da Nadia Alese | Ott 8, 2025
È la domanda del titolo – grido, appello, provocazione morale – che dal palcoscenico, per tutto lo spettacolo, investe il pubblico. Perché non riusciamo a fermare lo spettacolo della violenza? Rivolta non solo ai personaggi, ma anche alle nostre coscienze. In questa rivisitazione della tragedia di Shakespeare Davide Sacco porta Arancia Meccanica, Dexter, Suburra ma soprattutto l’attualità, quella striscia espressamente citata, che divide due popoli che potrebbero vivere uniti, in cui la violenza si perpetra senza essere fermata.
La messinscena gioca continuamente sul cortocircuito tra palco e platea con un effetto quasi brechtiano, in un ambiente claustrofobico fatto di metallo, buio e ruggine, fra luci stroboscopiche, musiche elettroniche e rumori, dove l’antica Roma si dissolve in una distopia riconoscibile e lo spettatore è allo stesso tempo testimone e complice di un rito inarrestabile.
Francesco Montanari è un Tito trattenuto e viscerale insieme, non solo un padre dilaniato dal lutto, ma un uomo che scopre di essere prigioniero della stessa logica di potere che pretendeva di servire, senza scorciatoie tragiche, mostrando il punto esatto in cui la vendetta smette di essere giustizia e diventa auto distruzione. Al suo opposto, o forse al suo riflesso, Guglielmo Poggi costruisce un Saturnino di lucida ambiguità, fragile, narcisista, irrimediabilmente contemporaneo. Capace di tenere la tensione drammatica anche quando la regia lo vuole caricaturale. Strappandoci un sorriso che è solo preludio del baratro.
Attorno a loro, il resto del gruppo – Tamora, Lavinia, Demetrio, Chirone – sono una sorta di coro dionisiaco degenerato, metà umano, metà animale, quasi un corpo unico che respira e si contorce, amplificando la sensazione che il male non appartenga ad un individuo, ma ad una collettività. Anche la violenza scenica, il sangue fittizio, le immagini che ricordano atrocità contemporanee non sono shock gratuiti, ma strumenti per rompere la distanza che mettiamo tra noi e l’orrore.
Il risultato è un Titus spietato che non cerca la bellezza ma la lucidità, non offre catarsi ma consapevolezza. Era il primo giorno di pace si recita, ma come sempre più spesso accade, anche quel giorno il sangue è sgorgato a fiumi.
data di pubblicazione:08/10/2025
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Ott 7, 2025
(Teatro Cometa Off – Roma, 1/5 ottobre 2025)
La famiglia troppo spesso è il luogo del non detto e troppo spesso quello che si finisce per non dire cambia percezioni e scelte, cambia il destino delle persone. Sotto la regia di Matteo Fasanella, la compagnia DarkSide LabTheatre Company ha portato in scena al Teatro Cometa Off di Roma lo spettacolo 100 Lire, drammaturgia originale firmata da Lorenzo Martinelli e Matteo Fasanella che ne sono anche gli interpreti. Due fratelli, profondamente diversi tra loro, si reincontrano al capezzale dalla madre morta. La condivisione di un dolore così profondo riesce a rompere la barriera di incomunicabilità che li separava.
100 Lire offre una profonda riflessione sulla difficoltà e sulla incapacità oggi di comunicare e relazionarsi col prossimo. Tale disagio è paradossalmente maggiormente presente nella famiglia, dove tali dinamiche si delineano e si esasperano. Due fratelli affrontano il dolore per la perdita della madre reincontrandosi e ripercorrendo il loro vissuto, scandito dall’abbandono del proprio padre e da scelte di vita che li hanno resi oggi sconosciuti l’uno all’altro.
Fabrizio gesticola, si muove freneticamente, è maniacale e compresso, lavora in fabbrica ed è rimasto a vivere con la mamma, è apparentemente il più debole dei due ma sfoga la sua intelligenza in una esasperata acquisizione mnemonica, mentre Fausto è il colto della famiglia, l’affascinante attore di teatro trasferito a Roma ancora alla ricerca di notorietà e fama.
L’elaborazione del lutto e la gestione dell’immediato costringono i due personaggi nella difficoltà dell’incontro, ad un faccia a faccia che svela segreti e bugie ma che apre ad un dialogo inaspettato.
La morte diventa passaggio e momento di rilettura dolorosa e liberatoria, dove il gioco delle parti si sgretola, dove si scopre chi conosce meglio Majakovskij e chi si sente maggiormente inadeguato.
Ma tutto si ricompone ed il dolore e la morte aprono ad una inaspettata consapevolezza ed a un nuovo bisogno di condivisione e di affetto.
Uno spettacolo molto bello e viscerale, vissuto intensamente dagli attori/autori veramente bravi nello scavare nel profondo e nel regalare al pubblico riflessioni ed emozioni.
data di pubblicazione:07/10/2025
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Ott 6, 2025
(Roma,15/26 ottobre 2025-Auditorium Parco della Musica, Auditorium della Conciliazione e Cinema Adriano)
Si svolgerà a Roma dal 15 al 26 ottobre 2025, parallelamente alla Festa del Cinema di Roma, la XXIII edizione del festival Alice nella città diretto da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli e organizzato dall’Associazione Culturale PlayTown Roma. Sarà l’horror indipendente Good Boys, opera prima di Ben Leonberg, ad aprire il festival, che vedrà anche l’atteso ritorno di Daniel Day-Lewis con l’anteprima Anemone, opera prima diretta dal figlio Ronan. Insieme saranno a Roma per presentare il film e tenere una masterclass. L’ampio programma prevede 11 film nel concorso internazionale, di cui 4 diretti da registe, 6 film fuori concorso, 6 film nel concorso Panorama Italia che concorrono al Premio del pubblico, 3 serie tv di cui 1 in coproduzione con la Festa del Cinema di Roma, 3 proiezioni speciali nel Panorama Italia, 1 in coproduzione con la Festa del Cinema di Roma, 1 proiezione speciale, 49 cortometraggi. A trent’anni dall’uscita nelle sale sarà presentato il restauro de La scuola di Daniele Luchetti, unitamente a quelli di Pianeta azzurro opera prima di Franco Piavoli e Piccoli Fuochi di Peter Del Monte.
Da sempre attenta ai temi legati alle giovani generazioni e al cinema nuovo, Alice nella città presenta un programma di anteprime assolute, esordi alla regia e significative conferme.
Gli 11 film del Concorso sono espressione vivace di territori del mondo troppo spesso dimenticati, che dell’infanzia sanno cogliere il potere della ribellione e la capacità di mettere in evidenza il buio delle relazioni con il mondo adulto e le difficoltà del vivere insieme.
Sarà presente l’opera prima di Hasan Hadi, vincitore della Caméra d’Or per il miglior debutto al Festival di Cannes 2025: The President’s cake (già candidato iracheno all’Oscar 2026 per il miglior film straniero), un film che vive nei ricordi d’infanzia del suo regista.
Gli fa eco il prezioso e toccante debutto di Akinola Davies Jr., dove la ricerca dei legami familiari si confonde con un desiderio profondo di libertà nella capitale nigeriana Lagos, scossa da tremendi disordini politici nel 1993. My father’s shadow esplora la fragile mascolinità della società del gigante d’Africa, attraverso gli occhi di un padre e dei suoi due figli.
Anche Vojtěch Strakatý (After Party) sceglie, per il suo secondo lungometraggio, un delicato studio dell’infanzia che cattura il senso di sorellanza, d’incertezza ed emancipazione che talvolta circonda l’esperienza della crescita. The other side of summer è l’altro lato dell’estate che si rivelerà misterioso, pieno di emozioni e di incognite.
C’è anche lo sguardo della pubertà, che non esclude dalla curiosità e dall’esplorazione nessun aspetto del mondo che li accoglie. Sundays il nuovo film di Alauda Ruiz de Azúa ci presenta Ainara, una ragazza diciassettenne idealista e brillante che deve decidere quale corso di laurea intraprendere. O almeno, questo è ciò che la sua famiglia spera. Tuttavia, la giovane rivela di sentirsi sempre più vicina a Dio ed è pronta ad abbracciare la vita di suora di clausura.
Amélie et la métaphisique des tubes, il primo lavoro collettivo di Liane-Cho Han e Maïlys Vallade, tratto dal romanzo della scrittrice belga Amélie Nothomb, disegna la mappa dei primissimi anni di vita di una bambina. Mettere in scena l’infanzia con un film d’animazione come questo significa raccontare i passaggi fondamentali dell’esistenza e l’immaginario poetico delle piccole e grandi scoperte quotidiane.
Una cura delle piccole cose che scava e suscita sentimenti profondi si rintraccia anche nell’opera seconda dello sceneggiatore e regista Max Walker-Silverman. Rebuilding è una storia di ripartenza e di rinascita umana.
Lo stesso spirito resiliente che segna il sorprendente Dance of the living (La lucha), opera seconda del regista spagnolo José Alayón, che porta con sé il mistero ancestrale che tiene unite le famiglie. Sull’isola arida di Fuerteventura, Miguel e sua figlia Mariana cercano di andare avanti dopo una perdita che li ha gettati entrambi alla deriva.
Uno spunto ideale su cui anche la regista Lucía Aleñar Iglesias fa affidamento per il suo debutto cinematografico. Forastera, un film sulla memoria e sugli strani echi che vivono dentro di noi. Parla dell’assenza senza eufemismi, senza inganni consolatori.
L’acquisto di un computer portatile di seconda mano, con i soldi guadagnati vendendo i capelli della propria figlia, è l’immagine intorno alla quale è stato concepito il debutto del regista iraniano Hesam Farahmand. My daugther’s hair (Raha) è un potente dramma sociale che alterna alla rassegnazione la forza d’animo di un padre che si confronta con un evento molto semplice che minaccia di frantumare la storia della loro vita.
La stessa lotta che, nell’opera prima di Siyou Tan, ci aiuta a esplorare la fragilità delle libertà individuali. Amoeba è una profonda riflessione sulle sfide adolescenziali alle costrizioni e alle convenzioni sociali.
Il già citato Anemone segna il debutto alla regia di Ronan Day-Lewis, che per il suo primo film decide di esplorare i complessi e profondi legami che esistono tra fratelli, padri e figli. Ma il valore del film non è solo la prima apparizione sullo schermo, dopo otto anni, del padre (Daniel Day-Lewis), o del cast di grandi attori (Sean Bean, Samuel Bottomley, Samantha Morton) ma sta nel talento di tenere insieme tanti fili narrativi.
Panorama Italia è la vetrina che punta sulla scoperta e sulla valorizzazione del cinema italiano. Sono film inediti mai usciti in sala per il grande pubblico.
In un’epoca in cui il presente è sempre più digitale, veloce, iperconnesso Daniele Barbiero firma un racconto contemporaneo sull’adolescenza, sulla pressione sociale e sulla difficoltà di scegliere chi diventare in un mondo che impone di correre senza sosta. Squali mette al centro della narrazione due amici con aspettative, sogni e paure.
Margherita Spampinato nel delicato e potente Gioia mia propone un contrappunto a questa narrazione: la lentezza, il silenzio e la memoria come parti vive del quotidiano.
Anche Bouchra film di Orian Barki e Meriem Bennani è cinema che si nutre di realtà e di memoria, ma con uno spirito che mescola generi, formati, linguaggi visivi, dando vita a un’opera che sfugge alle etichette.
Leila è un film corale immaginato da Alessandro Abba Legnazzi, Giada Vincenzi e dalla loro figlia Clementina. È un tentativo di narrare il dolore di una separazione, un vero e proprio tornado emotivo che spazza via certezze e ruoli, lasciando tutti confusi, fragili e alla ricerca di un equilibrio impossibile.
Anche nella genesi di Ultimo schiaffo c’è qualcosa di decisamente coraggioso. L’opera seconda di Matteo Oleotto ci proietta in una dimensione dalla spiccata nota noir che mescola gli ingredienti più ricchi del dramma, della commedia e persino del thriller, in un cocktail familiare spiazzante ambientato durante le vacanze di Natale in un paesino di montagna.
Massimiliano Bruno torna al cinema con 2 Cuori e 2 Capanne, un’opera che unisce l’intelligenza della commedia all’osservazione del reale. Un film che ha il coraggio di uscire dagli schemi del genere, mantenendo il tono brillante che lo contraddistingue, ma affrontando temi esistenziali con una delicatezza nuova: Alessandra (Claudia Pandolfi) e Valerio (Edoardo Leo) sono due opposti irriducibili che dovranno imparare a convivere nella stessa scuola dove si ritrovano a lavorare insieme.
data di pubblicazione:06/10/2025
da Maria Letizia Panerai | Ott 5, 2025
Marta e Guido già da un anno vivono in case separate dopo il fallimento del loro matrimonio. Decidono di affidarsi al tribunale dei minori per chiedere una sentenza giudiziale che stabilisca una ripartizione equa dei giorni in cui il loro unico figlio Andrea, di appena otto anni, debba stare con ognuno di loro. Il magistrato, per poter prendere una decisione, propone ai coniugi colloqui individuali e di coppia alla presenza di due psicologhe.
Attraverso udienze, colloqui e perizie, emergono fragilità, desideri e disagi di tutti, genitori e figlio. La battaglia tra i coniugi è decisamente imperniata sull’aspettativa che l’altro ceda rivedendo le proprie posizioni. Marta-Teresa Saponangelo è molto presa dal proprio lavoro e non ammette rinunce, mentre Guido-Vinicio Marchioni oltre a non comprendere il desiderio di realizzazione della moglie, si dichiara al giudice come un genitore “buono, accudente e giusto”. Appare subito evidente che tra i due è Andrea a soffrire di più, sentendosi sempre più conteso e solo. La ricerca dell’equilibrio appare subito difficile da raggiungere.
Antonio Capuano, napoletano, classe 1940, mostra una coppia che non riesce più a dialogare, che affida la soluzione dei propri conflitti alla macchina giudiziaria. Questa incomunicabilità diventa un peso soprattutto per Andrea (interpretato dal bravissimo Andrea Migliucci) che viene messo dal regista al centro della disputa come vittima innocente. Diventa palpabile durante tutto il film come l’incapacità degli adulti ad assumersi le proprie responsabilità diventi terreno fertile di violenza fisica e psicologica. E a farne le spese è il bambino.
La storia privata narrata nel film ci induce a riflettere su un tema più ampio: viviamo in una società che si affida sempre più a intermediari invece che alla parola diretta, al confronto umano. L’isola di Andrea è un film etico, che scuote gli animi e può essere letto anche come una metafora dell’incomunicabilità che caratterizza il nostro presente.
Sul finale irrompe in maniera geniale la canzone L’isola che non c’è di Edoardo Bennato, tratta dall’album Sono solo canzonette del 1980. È dunque utopico cercare un’isola di salvezza e serenità condivisa o, al contrario, non bisogna mai smettere di farlo? Al pubblico capire se lasciarsi andare alla speranza o pensare che un luogo di salvezza sia davvero inesistente.
data di pubblicazione:05/10/2025
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da Paolo Talone | Ott 4, 2025
Ideazione, luci e suono di Lorenzo Bazzocchi
(Teatro Felix Guattari – Forlì, 22 settembre 2025)
Prima nazionale del nuovo lavoro della compagnia forlivese Masque Teatro programmato all’interno di Colpi di scena, la vetrina di teatro contemporaneo di Accademia Perduta/Romagna Teatri. Eleonora Sedioli è interprete di una performance al limite tra danza e istallazione artistica. Un vortice di sensazioni che scava nella memoria dell’umano, ideato e diretto da Lorenzo Bazzocchi.
Si può descrivere tutto quello che vediamo? E, qualora riuscissimo a trovare le parole adatte, sarebbero in grado di cogliere il significato più profondo del verificarsi dei fatti? Il dubbio impone rispetto e la sospensione dei comuni parametri di giudizio. Non tutto deve essere necessariamente spiegato. Forse va semplicemente registrato, colto nel suo accadere. Al limite, partecipato. Con questa consapevolezza cercheremo di abbozzare un ritratto di ciò che abbiamo visto, sentito, sperimentato davanti all’ultimo lavoro di Masque Teatro.
La compagnia, nata a Forlì nel 1992, è promotrice insieme ai filosofi Carlo Sini e Rocco Ronchi della scuola di filosofia Praxis, di cui cura l’organizzazione e la parte dedicata all’arte performativa. È quindi alla prospettiva del discorso filosofico, al ragionamento attorno all’umano e al contesto di cui fa parte, che dobbiamo indirizzare l’indagine. Una donna, o meglio la figura che interpreta Eleonora Sedioli di cui è quasi impossibile decifrare età e genere, entra in una casa. Tra i denti sussurra un «si comincia», e sarà tra le pochissime espressioni a pronunciare. Tutto il resto sono tentativi di compiere delle azioni. Tra le prime, quella di alzarsi da una poltrona e cercare di versare dell’acqua in un bicchiere posto su un tavolo a un’estremità della scena.
L’interno è polveroso e scarsamente illuminato, probabilmente non abitato da anni. Una grande portafinestra percorre tutto il fondale; affaccia su un altrove indefinito. Il tempo qui dentro si è fermato. Ma l’irrompere improvviso della figura dona un ritmo diverso alla scena. L’immutabilità delle cose entra in contrasto con il mutabile umano e della natura. Il corpo è come preso da una tensione nervosa che genera spasmi e gesti incontrollati. Non compie movimenti fluidi e naturali, ma spezzati o accelerati. Si avverte un intimo tormento e un’impossibilità di soluzione alle cose andate, sepolte nel passato. I movimenti però non hanno una giustificazione psicologica. Sono da riferire alla sfera meccanica e chimica del funzionamento del cervello.
Si torna indietro nel tempo, fino a mangiare di nuovo del frutto della conoscenza del bene e del male, che dovrebbe aiutare a catturare l’essenza dell’hegeliano spirito. Ma se conoscere è ricordare (la lezione di Carlo Sini torna utile), cosa succede se dimentichiamo? Il titolo della performance, e di tutti i volti dimenticati, appare come l’ultimo punto di una lista di mancanze, stilata da un’umanità che ha fallito. La conoscenza sembra arrivare a un punto cieco, a un’impossibilità di ricapitolazione, di ricostruzione. Ma la parola «aiutatemi», rivolta dall’attrice al pubblico, apre una speranza. Invoca la rottura della solitudine e della disperazione. Esce dall’isolamento, ammettendo l’alterità, la comunione.
Lo spettacolo, frutto di uno studio e di una ricerca che arrivano da lontano, è certamente uno dei lavori più originali visti a Colpi di scena. Incanta proprio perché interroga lo spettatore, ponendolo in una condizione di destabilizzazione.
Sarà in replica il prossimo 8 novembre ancora al Teatro Felix Guattari per la trentaduesima edizione di Crisalide, il festival creato dalla compagnia e diretto da Lorenzo Bazzocchi insieme a Eleonora Sedioli e Sara Baranzoni.
data di pubblicazione:04/10/2025
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da Nadia Alese | Ott 1, 2025
A big bold beautiful journey mette in scena un incrocio tra romanticismo, realismo magico e riflessione sul passato. David (Colin Farrell) e Sarah (Margot Robbie), due persone segnate da insicurezze ed esperienze emotive non risolte, si incontrano per caso ad un matrimonio e grazie ad un misterioso GPS iniziano un metaforico viaggio dentro loro stessi, attraversando porte che non sono solo passaggi fisici, ma soglie simboliche verso ricordi importanti di entrambi.
È un racconto che si pone continuamente tra presente, passato e possibilità: cosa avrebbe potuto essere, cosa si è perso, cosa ancora può essere scelto. Kogonada, già noto per After Young, qui conferma la sua sensibilità verso lo spazio, la memoria, la luce e le superfici, creando momenti di vera magia con immagini ispirate al mondo della fiaba e del sogno. Le porte, i paesaggi interiori, i ricordi che si materializzano, sono resi con una cura estetica estrema e con un senso quasi di sacralità.
Non si tratta semplicemente di rimpiangere le possibilità mancate, ma di confrontarsi con le proprie ferite, le proprie aspettative, capire da dove si viene per potere costruire il presente. Il conflitto interiore di Sarah e David è il cuore del film. Le porte servono a scandire le soglie che nella vita ognuno di noi sente: la soglia del perdono, del confronto, della paura.
In ogni caso, nonostante il meccanismo delle porte, il modo in cui la storia si dipana segue in buona parte schemi già noti di fantasy romantico: incontri, flashback, rivelazioni del passato, seconde possibilità, il tutto con momenti prevedibili ed il più banale dei finali, senza una vera tensione drammatica. Anche le motivazioni interiori dei personaggi ed i loro conflitti non sempre sono credibili, col rischio che l’effetto sia più estetico che esistenziale. La premessa è interessante, ma l’esecuzione non è all’altezza delle ambizioni. I momenti di grande slancio sono talvolta indeboliti da scene che non sanno rischiare abbastanza e rimangono nella zona di confort.
Buona comunque l’interpretazione di Colin Farrel che dopo la prova monumentale de Gli Spiriti dell’Isola, porta qui una dimensione più sommessa, recitando in sottrazione. Il suo David è un uomo segnato che non grida mai, ma lascia parlare gli occhi, i silenzi, le esitazioni del corpo. Margot Robbie, invece, modula il personaggio di Sarah con un equilibrio interessante, con meno glamour e più fragilità rispetto alle sue performance più celebri, da Barbie a Once Upon a Time in Hollywood.
data di pubblicazione:01/10/2025
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da Anna Paulinyi | Ott 1, 2025
Parigi, ai giorni nostri. Un famoso attore sexy, ma non più giovanissimo e a tratti disilluso, cerca per un momento rifugio dai flash invadenti nel suo bar di fiducia, dove però si scontra con la nuova cameriera, accusandola – erroneamente – di scattare foto di nascosto. Rendendosi conto dello sbaglio, cerca di rimediare e finisce per innamorarsene.
French Lover, diretto da Lisa-Nina Rives, prende il suo titolo da un deodorante maschile – che pare esistere davvero – simbolo di una mascolinità esuberante e forte, e che calza a pennello la caratterizzazione del personaggio maschile principale, Abel Camera, impersonato da un attore di origine senegalese conosciuto in tutto il mondo: Omar Sy. Vi ricordate il film Quasi amici del 2011? Omar Sy fu il primo attore di colore a ricevere un César francese, l’equivalente dei nostri David di Donatello, come miglior protagonista per questo bellissimo film, dove impersonava un badante.
Chi ama le commedie francesi – non solo sentimentali – sa che i francesi, fin dall’alba dei tempi, sanno affrontare tematiche anche difficili dell’esistenza umana con brillante distacco. Si potrebbe ridere, se non ci si dovesse già concentrare sulla prossima battuta o situazione, che forse fa ridere ancora di più. In questo senso anche French Lover è superbamente francese, gioioso e giocoso, in mezzo allo scontro di due universi: quello di lusso e frenetico del mondo del cinema, con i suoi festini e tentazioni di Abel, e quello di Marion (Sara Giraudeau), che ha quasi 40 anni anche lei, vive nella periferia di Parigi, a Villeneuve, è senza lavoro e sta divorziando dal marito che l’ha tradita con la sua migliore amica. Ma questo poi non è neanche così importante… del resto siamo in Francia, e il sesso che si fa è meno rilevante del tradimento sentimentale.
Quello che conta, invece, è che Marion riesce a tenere testa al suo fidanzato, portandolo ogni volta con i piedi per terra quando lui si lascia andare agli atteggiamenti da diva, e accetta umilmente molto per stargli accanto: come le riprese di un film, dove Abel ha come co-protagonista una vecchia fiamma, o quando si deve mettere un vestito che la fa sembrare una caramella gigante. Tra l’altro, bellissimi i tagli netti durante una festa dello show business piena di persone, per far capire la sensazione di solitudine che prova Marion in quell’occasione, dove sembra muoversi da sola nel locale.
Il terzo protagonista di questa brillante commedia è poi il cinema stesso: le dure regole dello show business, ma anche i set con le loro relazioni prorompenti e i loro tempi. Stupenda la scena in cui Abel rischia l’osso del collo facendo a meno del suo stuntman durante delle riprese su un cavallo al galoppo, pur di impressionare la sua fidanzata. Chi ama i film su chi fa cinema adorerà anche questa commedia. Del resto, il regista di La notte americana era francese (François Truffaut, 1973).
data di pubblicazione:01/10/2025
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da Paolo Talone | Set 29, 2025
con Evelina Rosselli, maschere e marionette di Caterina Rossi
(Teatro Elfo Puccini – Milano, 17 settembre 2025)
L’Orestea riscritta da Giovanni Testori arriva a Milano nella versione di Gruppo UROR. Lo spettacolo, ospitato a Hystrio festival, ha per protagonista Evelina Rosselli nel ruolo del Monologante. Una scena ridotta all’essenziale, una parola che illumina l’oscurità e le maschere e le marionette di Caterina Rossi a definire i personaggi della tragedia.
Per inquadrare meglio questo spettacolo è necessaria un’introduzione di carattere storico. Non solo tenendo conto del passato, ma anche di avvenimenti più vicini a noi. Testori scrisse sdisOrè nel 1991 pensandolo addosso a Franco Branciaroli. Aveva già scritto per lui una trilogia e di nuovo, dall’ospedale San Raffaele nel quale era ricoverato (l’autore sarebbe morto due anni dopo), approntava la seconda lista di personaggi destinati all’attore che tanto lo aveva ispirato. Personaggi che reinventano il mito classico in una scrittura originale, soprattutto linguistica, con il dialetto lombardo a fare da base al ricco tessuto espressivo. Nasce così un Oreste diverso e popolare, trasformato nel suo negativo per via di quel sdis- prima dell’Orè che sta a dire qualcosa di impensabile nella tragedia primitiva. La soluzione al dramma, infatti, non si trova nella giustizia ripristinata con la vendetta del padre assassinato, ma con la richiesta di perdono in virtù del matricidio commesso. E il perdono, parola assente nel vocabolario greco, è sinonimo di ricongiunzione, di unità. Quella che Testori vede nel Cristo e che invoca per tutti gli uomini.
Gruppo UROR
È stato in occasione della celebrazione dei cento anni dalla nascita di Giovanni Testori che le artiste di Gruppo UROR hanno conosciuto l’autore. E, come loro, anche tanti altri giovani talenti della scena attuale. Questa versione di sdisOrè nasce a Pesaro nel 2024, nell’ambito di alcune iniziative testoriane promosse da Antonio Latella e da Gilberto Santini, direttore di AMAT (produttore dello spettacolo insieme a PAV). Il testo, tra i meno rappresentati della produzione drammaturgica testoriana – la precedente edizione, firmata da Frongia-Bruni, ha debuttato proprio all’Elfo Puccini nel 2003 – è la prima volta che viene messo in scena da una donna. E ora è arrivato finalmente a Milano, inserito nella programmazione della quarta edizione di Hystrio Festival, l’importante vetrina della nuova scena under35 a cura del trimestrale di teatro e spettacolo.
Evelina Rosselli e Caterina Rossi si sono conosciute e formate a Roma, dove nel 2019 hanno dato vita al Gruppo UROR. Il nome prende spunto da un verbo latino che in forma riflessiva significa “io sono arso”. Infiammate dalla passione per l’arte o, per fortunata coincidenza, dal fuoco acceso dalle parole incandescenti del pezzo tragico che portano in scena, l’adattamento sposa in pieno molte delle idee che Testori aveva codificato per il teatro.
lo spettacolo
Tutto si origina e tutto si disfa nel buio. L’assenza di luce richiama quel ventre oscuro dove prende forma la tragedia, che in Testori è sempre un’azione monologante. Perché si sta soli davanti al dramma dell’esistenza. La scena è spoglia, appena rischiarata da deboli ma mirate luci (il disegno delle luci è affidato a Camilla Piccioni, mentre le atmosfere da incubo sono amplificate dal suono di Franco Visioli). L’azione drammatica, affidata alla parola e al corpo di Evelina Rosselli, brilla in contrasto all’essenzialità e alla pulizia dell’allestimento. Il Monologante, l’angelo e lo spirito stesso del teatro, ha il compito di interpretare tutte le parti della tragedia, ridotte a quattro. La soluzione di renderle visibili in scena per mezzo dell’utilizzo di maschere e marionette, create dalla mano artigiana di Caterina Rossi con una speciale plastica modellata con il calore, è semplicemente geniale. E rende comprensibile il testo, spremendone tutto quello che di grottesco contiene, immobilizzando i personaggi nella specifica caratteristica che contraddistingue ognuno di loro. Clitennestra, verde dal disgusto, e Oreste dai grandi occhi iniettati di rabbia sono le maschere. Egisto, insignificante insetto, ed Elettra, dall’espressione colma di tristezza, le marionette. A ogni personaggio una sfumatura vocale diversa.
Teatro di figura, quindi, come marca di stile ma unicamente finalizzato a un uso narrativo. Ben si sposa con il concetto teorizzato da Testori nel manifesto del suo teatro dell’attore immobile, pura parola. Un principio che utilizzerà negli anni ’80 quando sarà regista di due brani alfieriani, il Filippo e, neanche a dirlo, l’Oreste.
Solo la parola serve a dare forma al dramma del personaggio. Che poi anche il personaggio è un orpello. L’uomo è il vero protagonista. Ecco perché quando la Rosselli smette le maschere e le marionette e rimane sola attrice in scena, questa tragedia ci appare più vera, più umana, più nostra. Ed ecco perché, forte come lo scampanio proveniente dal reiterarsi onomatopeico della sillaba -don staccata dalla parola “perdono”, il messaggio di unità arriva quantomai chiaro e necessario.
data di pubblicazione:29/09/2025
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Set 29, 2025
(Teatro Argentina – Roma, 26/28 settembre 2025)
Romaeuropa Festival porta sul palcoscenico del Teatro Argentina, in prima nazionale, Flammenwerfen, opera musicale sulla vita del pittore Carl Fredrik Hill e sugli anni di schizofrenia durante i quali dipinge oltre 4.000 quadri. Un teatro musicale sontuoso e toccante, estetico e dirompente, applauditissimo.
Colpisce ancora nel segno il Romaeuropa Festival, offrendo al proprio pubblico il bellissimo Flammenwerfer, l’ultima produzione di teatro musicale di Hotel Pro Forma, diretta da Kirsten Dehlholm e Marie Dahl, con musica e testi originali di Blixa Bargeld. Ispirato alla vita del pittore svedese Carl Fredrik Hill (1849-1911), lo spettacolo esplora gli anni di isolamento trascorsi a Lund, dove, dopo essere stato diagnosticato con schizofrenia paranoide, realizzò oltre 4.000 opere, alcune delle quali oggi conservate al Malmö Konstmuseum.
Deliri e allucinazioni, sovrapposizioni mentali che portano ad interpretare la realtà in modo distorto, a percepire minacce e persecuzioni, sdoppiamenti di personalità, devastazione. Le dolorose tappe della malattia sono enunciate con carattere bianco e raccontate con gli innumerevoli disegni che scorrono in proiezioni in pianosequenza che si soprappongono e poi svaniscono.
Flammenwerfer trasforma il palcoscenico in un’esperienza immersiva, in cui musica, arti visive e teatro si incontrano. I lavori di Hotel Pro Forma e della sua direttrice Kirsten Dehlholm recentemente scomparsa sono sempre il risultato di strette collaborazioni tra professionisti di diverse discipline: arti visive, architettura, musica, letteratura, media digitali e scienza.
Sul palco, Blixa Bargeld si esibisce insieme all’ensemble vocale IKI, mentre la musica di Frahm si fonde con il sound design di Erik Medeiros. Costumi e scenografia sono curati dallo stilista Henrik Vibskov, il disegno luci è di Jesper Kongshaug, mentre le proiezioni sono realizzate da Magnus Pind, tutti collaboratori di lunga data di Hotel Pro Forma.
Blixa Bargeld è un musicista, compositore e cantante, fondatore del gruppo pionieristico Einstürzende Neubauten mentre il pluripremiato ensemble vocale IKI è composto da Johanna Sulkunen, Guro Tveitnes, Kamilla Kovacs, Randi Pontoppidan, Anna Mose e Jullie Hjetland (understudy). L’ensemble utilizza la voce come strumento principale, lavorando su improvvisazione e manipolazione sonora in tempo reale, con risultati straordinari.
Uno spettacolo in equilibrio perfetto in cui trionfa l’estetica e la cura del dettaglio, l’innovazione e la profondità del messaggio.
data di pubblicazione:29/09/2025
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Set 28, 2025
In questa miniserie spagnola diretta da Norberto Lopez Amado, Angela – interpretata da Veronica Sanchez – è madre di due bambine e moglie di un uomo di successo, apparentemente devoto alla famiglia. La sua “perfetta” esistenza è costellata, in realtà, di abusi e maltrattamenti. Ma nessuno le crede. Forse non ne è consapevole neppure lei.
A prima vista, Angela può sembrare la classica storia che riproduce e racconta, secondo copione noto, la violenza di genere, esercitata sulla donna. E in particolare, la violenza domestica. La domus, nel caso specifico, è una bella casa lussuosa, gabbia dorata in cui gli spazi di prigionia appaiono camuffati da ampie vetrate panoramiche con vista sul mare. Si alternano, in questo thriller dal ritmo più che serrato, riprese grandangolari di spiagge sconfinate e primissimi piani di volti angosciati e angoscianti. Minaccia e terrore, tanto negli sguardi scrutati da vicino quanto nella natura irruente (mare perennemente agitato, onde che si infrangono sugli scogli).
Luoghi altrettanto comuni sono l’immagine pubblica di un marito premuroso (Gonzalo/ Daniel Grao) e la metamorfosi dello stesso che avviene in privato, quando nessuno vede. Ossessione e controllo si traducono nella ricerca di un ordine maniacale e in una scansione del tempo tanto arbitraria quanto rigida, nel quotidiano. Come già visto in A letto col nemico, film del ‘91 con protagonista Julia Roberts. Una parte piuttosto corposa della storia rievoca persino il celeberrimo – e ben anteriore – Angoscia, con Ingrid Bergman (Gaslight, 1944). Dove il dubbio – condiviso tra l’eroina stessa e lo spettatore – diventa, per buona parte della narrazione, “padrone” della scena, protagonista assoluto. Dove è proprio la vittima ad essere caricata di colpa e sospetto, schiacciata dall’ombra lunga del pregiudizio e della presunta follia. Contrariamente alla tradizione cinematografica tipica del genere, però, la “salvezza” e il riscatto qui non passano attraverso altra figura maschile, che faccia da contrappunto al “mostro”. Il fantomatico Eduardo (Jaime Zatarain), belloccio e scanzonato – personaggio ambiguo e monodimensionale insieme – non è affatto risolutivo. Né svolge il ruolo di aiutante, qui riservato ad una donna (l’amica avvocato Esther/ Lucia Jimenez).
Angela – nome simbolico le cui singole lettere, mostrate nell’intro di ciascun episodio, ruotano di 180 gradi – produce su di sé una sorta di “svitamento”. Un rovesciamento. Di sé stessa e su sé stessa. Si smonta e si ricostruisce, Angela madre e donna, da sola o quasi. Superando resistenze, tormenti e ferite fisiche e morali, sino alla tanto attesa “soluzione finale”. Che offre allo spettatore – quasi a voler compensare la tensione costantemente mantenuta – un godibilissimo colpo di scena. Inverte la rotta, lei, Angela. Da sola o quasi, sfidando il rischio e affrontando il dolore, e ogni tipo di sofferenza. Semplicemente perché – come si scoprirà alla resa dei conti – è necessario. “Hay que hacerlo”: bisogna farlo.
data di pubblicazione:28/09/2025
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