da Paolo Talone | Nov 21, 2018
(Teatro Olimpico – Roma, 20 novembre/16 dicembre 2018)
Una madre, un padre, un figlio, una figlia, una famiglia perfetta alle prese con il da farsi di tutti i giorni. Un fatto improvviso però accade e scombina gli equilibri di tutti, creando disorientamento e riflessioni. Ma non disperiamo, il finale da commedia riporta in scena la tranquillità che avevamo all’inizio.
La tournée in giro per l’Italia di Non mi hai più detto ti amo arriva a Roma e riceve una partecipazione di pubblico eccezionale e sorprendente, merito certamente di un’ottima pubblicità, ma anche della coppia, già sperimentata con successo due decenni fa nel musical Grease, Cuccarini-Ingrassia. Il teatro è strapieno per la prima, da notizie rubate in sala si viene a sapere che ben 200 persone in più rispetto alla capienza degli oltre 1400 posti di cui il teatro Olimpico dispone, erano in lista di attesa per una poltrona. Guardando a questi numeri si rimane colpiti e si capisce che il tipo di spettacolo, una commedia leggera che affronta un tema sempre eterno come la famiglia, attira un pubblico vasto e variegato.
Lorella Cuccarini è Serena, una madre e una moglie perfetta, non si poteva scegliere un’attrice migliore per questo ruolo oserei dire, ma che in seguito a qualcosa che le accade, non sveleremo cosa per non andare a togliere il gusto dell’unica sorpresa di cui la trama è fornita, si scopre anche e soprattutto donna. Giulio, interpretato con spontanea naturalezza e maturità da un bravo Giampiero Ingrassia, è suo marito, medico e padre forse un po’ distratto. La coppia ha due figli, maschio e femmina naturalmente, da poco usciti dall’adolescenza che si trovano a dover affrontare la novità che accade e sconvolge la loro innocenza e a maturare inevitabilmente attraverso un percorso di accettazione e di presa di coscienza.
Lo spettacolo è supportato da un apparato scenografico curato al minimo dettaglio, che non ambisce a demandare a fattori simbolici altri significati. Tutto concorre a sottolineare un super realismo nel quale ognuno possa rispecchiarsi: in fondo la storia che si racconta potrebbe capitare a tutti…se almeno tutti avessimo una famiglia “normale”. Sicuramente una scenografia importante, completa di doppio palco girevole, che però mal si sposa a nostro avviso con un testo debole, che fatica a decollare sia nella scelta lessicale che in quella della trama, troppo televisivo anche nell’impianto forse e per questo banalmente semplice.
Bravo Fabrizio Corucci nel ruolo del signor Morosi, paziente di Giulio, al quale sono affidati brevi, ma divertenti siparietti e gag che fanno sorridere. Ci avrebbe fatto piacere che la sua parte fosse stata più lunga.
Ci aspettavamo qualcosa di più, ma uno spettacolo ben organizzato è pur sempre uno spettacolo bello da vedere.
data di pubblicazione:21/11/2018
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Nov 16, 2018
(Teatro Trastevere – Roma, 15/18 novembre 2018)
Chicago anni Venti del secolo scorso, il ricco Shlink, immigrato orientale proprietario di una grossa fabbrica di legname, entra in una biblioteca e trascina in una lotta senza motivo l’impiegato di turno, il giovane George Garga. Il primo pretende di comprare le opinioni del secondo, sfidandolo fino a che questo non cede alla tentazione di accettare tutta l’azienda che il potente imprenditore gli offre. Il ribaltamento della condizione sociale che si determina scatena il dramma, che si estende a tutti coloro che gravitano intorno ai due personaggi fino alla soluzione finale, dove un terzo individuo, finora insignificante, si appropria dell’azienda del primo e della famiglia del secondo.
Quando Bertold Brecht scrisse questa opera il teatro epico era ancora lontano dall’essere teorizzato, ma già dietro questo dramma, composto quando l’autore aveva appena 23 anni, si trova espressa, chiaramente in forma ancora germinale, la domanda che stimolerà tutta la sua produzione a venire: può il teatro rappresentare la società? Questo testo è quindi un esperimento per Brecht, tanto che ci fu bisogno di una riscrittura sei anni dopo la prima pubblicazione del 1922. Fare teatro allora diventa un vero e proprio atto di coraggio: lo fu per l’autore alle prime armi e lo è ancora oggi per questa compagnia in scena fino a domenica nel piccolo teatro di Trastevere e lo è per lo stesso teatro che ha scelto di mettere in cartellone il titolo. Coraggio e passione muovono questa messa in scena, povera e essenziale, perché il teatro si fa anche con i vestiti e gli oggetti che troviamo in cantina o buttati negli armadi, e l’impatto è straordinario e lascia ammirati. Brecht in fondo proponeva un teatro altro che fosse capace di staccarsi dallo sfarzo e dall’ingente impiego di mezzi che le grandi produzioni anche all’epoca richiedevano. La magia sta proprio nello scoprire in questi teatri “minori” e quasi sconosciuti compagnie di attori che sperimentano con dignitoso gusto testi antichi che altrimenti rimarrebbero incastonati nelle pagine polverose di un libro e di questi si deve lodare lo sforzo, genuino e sincero, che si legge nelle membra tese del corpo, nella concentrazione dello sguardo, nel sudore, vero, che cola dalla fronte.
Nella giungla delle città non è testo facile da rappresentare né da seguire, quello che si narra non è altro che una lotta immotivata tra individui che nella stessa società ricoprono differenti e opposti ruoli, ma sicuramente arricchisce di nuovi concetti la nostra esperienza e rende i piccoli teatri come questo luoghi dove vale la pena ogni tanto di andare a trascorrere una piacevole e costruttiva serata.
data di pubblicazione:16/11/2018
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Nov 3, 2018
(Teatro Eliseo – Roma, 30 ottobre/25 novembre 2018)
Parigi 1640. Cavalieri e servi, paggi e cadetti, attori e spettatori, gente del popolo, c’è tutta una società sulla scena a comporre gli ingredienti della pièce di Rostand, rappresentata per la prima volta nel 1897 è destinata ad avere lunga vita sulle scene per il suo grande valore affidato alla forza dell’arte e della parola. Saranno i romantici versi di Cyrano o la bellezza giovanile di Cristiano a conquistare il cuore della bella Rossana?
Al via la stagione numero cento del teatro Eliseo con il Cyrano di Barbareschi. Un numero importante di anni, tanti quanti ci separano dalla morte di Edmond Rostand, autore della commedia, che veniva a mancare esattamente l’anno in cui in teatro si apriva per la prima volta il sipario. Una doppia occasione allora per celebrare questo spazio dedicato all’arte scenica e all’intrattenimento. Ed è proprio un omaggio all’arte la regia di questo spettacolo, cinque quadri divisi in due atti, con cambi di scena a vista. Numerosa la compagnia in scena: 23 attori si dividono le oltre 45 parti che Rostand aveva scritto. C’è un’intera società a essere rappresentata nella storia, in cui è ravvisabile la nostra, fatta di chiacchiere e sfide, spavalderia “guasconesca” e apparenza, che trovano campo fertile tra i social che quotidianamente frequentiamo attraverso lo schermo dei nostri telefonini. Ma siamo nel Seicento e allora al posto degli schermi elettronici abbiamo una quadreria tutta a intorno alla scena, cornici che vanno a coprire tutta la scatola magica dal pavimento del palcoscenico fin sopra la graticcia, lasciando visibile tutta la struttura del teatro stesso, che solitamente è coperta dalle quinte e dal fondale. Una scena avvolgente e di grande impatto visivo quella creata da Matteo Soltanto arricchita dalle cappe, dalle piume, dalle gorgiere e dai merletti nel disegno dei costumi di Silvia Bisconti. Possiamo dire senza ombra di dubbio che l’impegno nella produzione di questo spettacolo ha dato i suoi ottimi frutti. Bravi anche gli allievi e le allieve del corso di recitazione della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté che accompagnano, con estrema concentrazione e precisa cadenza ritmica, la recita in versi martelliani di Luca Barbareschi nel ruolo principale. In fondo è Cyrano il centro di tutta l’azione, è lui il segreto regista e architetto che sta dietro i movimenti di Cristiano, è lui la parola eccellente che fa innamorare Rossana e che sferza a duello l’arroganza della nobiltà, ancor prima della sua veloce spada. Barbareschi ce lo restituisce in tutta la sua forza, quella che costringe l’attore in scena per tutta la durata della pièce, con una recitazione potente e energica, ben studiata, ma che sa diventare commovente quando deve appoggiare il bacio (il famoso “apostrofo rosa”), che consegna alla sua amata con una leggerezza tale da sembrare una piuma del suo cappello che si poggia delicatamente a terra. Viva l’arte e viva la potenza della parola viene da dire quando la recita è finita: è l’arma con cui Cyrano combatte l’arroganza e la protervia di De Guiche e l’ignoranza di Cristiano, e fa volare alto Rossana che ha orecchie e cuore per ascoltare.
data di pubblicazione:03/11/2018
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 11, 2018
(Teatro India – Roma, in prima nazionale 9/28 ottobre 2018)
L’Abisso racconta la drammatica realtà degli sbarchi di cui è testimone da più di 25 anni l’isola di Lampedusa. Le storie dei protagonisti ci vengono riportate da Davide Enia stesso, che è insieme attore principale, cuntatore, testimone e regista di questo spettacolo tratto dal suo romanzo Appunti per un naufragio.
Ci sono delle volte in cui andare a teatro e sedersi in poltrona per assistere a uno spettacolo non è solo divertimento o estraniazione, ma diventa un gesto necessario quando quello che viene proposto e rappresentato ha uno scopo pedagogico. Allora il silenzio che si deve per educazione osservare non è più azione passiva, ma diventa la condizione unica di una compartecipazione drammaturgica all’evento stesso. Certe storie sono da ascoltare con l’intelligenza del cuore oltre che della mente. Il silenzio diventa altresì una trappola dalla quale ci si vorrebbe liberare con un urlo poiché quello che ci viene raccontato ci colpisce e ci fa male, forse perché in fondo ci appartiene.
È quello che è accaduto al teatro India per la prima assoluta di questo nuovo spettacolo di Davide Enia. La scena vuota, appena illuminata, è il contenitore ideale per chi ha tante storie da raccontare. Storie che si susseguono una dietro l’altra e si mischiano a quella individuale del protagonista, del suo rapporto con il padre medico e uomo di poche parole, con lo zio malato che per la seconda volta nella vita si trova a combattere il cancro; tanti racconti che arrivano sulla scena con la stessa violenza e costante cadenza delle onde sbattute contro la banchina di un molo la cui risacca fa alzare di forza il mare. In scena anche Giulio Barocchieri, chitarrista palermitano, che con la sua musica riempie pause che altrimenti sarebbero cariche di troppa tensione, che commenta ora un evento ora un altro, che partecipa emotivamente alla narrazione.
Lo spettacolo ha ricevuto un ottimo successo, lunghi e meritati gli applausi al suo autore e protagonista alla fine della rappresentazione. Si esce dal teatro con la sensazione di essere riemersi da un profondo abisso appunto che ci ha risucchiato per 70 minuti, ma con una consapevolezza in più: la tragedia che si sta svolgendo nel Mediterraneo ci riguarda in prima persona, come cittadini e come uomini.
Per chi non riuscirà ad andare a teatro consigliamo comunque la lettura del romanzo da cui è tratto lo spettacolo.
data di pubblicazione:11/10/2018
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 7, 2018
(Piccolo Eliseo – Roma, 5/7 ottobre 2018)
Fin dalla nascita la principessa Qualcosa di Troppo manifesta di essere esagerata in tutto, dall’urlo emesso al posto del primo vagito, al parlare troppo, al volere tutto e troppo sempre e comunque. Ma un giorno il dolore per una perdita importante le provoca un grosso buco nel cuore. Inizia a vagare per il regno, disperata perché non sentiva più niente … e il Cavalier Niente, sentitosi chiamare, sarà colui che l’aiuterà a capire come prendersi cura del suo spazio vuoto.
Tutto esaurito ieri sera per lo spettacolo/reading inserito nel calendario del Prologo di Stagione del Piccolo Eliseo e tratto da Qualcosa, il romanzo scritto da Chiara Gamberale e illustrato da Tuono Pettinato, tanto che il teatro ha dovuto aggiungere una replica straordinaria domenica pomeriggio alle 16:00. Grande partecipazione di pubblico richiamato sicuramente dal successo del libro che, appena uscito un anno fa, ha ottenuto da subito il favore dei lettori e della critica.
Il racconto veste i panni di una favola morale tutta moderna, perché contemporanei sono i riferimenti a cui il testo rimanda, ed è rivolta a un pubblico adulto. È facile immedesimarsi con la principessa Qualcosa di Troppo, perché rispecchia e vive in pieno un dramma che può colpire tutti: fare i conti con il dolore che causa un vuoto esistenziale dentro di noi.
Grazie al Cavalier Niente la principessa scopre di avere questo vuoto: lo scopo immediato allora è provare a riempirlo. Ma quale errore il fare fare fare troppo e il ricercare negli altri la soluzione ai nostri problemi, questo ci allontana solo dalla verità che sta nello scoprire invece, con innocente stupore, che la bellezza è dentro ognuno di noi ed è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura. Perché affannarsi allora nella ricerca di qualcosa che è un di più?
Ecco allora che avviene la trasformazione: il troppo scompare e la principessa rimane con il suo vero nome … Qualcosa.
Lo spettacolo nel suo complesso ha ricalcato il libro, ovviamente con i dovuti tagli alla storia e ai personaggi. Necessario è stato dare spazio alla proiezione delle divertenti illustrazioni realizzate da Tuono Pettinato in quanto parte integrante della storia; brillante invece affidare alla stessa Chiara Gamberale il ruolo della principessa e alla voce di Luciana Littizzetto quello di narratrice. Bravo e ben azzeccato Fausto Sciarappa nel ruolo del Cavalier Niente e infine direi eccezionale Marcello Spinetta, che ha ricoperto tutti gli altri numerosi personaggi meritandosi l’applauso e le risate del pubblico.
Vi consigliamo certamente di andare a vedere lo spettacolo e se i biglietti dovessero essere terminati, leggete comunque il libro.
data di pubblicazione:07/10/2018
Il nostro voto: 
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