ABOUT ELLY di Asghar Fahradi, 2009

 

 

(Festival di Berlino 2009 – Orso d’Argento)

Ahmad, che vive in Germania da anni, decide di tornare in Iran per un breve soggiorno. I suoi vecchi compagni di Università, un gruppo di trentenni borghesi sposati e con figli, decidono di festeggiarlo organizzando una vacanza di tre giorni sulle rive del Mar Caspio. All’insaputa di tutti, Sephideh invita Elly, la maestra di scuola di sua figlia. Questa occasione, artatamente creata, si palesa ben presto agli occhi dei presenti: conoscendo l’infelicità di Ahmad dopo il recente divorzio dalla moglie tedesca, Elly potrebbe essere la donna giusta al suo fianco. Tutti si mostrano subito gentili con lei, dedicandole mille attenzioni e lodandone platealmente le qualità. Ma un incidente in mare ed l’improvvisa sparizione della giovane maestra, fanno deviare la storia verso un contesto inaspettatamente noir, portando in superficie bugie e realtà nascoste. About Elly è un film d’autore sul potere delle tradizioni, sulle dinamiche di gruppo e sulla posizione della donna in Iran, del giovane regista iraniano Asghar Fahradi, vincitore con questa pellicola dell’Orso d’Argento al 59° Festival di Berlino ed al Tribeca Film Festival. Attori bravissimi. Dialoghi molto curati.


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BASTARDI SENZA GLORIA di Quentin Tarantino, 2009

BASTARDI SENZA GLORIA di Quentin Tarantino, 2009

Quentin Tarantino in Inglorious Basterds ci racconta la sua fanta-storia (come lui stesso l’ha definita) secondo la quale, durante l’assedio dei tedeschi in Francia nel ‘44, un gruppo di soldati americani ebrei, capitanati da Aldo Raine (Brad Pitt), vengono paracadutati nella Francia occupata dalle truppe tedesche, allo scopo di uccidere, anzi massacrare, il più alto numero di nazisti. In questa loro impresa-missione saranno aiutati, solo casualmente, da una giovane ebrea sfuggita al massacro della sua famiglia ad opera del colonnello nazista Hans Landa (Christoph Waltz).

La storia-non Storia raccontata nel film, è ovviamente una rilettura-invenzione partorita dalla mente vivace e geniale del regista, che, al pari della trilogia di Kill Bill, ce la porge come una favola preceduta dal c’era una volta e divisa in capitoli; ma questa contestualizzazione durante il secondo conflitto mondiale, seppur fantasiosa, ci lascia basiti e le scene forzate di sangue a cui ci aveva abituati anche in passato qui non ci sembrano “pomodoro”. Infatti, pur sapendo che la Storia è stata tutt’altra cosa, quella raccontata da Tarantino ci tiene in tensione come se, speranzosi, dovessimo scoprirne un inaspettato altro epilogo che, peraltro, non tarda ad arrivare allorquando, il terzo Reich al completo, verrà riunito in una sala cinematografica di Parigi per assistere ad una proiezione auto-celebrativa di una pellicola di propaganda nazista: sarà in quella sala che Tarantino rileggerà la Storia a modo suo. Film da non perdere.


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BRIGHT STAR di Jane Campion, 2009

BRIGHT STAR di Jane Campion, 2009

Bright Star è il titolo di un poema d’amore che Jhon Keats, poeta inglese morto a soli 25 anni, scrisse per Fanny Brawne: Jane Campion ha tradotto la suggestione evocata da tanta poesia in meravigliose immagini. Siamo nel 1818, in un quartiere a nord di Londra, che all’epoca era aperta campagna con dimore in stile georgiano, boschi e giardini, alberi da frutto, distese di lavanda e giacinti selvatici: è in questa cornice, che somiglia ad un quadro di Monet, che ha inizio la frequentazione tra John Keats (un meraviglioso Ben Whishaw) e la sua vicina di casa, la studentessa di moda Fanny Brawne (Abbie Cornish), da cui ne nasce una relazione breve amorosa, molto ostacolata, che suggella un legame intensissimo ed indissolubile tra i due giovani. Tuttavia John, dietro insistente consiglio degli amici, decide di lasciare Londra per recarsi in Italia, nel disperato tentativo che condizioni climatiche più favorevoli possano aiutarlo a superare la tubercolosi da cui è affetto. Questa breve storia d’amore, tragica e tenera al tempo stesso, un misto di dolore e bellezza, rappresenterà tuttavia un momento particolarmente stimolante di creatività nella produzione poetica di Keats, e Jane Campion ha deciso di raccontarci la magnificenza talentuosa di questo giovane poeta, attraverso gli occhi e le emozioni di Fanny: scopriamo così le poesie nate in quel “fulgido”periodo di frequentazione, le lettere, intense e struggenti, fonti preziose da cui la regista ha attinto, nell’intento di rimanere fermamente fedele allo spirito di questi due esseri straordinari. L’epitaffio scolpito sulla lapide di Keats, sepolto nel cimitero acattolico del quartiere Testaccio, recita così: “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua”.


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RACHEL STA PER SPOSARSI di Jonathan Demme, 2008

RACHEL STA PER SPOSARSI di Jonathan Demme, 2008

Jonathan Demme con questo film ha diretto una storia di donne coraggiose e forti, riprendendole con l’occhio di chi, con spontaneità e naturalezza, riesce a trasporre tutto il loro bagaglio interiore, fatto di dolori ma anche di tanto amore. Ne è nato un film profondo e commovente dal titolo Rachel sta per sposarsi, in cui assistiamo alle dinamiche di un nucleo familiare distrutto da alcuni eventi della vita e che si ricompone in occasione delle nozze della giovane Rachel. I preparativi e poi le nozze, consumati durante un intero week end in cui parenti ed amici si incontrano e convivono, fanno riemergere vecchi rancori, paure, rimorsi, tensioni nate da cose non dette e soprattutto lo spettro di un lutto mai elaborato da parte di tutti i componenti della famiglia: ognuno cerca di soffocare questo dolore che li accomuna, tentando di ritrovare dopo tanto tempo un pò di armonia in occasione di questo lieto evento; fa eccezione Kym, fragile e problematica sorella della sposa, ex tossicodipendente e piena di rabbia nei confronti dei suoi familiari, decisa a “riprendersi” a suo modo l’affetto di tutti. Buone le prove da attrici di Anne Hathaway e Rosemarie DeWitt; superba Debra Winger.

 


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LA FAMIGLIA SAVAGE di Tamara Jenkins, 2008

LA FAMIGLIA SAVAGE di Tamara Jenkins, 2008

Jon (Philip Seymour Hoffman) e Wendy (Laura Linney) Savage sono due fratelli adulti che vivono separatamente le loro vite, insoddisfatte sul piano affettivo-familiare e malamente realizzate su quello lavorativo. Lui, appassionato e specialista di teatro brechtiano, si accontenta di insegnare drammaturgia presso l’Università di Buffalo e di convivere con una donna, di nazionalità polacca, che dice di amare ma che vigliaccamente preferirà far tornare al suo paese piuttosto che impalmare; lei, trentanovenne, ha un impiego temporaneo a New York e conduce una vita frustrata dal perenne sogno di diventare autrice teatrale, scrive commedie autobiografiche che nessuno vuole pubblicare, e si consola vivendo una relazione, fatta di incontri fugaci e senza futuro, con il suo vicino di casa. Jon e Wendy hanno un padre, Lenny (Philip Bosco), che vive tranquillo e solo in Arizona, lontano da entrambi, distratto da se stesso e non amorevole, presente nei ricordi adolescenziali dei due fratelli come un genitore severo e dispotico, che un bel giorno comincia a manifestare segni di demenza senile, malattia che obbligherà i figli a prendersi cura di lui, dopo averlo fatto ricoverare a Buffalo in un centro di assistenza per anziani. Per assicurare la loro vicinanza al padre, i fratelli decidono di vivere insieme a casa di Jon: ma la convivenza coatta tra i due farà riemergere in entrambi alcune fragilità, vecchi rancori e amarezze, oltre a sensi di colpa accompagnati da generose manciate di tristezza.

In questo film, targato U.S.A., inusuale e delicato, si parla con realismo ed ironia della profonda umanità di cui sono intrisi i personaggi di Jon e Wendy, grazie anche ad interpreti degni di nota, provati sì dalla vita, ma che nonostante tutto riescono a dare all’anziano genitore quello che possono in attenzioni sgangherate, affetto e sostentamento, ed indubbiamente più di quanto lui non abbia mai dato loro, con un finale per il spettatore tutto da scoprire.

 


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