigente capocomico, tenta di provare il secondo atto di un’opera dello stesso Pirandello, Il gioco delle parti. Ben presto irromperanno sul palcoscenico i “sei personaggi”, lugubri e luttuosi nei loro abiti neri, per cercare di vivere se stessi sulla scena grazie ad un autore che li rappresenti: solo che qui non occorrono né copioni da seguire né suggeritori, perché le parole dell’anima non possono essere scritte né suggerite. È proprio questa la rivoluzione pirandelliana: il passaggio dalla vita alla creazione artistica, la verità che prende dunque forma reale sulla scena.

Risulteranno vani i tentativi da parte del capocomico di assegnare alla propria compagnia le parti da recitare, in quanto pur riconoscendo la validità drammaturgica del lavoro, si renderà ben presto conto dell’impossibilità di rappresentare il dramma stesso, fuori dal contesto che coinvolge direttamente gli stessi personaggi.

Ecco che il teatro, grazie alla scena e alle luci dalle tonalità cromatiche molto forti, abbatte nella sua essenzialità le proprie barriere, per portare sul palcoscenico uno spazio di vita non più di finzione ma dove ognuno recita se stesso con la propria parte, portandosi il peso di colpe e rimorsi per qualcosa di non fatto o irrisolto.

Il dramma prosegue con un ritmo incalzante, quasi non curante delle interruzioni dovute alla originaria perplessità di portare in scena qualcosa che non trova riscontro concreto in un copione, fino alla conclusione tragica nel finale, dove emergono forti e chiari gli elementi della tragedia classica: l’abbandono, la pietà, la morte. Il ritmo a tratti claustrofobico viene esaltato dall’irrompere di tuoni come se un deus ex machina, burbero e collerico, volesse far sentire la propria presenza scenica con un ammonimento dall’alto quasi a sottolineare l’ineluttabilità del fato che travolge i personaggi e che non risparmia loro sofferenza e dolore.

Apparirebbe ridondante esaltare l’eccellenza interpretativa dell’intera compagnia, ma sicuramente va menzionato Gabriele Lavia nella parte del padre, e la figlia Lucia nella parte della figliastra, ruolo decisamente non facile perché si tratta di rappresentare una giovane, ancora quasi bambina, avviata per caso alla prostituzione, che ha già provato le avversità più crudeli della vita e che quindi non riesce a reprimere nei gesti la propria  aggressività emotiva ed il proprio disprezzo.

Con Gabriele e Lucia Lavia sono in scena altri 19 grandi attori (Federica Di Martino è la Madre, Andrea Macaluso il Figlio, Silvia Biancalana il Giovinetto, Letizia Arnò la Bambina, Marta Pizzigallo Madame Pace mentre gli altri attori della Compagnia teatrale sono Michele Demaria,  Giulia Gallone, Mario Pietramala, Giovanna Guida, Malvina Ruggiano, Luca Mascolo, Daniele Biagini, Maria Laura Caselli, Anna Scola, Carlo Sciaccaluga, Alessandro Baldinotti, Massimiliano Aceti, Matteo Ramundo e Alessio Sardelli). Scene di Alessandro Camera, costumi di Andrea Viotti e musiche di Giordano Corapi. Produzione della Fondazione Teatro della Toscana.

Alla prima dello spettacolo alta era la rappresentanza in sala di attori, personalità dello spettacolo e della cultura nazionale che hanno dimostrato unanimemente un altissimo gradimento.

data di pubblicazione 06/06/2016


Il nostro voto:

CHE COSA E’ SUCCESSO TRA MIO PADRE E TUA MADRE? di Billy Wilder, 1972

CHE COSA E’ SUCCESSO TRA MIO PADRE E TUA MADRE? di Billy Wilder, 1972

Wendell Armbruster Jr. (Jack Lemmon), figlio di un ricco industriale di Baltimora, arriva ad Ischia per recuperare il corpo del padre morto in un incidente d’auto.

Ben presto viene a sapere che il padre, che ogni anno passava ad Ischia un intero mese per le cure termali, per molti anni ha mantenuto nell’isola una relazione con una donna inglese, di modeste condizioni sociali, anch’essa morta nello stesso incidente. A questo punto Wendell fa conoscenza con la romantica Pamela Piggott (Juliet Mills), figlia dell’amante del padre e anche lei ad Ischia per i funerali della madre, e se ne innamora. I due si ripromettono di incontrasi ogni anno ad Ischia, esattamente come avevano fatto i rispettivi genitori.

Il film, sotto la magica ed inconfondibile regia di Billy Wilder, con la sceneggiatura di I.A.L. Diamond, fece vincere un Golden Globe nel 1973  a Jack Lemmon come miglior attore per la sua eccellente interpretazione.

Il sapore ischitano della pellicola ci suggerisce questa ricetta di coniglio all’ischitana.

INGREDIENTI: Un coniglio – 500 grammi di pomodorini  – 1 testa d’aglio – 2 bicchieri di vino bianco –  prezzemolo, rosmarino, basilico, timo  –peperoncino, sale e pepe q.b.- olio d’oliva.

PROCEDIMENTO: tagliare il coniglio a pezzi e lasciarlo marinare per una mezzora nel vino bianco. In una casseruola, preferibilmente di terracotta, mettere l’aglio e lasciarlo imbiondire. Togliere l’aglio e disporre i pezzi del coniglio che dovranno essere fatti ben rosolare. Aggiungere quindi il vino bianco, le erbe, un poco di peperoncino, sale e pepe a scelta, e lasciare cuocere il tutto per circa mezz’ora. A questo punto aggiungere i pomidorini a pezzetti e l’aglio e lasciare cuocere per altri quindici minuti, aggiungendo se si vuole del brodo caldo per mantenere il condimento più fluido. Fare riposare un poco e servire con un contorno di patate o con una insalata mista.

UN UOMO, UNA DONNA di Claude Lelouch, 1966

UN UOMO, UNA DONNA di Claude Lelouch, 1966

Film cult (decisamente mélo) degli anni sessanta, egregiamente interpretato da Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant, ottenne importanti riconoscimenti di critica cinematografica e persino l’Oscar come miglior film straniero per il 1966 e, soprattutto, grande successo al botteghino.

Anne Gauthier e Jean-Luc Duroc sono due vedovi che si incontrano per caso nella scuola dove studiano i loro figli. Lui corteggia lei teneramente, ma anche con sincera passione, dimostrando amore e rispetto nei confronti della donna che ancora conserva vivo il ricordo del marito, da poco scomparso.

Merito del regista è quello di aver trattato questo argomento con assoluta freschezza creando, senza volerlo, dei miti e dei simboli che a suo tempo fecero tendenza, come la musica di Francis Lai che divenne presto uno dei dischi più venduti nel mondo, ripresa come sottofondo musicale sino ai giorni nostri.

Anche il film, regolarmente riproposto, continua ad avere successo tra il pubblico anche di ultima generazione, non risultando né datato né superato come stile di ripresa cinematografica, consacrando Claude Lelouch tra i migliori registi del nostro tempo.

Il film, ambientato nel nord della Francia, ci suggerisce questa ricetta dal sapore bretone: filetto di maiale al cartoccio.

INGREDIENTI: 1 filetto di maiale di 1 kg circa – 100 grammi di patè di fegato – 50 grammi di panna liquida – mezzo bicchiere di vino madeira o porto – 3 foglie di alloro – sale e pepe q.b.

PROCEDIMENTO: spalmare il filetto con il patè e cospargere con un poco di sale e pepe bianco. Disporre il tutto sopra un foglio di alluminio, aggiungendo il vino, la panna liquida e le tre foglie di alloro. Quindi, chiudere bene il cartoccio e lasciare cuocere al forno per circa 40 minuti ad una temperatura di 200 gradi. Affettare e servire ancora caldo, accompagnando il tutto con un contorno di purè di patate o con una insalata di stagione.

QUO VADO? di Gennaro Nunziante, 2016

QUO VADO? di Gennaro Nunziante, 2016

Il nuovo film di Checco Zalone e Gennaro Nunziante arriva in sala dopo l’imponente lancio pubblicitario messo a punto dal produttore Taodue e dal distributore Medusa. Il primo giorno di programmazione fa già registrare il record di incassi per una commedia che, evidentemente, intercetta con impeccabile precisione la domanda di cinema vacanziero degli spettatori italiani.

Checco cresce coltivando il sogno di entrare a far parte della casta del “posto fisso”, invidiata cerchia di impiegati pubblici cui sono concessi i più desiderabili privilegi: telefonate intercontinentali “gratis”, orari di lavori a dir poco flessibili, regalie in grado di rifornire una dispensa degna dello chef più intransigente. Perché rendere omaggio a un pubblico ufficiale non è né corruzione né concussione, ma solo educazione.

L’ennesima riforma governativa, volta a gettare fumo negli occhi con una pretesa semplificazione della macchina burocratica, sconvolge però il solido equilibrio di Checco. Il senatore Nicola Binetto (Lino Banfi), orgoglioso sopravvissuto della Prima Repubblica, guiderà il “nostro eroe” nella strenua ed epica difesa del posto fisso contro gli insidiosi attacchi della Dottoressa Sironi (Sonia Bergamasco), cinica e spietata emissaria del Ministro (Ninni Bruschetta).  Checco assume le vesti di un novello e surreale Ulisse: costretto a un’imprevedibile e rocambolesca Odissea e ammaliato dal sorriso ipnotico della ricercatrice Valeria (Eleonora Giovanardi), è disposto a mettere in discussione gli ideali più consolidati della propria identità di gretto italiano medio, intraprendendo un autentico e profondo processo di civiltà e civilizzazione. Il richiamo di Itaca diviene a un certo punto irresistibile, ma il concetto di “casa”, si sa, non è necessariamente imbrigliato dalla staticità delle radici e il desiderio di spingersi oltre le colonne d’Ercole è connaturato all’essenza stessa dell’Uomo, specie nella variante dell’Uomo innamorato.

Quo vado? ruota attorno alla dissacrante ironia degli stereotipi italiani più tristemente noti, restituendo, attraverso i toni della commedia, il tentativo di una satira socio-politica che rievoca i tempi del glorioso ragionier Fantozzi. I riferimenti alla Commedia all’italiana, pure spesso chiamata in causa nei primi commenti al film, appaiono forse fuori luogo: da una parte l’invalsa abitudine di tessere le lodi del cinema italiano tirando fuori dal cassetto in cui erano riposte le preziose trame del Neorealismo e della Commedia all’italiana suona più come l’incapacità di “stare in piedi da soli” che come un effettivo confronto critico; dall’altra parte le citazioni dell’ispirata penna di Age e Scarpelli, del versatile istrionismo di Alberto Sordi e della lungimirante (a tratti profetica) macchina da presa di Dino Risi e Mario Monicelli suonano più dissacranti di qualsiasi battuta che Checco Zalone abbia l’ardire di pronunciare.

I colpi di comico genio non mancano di certo: dalla selezione dei migranti approdati a Lampedusa affidata alle doti calcistiche degli stessi alla citazione de La Grande Bellezza di fronte al “Fontanone del Gianicolo”, passando per la decisiva svolta narrativa affidata alla riunione di Al Bano e Romina sul palcoscenico del Festival di Sanremo. Nel complesso, però, l’impressione resta quella di una sequela di sketch più adatti alla risata da piccolo schermo che alla sceneggiatura cinematografica, con un finale prevedibilmente romantico-buonista nel quale si dissolve ogni barlume dello scanzonato ma perdente eroe piccolo borghese del “fu Cinema Italiano”.

Il fascino delle ambientazioni offerte dal (milionario) set internazionale, unito alle preziose interpretazioni di Sonia Bergamasco, Maurizio Mattioli, Lino Banfi, Ninni Bruschetta, ma anche alla convincente prova della protagonista femminile Eleonora Giovanardi, rendono Quo vado? un gradevole digestivo natalizio, sia pur non sostenuto da un banchetto davvero in grado di esaltarne la degustazione.

data di pubblicazione 03/01/2016


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LITTLE SISTER di Hirokazu Kore-eda, 2016

LITTLE SISTER di Hirokazu Kore-eda, 2016

Esce nelle sale italiane il nuovo film del giapponese Hirokazu Kore-eda già presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes e che trova ispirazione, con un libero adattamento, dal best seller manga Umimachi’s Diary di Yoshida Akimi.

Il regista risulta già noto al pubblico italiano per Like father, like son del 2013, vincitore a Cannes con il Premio della giuria, e prima ancora per Nobody knows, anch’esso premiato a Cannes nel 2004, film che aveva a suo tempo spiazzato tutti raggiungendo un consenso inaudito da parte della critica cinematografica più accreditata.

Il film presenta una storia semplice: tre sorelle (Sachi, Yoshino e Chika) vivono da sole in una casa alquanto fatiscente nella cittadina balneare di Kamakura, ognuna vive la sua indipendenza economica ed affettiva, non corrisposte però dai rispettivi uomini, incapaci di affrontare un rapporto sentimentale stabile e duraturo e quindi poco attenti alla sensibilità delle ragazze, da anni abituate ad arrangiarsi dopo essere state abbandonate dalla madre e dal padre.

In occasione del funerale di quest’ultimo, vengono a conoscenza della sorellastra di tredici anni che conquista subito, con la sua semplicità e la sua grazia, il cuore delle tre sorelle che non esitano a proporle di trasferirsi e andare a vivere insieme a loro.

Da questo momento inizia una nuova vita per la giovane Suzu che si inserirà in punta di piedi nella nuova casa, andando d’accordo con le sorelle, diverse tra di loro per carattere, ma che comunque la amano e la rispettano, manifestando nei suoi confronti una grande dedizione senza trascurare di seguirla in questa sua fase adolescenziale.

Apparentemente il film si snoda in maniera molto lenta e misurata, senza colpi di scena che possano suscitare nello spettatore una attenzione per tematiche sorprendenti, lasciando tutto esitante come pennellate tenui in un contesto rarefatto tipico del paesaggio giapponese, dove i colori sembrano sfumare e confondersi tra di loro senza una definizione chiara dei contorni.

Ma non si tratta di superficialità, di un minimalismo proprio per non affrontare i problemi o per affrontarli in maniera poco decisa, nel film Little sister i temi importanti ci sono tutti, come quello dell’abbandono o della sopravvivenza affettiva, solo che vengono trattati in maniera delicata, quasi sospesi nel tempo in attesa del momento opportuno per trovare la loro soluzione.

I rapporti interpersonali, non esenti da astio o da abnegazione, rimangono avvolti sempre da una certa compostezza e vengono affrontati nel silenzio, con minor sofferenza possibile e senza urtare la sensibilità degli altri.

Tutto un gioco di riverenza e rispetto reciproco che trova rari casi di abbandono come di fronte a tavole imbandite di pietanze fumanti, dove sembra soffermarsi volutamente il regista, quasi a sottolineare un momento di intimità familiare, un momento di grande coesione tra le sorelle così diverse tra di loro e che davanti al cibo si trovano finalmente insieme e in sintonia.

Anche nel finale il tempo rimane incerto nel vuoto, sulla spiaggia disseminata di conchiglie le quattro sorelle si incontrano e si muovono, saltellando tra le onde che si infrangono sull’arenile, suggellando così la tacita promessa di rimanere per sempre unite e rimuovendo l’amaro che rimane in fondo al cuore, per un affetto perduto o che forse non si è mai posseduto.

data di pubblicazione 01/01/2016


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