da Maria Letizia Panerai | Ott 5, 2025
Marta e Guido già da un anno vivono in case separate dopo il fallimento del loro matrimonio. Decidono di affidarsi al tribunale dei minori per chiedere una sentenza giudiziale che stabilisca una ripartizione equa dei giorni in cui il loro unico figlio Andrea, di appena otto anni, debba stare con ognuno di loro. Il magistrato, per poter prendere una decisione, propone ai coniugi colloqui individuali e di coppia alla presenza di due psicologhe.
Attraverso udienze, colloqui e perizie, emergono fragilità, desideri e disagi di tutti, genitori e figlio. La battaglia tra i coniugi è decisamente imperniata sull’aspettativa che l’altro ceda rivedendo le proprie posizioni. Marta-Teresa Saponangelo è molto presa dal proprio lavoro e non ammette rinunce, mentre Guido-Vinicio Marchioni oltre a non comprendere il desiderio di realizzazione della moglie, si dichiara al giudice come un genitore “buono, accudente e giusto”. Appare subito evidente che tra i due è Andrea a soffrire di più, sentendosi sempre più conteso e solo. La ricerca dell’equilibrio appare subito difficile da raggiungere.
Antonio Capuano, napoletano, classe 1940, mostra una coppia che non riesce più a dialogare, che affida la soluzione dei propri conflitti alla macchina giudiziaria. Questa incomunicabilità diventa un peso soprattutto per Andrea (interpretato dal bravissimo Andrea Migliucci) che viene messo dal regista al centro della disputa come vittima innocente. Diventa palpabile durante tutto il film come l’incapacità degli adulti ad assumersi le proprie responsabilità diventi terreno fertile di violenza fisica e psicologica. E a farne le spese è il bambino.
La storia privata narrata nel film ci induce a riflettere su un tema più ampio: viviamo in una società che si affida sempre più a intermediari invece che alla parola diretta, al confronto umano. L’isola di Andrea è un film etico, che scuote gli animi e può essere letto anche come una metafora dell’incomunicabilità che caratterizza il nostro presente.
Sul finale irrompe in maniera geniale la canzone L’isola che non c’è di Edoardo Bennato, tratta dall’album Sono solo canzonette del 1980. È dunque utopico cercare un’isola di salvezza e serenità condivisa o, al contrario, non bisogna mai smettere di farlo? Al pubblico capire se lasciarsi andare alla speranza o pensare che un luogo di salvezza sia davvero inesistente.
data di pubblicazione:05/10/2025
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da Maria Letizia Panerai | Ago 30, 2025
Il 27 agosto ad inaugurare l’apertura della 82 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato il film di Paolo Sorrentino. Prima pellicola in Concorso, potremmo definire La grazia il film più maturo del regista partenopeo, forse tra i suoi migliori perché realizza quella difficile alchimia di far ridere e piangere lo spettatore. Servillo è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica Italiana negli ultimi 6 mesi di mandato. Con una interpretazione sobria e controllata, l’attore alterna una dialettica da giurista a pause in cui gli basta muovere un sopracciglio per esprimere pensieri e parole. Accanto a lui Anna Ferzetti, nel ruolo della figlia Dorotea. Sorrentino le mette un grande faro addosso regalandole un ruolo da co-protagonista che lei assolve meravigliosamente: tenendo testa ad un mostro sacro come Servillo si scrolla finalmente di dosso l’essere figlia e moglie di. La grazia rappresenta un percorso di riflessione che ha come fulcro l’importanza del dubbio. Non mancano i personaggi “sorrentiniani” di contorno come il Papa nero e rasta, il corazziere tuttofare, il sindaco che parla per conto della moglie e la vecchia amica di famiglia Coco, a cui si aggiungono figure complesse come i due detenuti in attesa della Grazia del Presidente. Dialoghi profondi e commoventi si alternano a battute esilaranti, e Servillo-Presidente arriva a citare sé stesso quando indica come sinonimo di eleganza un uomo che indossa una giacca rossa con i pantaloni bianchi. Apre invece la sezione Orizzonti Mother di Teona Strugar Mitevska, coproduzione belga-macedone, film molto coraggioso e di forte impatto, interpretato mirabilmente da Noomi Rapace nei panni di una giovane ed inedita Madre Teresa di Calcutta. Siamo nel 1948. Il film si articola in uno spazio temporale di sette giorni in cui la trentasettenne Teresa, madre superiore del convento delle suore di Loreto, è in attesa di una lettera del Vaticano che le permetta di lasciare il convento per creare un nuovo ordine. La macchina da presa è sempre su di lei, facendoci percepire l’oscillazione tra dubbi e determinazione, tra fede e ambizione, regalandoci l’immagine di una giovane donna che lotta in un mondo di soli uomini, integerrima, inflessibile, con un rigore di ferro, audace, coraggiosa, libera. Apre invece Le Giornate degli autori La Gioia di Nicolangelo Gelormini. Basato su una pièce teatrale la cui sceneggiatura è stato premio Solinas, si ispira ad un recente fatto di cronaca italiana e vanta un cast di tutto rispetto. Valeria Golino, Jasmine Trinca e Francesco Colella, inediti e bravissimi, intrecciano i loro ruoli all’interpretazione del giovane Saul Nanni sorprendentemente bravo, camaleontico, con doti da trasformista che con questo ruolo entra di diritto in quel ristretto gruppo di nuove leve di cui fanno parte Francesco Ghechi e Leonardo Maltese. Il film narra la storia di Gioia Montefiori, una donna non più giovane, ingenua e colta, insegnante di francese che vive ancora con i genitori e che si innamora di Alessio, un suo allievo. Accetterà di farsi stravolgere la vita da lui per provare quella “gioia”, come il suo stesso nome recita, che nella sua vita non aveva mai provato. Un misto di tenerezza e senso materno la spingerà tra le braccia del giovane sino a farle commettere gesti che lei stessa non avrebbe mai immaginato di attuare. Decisamente un buon film. Altra pellicola in concorso è Jay Kelly con George Clooney come protagonista. George è sempre un bel vedere, anche se questa volta non interpreta il fascinoso dalla andatura dinoccolata che tanto piace alle donne. Al contrario è un attore di successo di mezza età che fa i conti con la sua vita privata, un uomo in crisi per aver dedicato troppo tempo alla carriera e troppo poco agli affetti. Ma la storia di questo bilancio personale, seppur nelle mani sapienti di N. Baumbach diventi qualcosa di insolito, è un po’ troppo ripetitivo e a tratti soporifero. Girato parzialmente in Italia, per l’esattezza ad Arezzo e dintorni, nel cast troviamo l’immancabile Alba Rohrwacker e ci chiediamo perchè. A tenere testa al bel George, c’è un bravissimo Adam Sandler nella parte di Ron, il suo inossidabile agente. Il regista ha dichiarato in conferenza stampa di aver giocato con l’idea di fare pace con chi siamo e con chi rappresentiamo in un viaggio per scoprire l’uomo, e Clooney-Kelly si è prestato al gioco. Il film ha il merito di rivelare anche un ambiente che ai più è sconosciuto, un dietro le quinte di ciò che è la reale vita di un attore o di una troupe, mostrando questo lavoro nella sua “normalità”. Sicuramente non è la migliore pellicola di Baumbach ma George, tra il melanconico e gigionesco, regge.
É poi arrivato il momento di Yorgos Lanthimos, anch’esso in concorso, che si conferma un genio assoluto: il suo Bugonia è un film che appartiene al suo mondo visionario e fantastico che ben conosciamo (anche se non è paragonabile a Povere creature), e nonostante le trovate irreali è profondamente calato nella realtà contemporanea e ci fa capire come l’intera umanità sia al contrario assolutamente scollegata da essa. Riusciranno gli “alieni” a salvarci o ci condanneranno all’estinzione come fu per i dinosauri? C’è una ambiguità nel film molto impattante ed Emma Stone è strepitosa come sempre, così come il suo “nemico” interpretato da J.Plemons perfetto nell’offrirci un personaggio detestabile, un’anima in pena che vorrebbe aiutare gli uomini non avendo però il fisico del ruolo per essere credibile. Nel film è facile “etichettare” i personaggi, ma poi essi ci stupiscono assumendo lati sempre nuovi da scoprire e riscoprire sino all’ultimo fotogramma. Una colonna sonora fantastica accompagna questa storia complessa scritta da W. Tracy di un mondo apparentemente distopico che al contrario è una perfetta fotografia del mondo reale. Sul film di Guadagnino After the hunt (non in concorso), invece, non possiamo dire molto se non che la presenza della divina Julia Roberts ha fatto letteralmente esplodere il sistema di prenotazioni! Sappiamo sulla trama quanto riportato dai quotidiani nazionali, ma possiamo riferire ciò che in conferenza stampa è stato detto. Film provocatorio, ricco di personaggi complicati, che accenderanno sicuramente un dibattito per la complessità di visioni e di sfaccettature. Diversi punti di vista si mescolano a dialoghi serrati, in uno scontro tra diverse verità. É stata giudicata straordinaria la performance di Julia Roberts. Altro film in concorso è À pied d’oeuvre di Valérie Donzelli, piccola storia resa grande da una sceneggiatura accorta. Si narra la storia di un’ambizione vera, di quelle che ti fanno operare scelte coraggiose, rinunciando alla propria zona di comfort. Un fotografo, ben pagato, marito e padre di famiglia, per inseguire il sogno di diventare scrittore decide di andare in sottrazione riducendo la sua vita all’essenziale, passando da corse continue per raggiungere il successo ad una vita quasi di stenti per dedicarsi appieno alla scrittura. Film molto lento, ma nel complesso interessante. Chiudono la nostra breve incursione nella kermesse veneziana due pellicole, entrambe in concorso: Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi e Frankenstein di Guillermo del Toro. Rosi, noto documentarista pluripremiato (Leone d’oro per Sacro GRA e Orso d’oro per Fuocoammare) esplora Napoli e le sue antiche memorie, il Vesuvio e le solfatare dei Campi Flegrei sempre in agitazione, Pompei, Ercolano. Fulcro del docu-film sono le continue telefonate ai vigili del fuoco di persone che alle prime avvisaglie di oscillazioni della terra chiamano per sapere se devono preparare i bagagli e scappare. Girato interamente in bianco e nero il film è un viaggio nella storia e nelle storie degli uomini. Ed infine c’è lui, Guillermo del Toro, vincitore di ben 4 Oscar e Leone d’oro nel 2017 per La forma dell’acqua, che ci stupisce con l’adattamento del romanzo gotico di Mary Shelley sullo scienziato, affascinante quanto arrogante, Victor Frankenstein (Oscar Isaac). Curato in ogni piccolo particolare, affronta molti argomenti come il rifiuto della diversità e il dolore che nasce da questa esclusione, l’abbandono e il rapporto padri-figli. Seppur decisamente troppo lungo, Frankenstein è una profonda meditazione sul bisogno di essere accettati per quello che si è, esplorando temi universali quali la solitudine, il desiderio di essere compresi, la paternità mancata e la bellezza dell’imperfezione. Accreditati si ferma qui, ma il Festival di Venezia continua.
data di pubblicazione:30/08/2025
da Maria Letizia Panerai | Mag 28, 2025
(Nuovamente nelle sale per celebrare la memoria del grande fotografo Sebastião Salgado recentemente scomparso)
Fotografare dal greco significa “disegnare con la luce”, dunque il fotografo è colui che con la luce, che si riflette su di una scena, crea un’immagine. Unico maschio di otto figli, Sebastião Salgado viene avviato agli studi di economia dal padre, proprietario di una fazenda in Brasile ed allevatore di bestiame, e negli anni settanta per lavoro si trasferisce in Francia e poi a Londra; sarà sua moglie, architetto, a regalargli una macchina fotografica che segnerà l’inizio di una vita avventurosa ed unica attraverso il mondo, la natura, le civiltà, i popoli e le loro sofferenze.
Il grande regista Wim Wenders, assieme a Juliano Ricardo Salgado, figlio di Sebastião, ispirati dalla potenza delle sue immagini rigorosamente in bianco e nero, alternando fotografie, storia personale e riflessioni dell’artista, ci regalano Il sale della terra, film imperdibile perché necessario ad ogni essere umano come esperienza per sentirsi più forti, più vivi, in quanto spettatori di un documento toccato da una grazia edificante per l’anima ed illuminante per lo spirito, oltre che pervaso da una straziante bellezza. Fotografo di persone più che di paesaggi, l’uomo è sempre al centro di ogni suo scatto proprio perché “gli esseri umani sono il sale della terra”, in tutte le loro manifestazioni, anche le più terribili. I suoi progetti fotografici lo hanno portato dall’Indonesia all’Africa, dai paesi dell’America latina quali Bolivia, Ecuador, alla catena montuosa delle Ande, e poi in Messico del nord dove i suoi scatti riescono a raccogliere suoni attraverso gli occhi, per poi tornare dopo dieci anni di “esilio volontario e necessario” in Brasile. Ed è dal nord del Brasile, dove non era mai stato, che riparte il suo occhio sul mondo, su quella parte di terra in cui la morte e la vita sono molto vicine, animato da gente di grande forza morale oltre che fisica. Poi, nel 1998, accanto a Medici Senza Frontiere è in Etiopia per testimoniare l’enorme indigenza dei rifugiati, dove la gente, che ha la pelle arsa dal vento come la corteccia degli alberi, si abitua a morire… In quei posti Salgado tornerà molte volte, spinto dall’empatia per la condizione umana, dopo una sola digressione nel 1991 per testimoniare l’archeologia dell’era industriale in Kuwait, in occasione dell’esplosione dei pozzi di petrolio, ma dal 1993 al 1999 saranno sempre l’uomo e le sue sofferenze al centro della sua opera, attraverso foto sulla migrazione dei popoli in Tanzania e Rwanda, sui reietti delle guerre e sul genocidio nella ex Jugoslavia: “le tende dei rifugiati…il mondo intero ne sembrava ricoperto. Siamo animali molto feroci, noi umani; tutti dovevano vedere quelle immagini, l’orrore della nostra specie”.
Infine, dopo essere sceso per decenni nel cuore delle tenebre per testimoniare al mondo intero la dimensione della catastrofe dei nostri tempi, Salgado assieme alla moglie, che gli è sempre stata accanto in questo grande e appassionato viaggio che è stata la loro vita, decidono di fermarsi e di dedicarsi alla ricostruzione delle condizioni climatiche della Mata Atlantica in Brasile, con il progetto Istituto terra in favore dell’ecosistema, piantando due milioni di alberi nella zona in cui era cresciuto da bambino, ricreando parte di una foresta che oramai non c’era più, “perché gli alberi sono cosa di tutti e ci danno il concetto di eternità”. E se gli uomini sono il sale della terra, è la terra che è riuscita a guarire le ferite interiori di Sebastião Salgado accumulate negli anni:” io sono parte della natura, come un albero, una tartaruga, un sassolino…”.
data di pubblicazione:28/05/2025
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da Maria Letizia Panerai | Mag 10, 2025
“I figli, prima o poi, smettono di essere figli. Ma un genitore non smette mai di essere genitore.” Il lutto per la madre scomparsa segna profondamente la giovane Sofia (Ginevra Francesconi). Suo padre Pietro (Stefano Accorsi) si illude di poter colmare quel vuoto con la propria presenza istaurando con la figlia un rapporto talmente stretto da credere che possa essere sufficiente, caricandolo anche con la costruzione di una nuova famiglia insieme a Chiara (Thony).
In realtà la morte della madre diventa un evento rimosso, non affrontato apertamente né da Sofia né da Pietro. Questa mancanza di elaborazione emotiva genera un conflitto sotterraneo nella ragazza che esplode in modo drammatico e irreversibile. Ivano De Matteo affronta ancora una volta, dopo I nostri ragazzi, il rapporto genitori figli, esplorando in particolare la complessità di un amore genitoriale e gli errori che a volte si commettono senza rendersene conto. Pietro, concentrandosi solo sul suo ruolo protettivo, sottovaluta il dolore della figlia che si manifesta in continui incubi notturni e in una certa aggressività nei confronti di Chiara, la sua giovane compagna. L’uomo non prepara Sofia a questa nuova relazione perché non coglie l’importanza che la figura materna aveva per la figlia, né le difficoltà che una nuova presenza femminile nella loro casa può causare a livello affettivo.
Sofia è ribelle non solo perché adolescente, ma anche perché non è ancora pronta ad accogliere Chiara nella sua vita. Ma il padre ignora quei segnali e la sua incapacità di vedere non gli permette di percepirne il dolore, né di rispettarne il tempo interiore perché non lo comprende. Il dramma si consuma inevitabilmente.
Dopo film importanti come La bella gente, Gli equilibristi, La vita possibile, Villetta con ospiti, Mia, De Matteo ne Una figlia – presentato in anteprima al Bari International Film Festival – ci mostra un padre che deve imparare a guardare davvero la figlia, a porsi domande sulla responsabilità genitoriale e sul suo modo imperfetto di amare.
Nel film si percepisce un rovesciamento di prospettiva che pone la ragazza in una posizione di maturità affettiva maggiore rispetto al genitore. Tutto questo è sottolineato da una intensa interpretazione di Accorsi nel mostrarci la maturazione tardiva di Pietro che, solo quando perde tutto, inizia a capire. Un plauso va a Ginevra Francesconi: la sua Sofia è una quindicenne che cresce velocemente dopo essere sprofondata in un abisso, trasformandosi in una giovane donna sorprendentemente lucida.
Un film maturo, intimo, diretto, che osserva senza giudicare due mondi troppo distanti per riconciliarsi veramente, ma che possono solo aprirsi alla lunga strada del perdono.
data di pubblicazione:10/05/2025
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da Maria Letizia Panerai | Apr 23, 2025
Bruno (Edoardo Leo) e Terry (Micaela Ramazzotti) sono separati da tempo. Hanno una figlia, Emma (Gloria Harvey) che Bruno ha cresciuto da solo. L’uomo è molto metodico e cerca di imporre regole che l’adolescente Emma puntualmente disattende e contesta. Anche sul lavoro il suo socio Paolo (Claudio Colica), appassionato di vela, sembra non volerlo stare ad ascoltare spronandolo a prendere la vita con maggior leggerezza. Ma quelle regole sono la corazza di Bruno perché Terry, da tanti anni, vive presso una struttura a causa di un disturbo mentale.
Ma un giorno Angela la psicologa del centro (Anna Bonaiuto) comunica a Bruno che Terry è pronta ad affrontare di nuovo il mondo. Affinché però il reinserimento funzioni, è consigliabile che Terry torni a vivere per un breve periodo in famiglia con gli affetti più cari, suo marito e sua figlia. Solo allora sarà pronta per la sua nuova vita. Quella sorta di convivenza forzata, passaggio obbligato perché Terry non si spaventi più delle proprie fragilità, metterà ovviamente a dura prova Bruno. L’esuberanza e la schiettezza della ex moglie porteranno scompiglio nella sua triste vita, e dovrà inevitabilmente rivedere alcune restrizioni che si era imposto per andare avanti senza di lei.
Guido Chiesa con questa deliziosa commedia romantica affronta con leggerezza temi importanti, legati prevalentemente alla salute mentale e come essa si relaziona con i legami affettivi nella fase della ricostruzione dopo la rottura, mettendo in luce a livello emotivo la complessità di azioni che i due protagonisti sono chiamati ad affrontare. Nel film diventa una metafora potente il fatto che Terry pratichi l’antica arte giapponese del kintsugi (letteralmente “riparare con l’oro”), che consiste nel riparare oggetti in ceramica rotti usando una lacca mista a polvere d’oro. Come accade agli oggetti anche le persone possono “rompersi”, emotivamente parlando. L’applicazione del kintsugi valorizza le crepe rendendole parte della storia dell’oggetto senza cancellarle ma esaltandole, rendendo l’oggetto ancora più prezioso, non più rotto ma trasformato. Così le persone possono colmare le proprie lacerazioni e quelle “crepe” non cancellano l’amore ma lo rendono più prezioso.
Il film si mantiene in equilibrio tra dramma e commedia grazie anche alla coppia di attori che hanno affrontato i loro ruoli con sensibilità e consapevolezza. Entrambi si muovono in quella che potremmo definire la loro zona di comfort: Micaela Ramazzotti ha già affrontato in molti film ruoli similari così come Leo si muove in un terreno a lui non nuovo nell’ambito delle dinamiche di coppia. L’approccio di entrambi è empatico: i loro personaggi ad un certo punto, tra il serio e il faceto, in una specie di scambio di ruoli si mettono nei panni dell’altro scoprendo cose sino ad allora celate. Il risultato di tutto questo è un film gradevole, per tutti.
data di pubblicazione:23/04/2025
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