da Paolo Talone | Nov 5, 2021
(Teatro Belli – Roma, 2/3 novembre 2021)
Farsi posto in una società che considera la diversità un abominio non è una missione semplice. Il monologo di Jo Clifford pone questa domanda spiazzante: se Dio ha creato l’uomo e la donna, ponendoli al centro di un equilibrio cosmico, che posto occupano nella creazione coloro che non si sentono né uno né l’altra?
La separazione della luce dalle tenebre è uno degli atti che, nel libro della Genesi, Dio operò all’inizio della creazione. Anche la scena pensata per God’s new frock – la nuova tonaca di Dio – presenta questa netta dicotomia: un palcoscenico vuoto e buio, abitato da una creatura meravigliosa, William, la cui fisicità intercetta guizzi di luce che interrompono il nero totale tutto intorno. Ma ben più che la divisione fra tenebra e luce è quella tra uomo e donna a essere preponderante nel testo. E la Genesi biblica è lo spunto da cui parte Jo Clifford per riscrivere una storia che appartiene alla nostra educazione. Fin da bambini abbiamo imparato a fare distinzione tra maschio e femmina, dimenticando o peggio non considerando coloro che possono trovarsi nel mezzo, che hanno un pizzico di entrambi. Tanto vale prenderne coscienza senza giudicare o pretendere di non vedere e vivere appieno la propria natura, senza vergogna o paura. È questa la maggiore provocazione che esce dal testo, che Massimo Di Michele intercetta con consapevole ironia, spogliando il suo personaggio in giacca e cravatta e rivestendolo di uno scintillante abito bianco di strass e paillettes. È una trasformazione lenta e dolorosa, che recrimina attenzione e considerazione, ma che non arriva a essere irriverente. La gestualità ostentata dal William “pubblico” è controbilanciata da una tenerezza struggente che appartiene al personaggio nel suo privato. Così anche additando l’affossamento del Ddl Zan come l’ennesimo atto contro un cammino di conversione laico al buonsenso, Massimo Di Michele – attento ad attualizzare il testo anche rendendo omaggio a due artiste simbolo della lotta per i diritti Lgbtq+, Milva e Raffaella Carrà – non è mai sgarbato o fastidiosamente sfacciato, perché non c’è modo più bello di chiedere rispetto che portandolo.
Usciranno dal teatro con un abito nuovo e scintillante coloro che saranno in grado di accogliere la provocazione, consapevoli che la bellezza e la benedizione appartengono a ogni essere creato.
data di pubblicazione:05/11/2021
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 30, 2021
(Teatro Belli – Roma, 29/31 ottobre 2021)
Terzo appuntamento per la rassegna di spettacoli della nuova drammaturgia inglese diretta da Rodolfo di Giammarco. Sul palco di Trend Arturo Cirillo è Wilfred, un uomo di mezza età inserviente in un parco pubblico, protagonista di “Playing sandwiches – il gioco del panino”, celebre monologo tratto dalla seconda serie dei Talking heads di Alan Bennett.
Nell’interpretazione di Arturo Cirillo, Wilfred appare come un uomo trasandato nell’aspetto e consumato dai pensieri. Lavora come addetto alla pulizia per una società di manutenzione di parchi e giardini. È intento a spazzare il terreno di gioco per bambini tra uno scivolo rosa e un muro pieno di scritte. I colori brillanti del luogo dove si trova contrastano di netto con la sua figura. La scena creata da Dario Gessati sembra la pagina di un libro illustrato per l’infanzia dove Wilfred si inserisce come uno scarabocchio fatto a penna, come quella scritta volgare che vandalizza la targa commemorativa del parco. Appare tormentato da una sconcertante solitudine, sia fisica che esistenziale. Non c’è nessun bambino a correre e a giocare intorno a lui nel parco, come del resto non c’è nessuno nella sua vita.
Nello stile di scrittura di Alan Bennett, personaggi in apparenza ordinari nascondono abominevoli verità ed è al pubblico che si rivolgono. Non fa eccezione Wilfred. Sotto la tuta blu da manutentore si cela un uomo responsabile di un terribile reato. Solo una confessione dolorosa potrà chiarire di cosa si tratta. Una prima indagine è condotta dal suo datore di lavoro, Mr Parlane, che tenta di ricostruire il suo stato di servizio, lacunoso in molti passaggi delle informazioni più banali sugli impieghi che ha ricoperto in passato. Mentre una seconda indagine, quella che il personaggio fa su sé stesso, ricerca le ragioni di una colpa che si incaglia nell’impossibilità di fornire una giustificazione. Arturo Cirillo sottolinea con attenzione questo secondo aspetto, oscurando il personaggio in attimi di riflessione e silenzio, dove appare chiaro che qualcosa dal passato torna a incastrarlo nel presente. Wilfred è un pedofilo e il lavoro nel parco gli offrirà l’occasione di ripetere il suo sbaglio ancora una volta ai danni di una bambina che lo aveva preso in simpatia. La verità è svelata e davanti a lui ora c’è solo la galera. Nell’isolamento della cella nella quale è rinchiuso si consumeranno i suoi ultimi pensieri. La solitudine, la lontananza dagli esseri umani, dalla società intera, sembra essere la soluzione ideale per evitare che cada di nuovo nell’errore. Eppure, questa condizione che appare come giusta, è in realtà la più sbagliata.
Una luce acida, verde di vomito e sporcizia, ora bagna l’altalena. Con questa immagine Arturo Cirillo congeda lo spettatore, ricordando che per quanto si possano ascoltare le ragioni di un carnefice a farne le spese comunque è un’infanzia violentata per sempre.
data di pubblicazione:30/10/2021
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 25, 2021
(Teatro Belli – Roma, 25/27 ottobre 2021)
L’evoluzione di una coppia smarrita nel dolore dei propri ricordi. Un incidente da ripensare, esorcizzare in un gioco perverso e incomprensibile. Il dramma di Stu e Abby di Anthony Neilson sul palco del Belli per il secondo appuntamento di Trend – Nuove frontiere della scena Britannica – a cura di Rodolfo di Giammarco.
L’idillio iniziale mostrato da Stu e Abby, felici sotto le lenzuola, è interrotto bruscamente da una litigata, che avviene senza un motivo apparente. Dappertutto intorno a loro ci sono bottiglie di alcool e bicchieri di ogni forma. Siamo nella loro casa, siamo nella loro intimità. Momenti di complicità e tenerezza si alternano a bruschi scambi di opinioni e rinfacci. E poi un gioco perverso che li vede recitare la parte del cliente e della puttana, forse per distaccarsi dai propri sentimenti, forse per trovarsi estranei e dirsi che tra loro non c’è mai stato niente, non è stato mai costruito niente. Non capiamo molto, dobbiamo arrivare fino in fondo. È questo lo stitching – la cucitura delle parti – che dobbiamo fare nella nostra mente per recuperare l’immagine totale di questo dramma scioccante e imprevedibile scritto da Anthony Neilson. L’autore racconta questa storia come se tenesse tra le mani un cristallo prezioso e fragilissimo, che scaraventa a terra con la forza violenta del suo linguaggio esplicito e aggressivo. Il filo temporale del racconto si frantuma in mille pezzi, che la coppia Stu/Abby tenta di rimettere insieme attraverso i ricordi. Ma per quanto possano impegnarsi a ricostruire non riusciranno a recuperare un’immagine nitida e chiara di quello che erano prima del dramma. E il dramma sta nell’aver perso Daniel, il figlio che hanno voluto, che hanno cercato, che li ha mandati prima in crisi e poi li ha fatti ritrovare, il figlio che hanno deciso di tenere nonostante le paure.
Come regista, Alessandro Federico cuce uno spettacolo comprensibile nella sua complessità, conferendo alle luci uno straordinario potere narrativo e ritmico. Sul palcoscenico, come attore, funziona in coppia con Valentina Virando. I due attori non smettono di guardarsi negli occhi, di attendersi, di sfidarsi, di riprendersi e darsi il tempo. Uno spettacolo intenso che fonda nella struttura narrativa la sua potenza teatrale.
data di pubblicazione: 25/11/2021
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 23, 2021
(Teatro Belli – Roma, 22/24 ottobre 2021)
Il teatro può essere lo specchio di tanti tragici fenomeni che incombono sull’esistenza. Possono essere di carattere sociale, lavorativo, di genere. Questo il tema scelto per l’edizione numero venti di Trend a cura di Rodolfo Di Giammarco. 14 lavori tratti dalla drammaturgia contemporanea inglese portati in scena da eccellenti artisti del panorama italiano.
Il reading portato sul palco del Teatro Belli di Trastevere da Giacomo Bisordi per la serata inaugurale della ventesima edizione di Trend non ha nulla della staticità di un copione letto al leggio. I cinque attori protagonisti di Beyond caring, Massimiliano Aceti, Caterina Carpio, Eny Cassia Corvo, Elisabetta Mandalari e Francesco Russo, hanno praticamente mandato il testo a memoria. Questo concede movimento a una scena nuda, che fa un uso scenografico dello scheletro del palco, così come appare senza quinte e fondale. Oggetti di scena un tavolo e qualche sedia. Quello che occorre alla rappresentazione lo fa la simulazione mimica degli attori e l’immaginazione dello spettatore.
Siamo nel locale di carico e scarico di un’azienda che lavora la carne. Fatu, Debby e Susanna lavorano come addette alla pulizia, assunte da poco tramite agenzia interinale. Il luogo dove si trovano serve anche da stanza per la pausa caffè, con una macchina per le bibite che funziona male e ruba quei pochi centesimi che hanno in tasca. Ognuna di loro ha alle spalle una situazione economica difficile. Accettare questo lavoro precario, dove i pochi giorni di attività sono divisi in turni notturni massacranti, i minuti di riposo sono contati e le ferie non sono concesse, è l’unico compromesso che hanno per potersi mantenere. La direzione del lavoro è affidata a Lorenzo, un cinico caposquadra che conosce solo il comando e la pressione di raggiungere l’obiettivo imposto nel mansionario. Ha un atteggiamento dispotico con le donne, che causa competizione e provoca continue umiliazioni. Ai richiami per il basso rendimento si sommano inutili questionari di soddisfazione, autovalutazione e riunioni di squadra. In azienda lavora già Maurizio, un uomo di 35 anni che gode la fortuna di avere una situazione contrattuale favorevole: un tempo indeterminato.
Nel titolo di questa pièce è indicato il senso della storia. Letteralmente beyond caring indica una persona che non è più in grado – per incapacità o mancanza di voglia – di prendersi cura di qualcosa o qualcuno, che non vuole dedicare il suo tempo a risolvere un problema che affligge qualcun altro. È così che Lorenzo ha attenzione solo per il lavoro e non per il lavoratore, Debby non può vedere la figlia il fine settimana perché non le sono concesse le ferie e Fatu deve sopportare il dolore che le causa la sua artrite. Questa è la condizione in cui si trovano tanti lavoratori oggi, in un momento storico che sembra aver dimenticato le lotte sindacali di un tempo. Un periodo in cui valgono l’efficienza e la produttività, a scapito della reale condizione dell’individuo la cui vera vita, fatta di affetti mantenuti e curati attraverso lo schermo di un telefonino, si svolge altrove. Ottima prova d’attore per i giovani artisti de La fabbrica dell’attore del Teatro Vascello, in scena fino a domenica.
data di pubblicazione:23/10/2021
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 22, 2021
(Teatro Quirino – Roma, 12/14 ottobre 2021)
Un filo sottile tessuto dal tempo lega insieme la storia di tre donne apparentemente lontane. Piccoli tasselli di un quadro più grande che ha per cornice i due conflitti mondiali. Tutte e tre si chiamano Letizia e in comune hanno anche un destino.
Diciamolo senza retorica: Agnese Fallongo è un’artista interessante da seguire con attenzione! Brava sulla scena e nella scrittura. Un talento eccellente, caleidoscopico, entusiasta, a cui si affianca sul palco un’ottima spalla, Tiziano Caputo, attore cantante e musicista. Diretti da Adriano Evangelisti, insieme dànno vita a uno spettacolo ricco di emozione, divertente e profondo, fatto di personaggi veri e buona musica.
Quando l’Italia entra in guerra il 24 maggio del 1915, Michele lascia la Sicilia per andare a combattere in Friuli, una terra lontana e sconosciuta, dove non arrivano le lettere che Letizia gli spedisce di frequente. Si erano sposati poco prima della sua partenza. La guerra, si sa, divide le anime che si amano. Letizia cerca di raggiungerlo, ma non riuscirà a riabbracciarlo. Morirà colpita da una pallottola vagante mentre offre il suo servizio di volontaria al fronte e il suo fantasma rimarrà intrappolato per sempre nella memoria di chi le ha voluto bene. Di lei si vede ormai solo una foto sbiadita in una cornice di mogano sul comò dei ricordi.
Altra data, altro conflitto: 21 giugno 1940, Seconda guerra mondiale. Proprio quel giorno Lina compie 21 anni. È cresciuta in un orfanotrofio di Latina sotto le cure amorevoli di suor Letizia. Improvvisamente irrompe nella sua vita una vecchia zia di Roma, che le offre un lavoro in città. Lina si trasferisce e scopre che dovrà prendere servizio da Sora Gemma, una casa per appuntamenti a via Mario de’ Fiori. Per sole 15 lire e 65 centesimi la ragazza perderà innocenza e nome. Lina diventerà la sensuale Letizia.
Felice Pirrone, detto il biondino, è uno dei clienti più affezionati di Letizia. Tra i due nasce un sincero amore e così orchestrano di fuggire insieme. L’appuntamento è fissato alla stazione Termini, ma Letizia non si presenterà. La sifilide arriva prima e rovina tutti i piani. Per una serie sfortunata di fatti Felice scoprirà solo quattrodici anni più tardi cosa accadde il giorno della partenza, e sarà l’incontro con suor Letizia, ormai anziana, a chiarire la vicenda. È lei a svelare il prezioso legame che teneva strette in un unico destino le tre donne.
Letizia va alla guerra è uno spettacolo che basa la sua forza su un racconto vero e credibile, portato in scena da due interpreti che cantano, recitano e suonano con grande bravura. Perfetta è la sintonia che hanno sul palco, soprattutto nei tempi comici. Agnese Fallongo propone un teatro fatto con passione, consapevolezza e mestiere, meritevole di essere sostenuto e applaudito.
data di pubblicazione:22/10/2021
Il nostro voto: 
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