IDOLI – FINO ALL’ULTIMA CORSA di Mat Whitecross (2026)

IDOLI – FINO ALL’ULTIMA CORSA di Mat Whitecross (2026)

Idoli – Fino all’Ultima Corsa, diretto da Mat Whitecross, si inserisce con decisione nel filone dei film sportivi dedicati al mondo delle corse. Un genere che negli anni ha costruito una grammatica narrativa ben riconoscibile. La storia segue Edu Serra (Oscar Casas), giovane pilota motociclistico dal talento indiscutibile ma dal carattere ingestibile, troppo impulsivo per conquistare davvero la fiducia delle squadre. L’occasione arriva quando il team manager Eli gli offre un posto nel campionato Moto2, a una sola condizione però, che a seguirlo sia il padre Antonio Belardi (Claudio Santamaria), ex campione del mondo ritiratosi dopo un tragico incidente che ha segnato per sempre la sua carriera ed il rapporto con il figlio. Da qui prende forma un racconto che intreccia ambizione sportiva, conflitto familiare e melodramma sentimentale, muovendosi nel cuore del paddock della MotoGP, dove il film è stato girato, con accesso reale ai circuiti ed agli spazi del campionato mondiale.

La pellicola costruisce il suo impianto narrativo su una struttura molto classica: il giovane talento ribelle, il mentore severo, il percorso di disciplina che trasforma la rabbia in energia competitiva. Proprio questa familiarità è allo stesso tempo il suo limite e la sua forza, perché da un lato la storia appare prevedibile, ma dall’altro dimostra quanto quell’impianto continui a funzionare quando è sostenuto da un contesto credibile e da personaggi ben definiti.

Claudio Santamaria dà al padre-allenatore di Edu una fisicità ed una severità credibili, lavorando in sottrazione e trovando la sua complessità nella relazione col protagonista. Accanto a lui Oscar Casas restituisce bene l’irruenza di un talento ancora incapace di controllarsi, diventando uno degli elementi più convincenti del film. La coproduzione italo-spagnola porta anche la presenza di Ana Mena nel ruolo di Luna, che introduce la dimensione sentimentale nella pellicola. In un ruolo minore, ma emotivamente fondamentale per la storia, quello del pilota Gianni Baltelli, trova spazio anche Saul Nanni, che si conferma la rivelazione italiana cinematografica più interessante dell’anno.

In definiva, Idoli – Fino all’Ultima Corsa è un racconto sportivo tradizionale, quindi Whitecross sceglie di percorrere una pista già tracciata, ma lo fa con energia sufficiente da tenere lo spettatore incollato fino al traguardo.

data di pubblicazione:18/03/2026


Scopri con un click il nostro voto:

L’ULTIMA MISSIONE: PROJECT HAIL MARY di Phil Lord e Christofer Miller (2026)

L’ULTIMA MISSIONE: PROJECT HAIL MARY di Phil Lord e Christofer Miller (2026)

L’Ultima Missione – Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christofer Miller e tratto dall’omonimo romanzo di Andy Weir, arriva nelle sale come uno dei più ambiziosi blockbuster di fantascienza degli ultimi anni, affidando a Ryan Goslin il ruolo di Ryland Grace, un insegnante di scienze che si risveglia da solo su un’astronave senza ricordare chi sia né perché si trovi nello spazio. A poco a poco, però, la memoria ritorna e con essa la consapevolezza della missione, ossia raggiungere una stella distante anni luce per scoprire perché il Sole stia morendo e trovare una soluzione per salvare la Terra.

La struttura narrativa, costruita su rivelazioni progressive e continui problemi scientifici da risolvere, riflette l’impianto del romanzo di Weir, già autore di The Martian, di cui ricalca peraltro la stessa linea di “fantascienza scientifica”, conciliando cioè spettacolo e rigore divulgativo.

Ryan Goslin, che regge praticamente da solo tutto il film, fornisce una buona prova, alternando vulnerabilità, curiosità scientifica e soprattutto ironia. Infatti, nonostante la posta in gioco – la sopravvivenza dell’intero sistema solare – il tono si mantiene sempre leggero. Nell’incontro con l’alieno Rocky, poi, si sviluppa anche una dinamica sorprendentemente commovente, non consueta nel cinema di fantascienza recente.

Sandra Huller, che interpreta Eva Stratt, leader del progetto, pronta a tutto pur di salvare la Terra, dal canto suo, ha un ruolo marginale, freddo e pragmatico, che ci ricorda la difficoltà degli interpreti europei di inserirsi all’interno di pellicole americane. Ma con la sua interpretazione di Sign of the Times di Harry Styles ci regala, senza dubbio, il momento più emozionante e struggente del film.

Certo non mancano i limiti. Anzitutto la pellicola fatica a liberarsi dell’ombra di The Martian, utilizzando una struttura che lo ricorda ad ogni passo. Ma anche la durata e l’ampiezza del racconto risultano a tratti eccessive, soprattutto nelle sequenze dedicate alle spiegazioni scientifiche e ai passaggi più didascalici della trama.

Nonostante queste riserve, però, il risultato è comunque buono, grazie anche all’idea originale di fantascienza non costruita sulla distruzione o sulla minaccia aliena, ma, al contrario, sulla cooperazione, sull’ingegno e sulla fiducia nella scienza.

data di pubblicazione:18/03/2026


Scopri con un click il nostro voto:

IL BENE COMUNE di Rocco Papaleo, 2026

IL BENE COMUNE di Rocco Papaleo, 2026

Il Bene Comune, quinto film di Rocco Papaleo, si inserisce con coerenza nel percorso autoriale dell’attore e regista lucano, riprendendo molti dei motivi già presenti nel suo cinema, dal viaggio, alla coralità, al rapporto col paesaggio.

Ambientato tra la Basilicata e la Calabria, prende avvio da una situazione semplice ma già carica di potenziale simbolico. Biagio (Rocco Papaleo), guida escursionistica, accetta di accompagnare insieme ad un’attrice in crisi (Vanessa Scalera) e al giovane nipote che gli fa da assistente (Andrea Fuorto), un gruppo di quattro detenute quasi a fine pena (Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Livia Ferri e Rosanna Spaparano), in una gita premio nel Parco nazionale del Pollino. L’obiettivo del cammino è raggiungere il pino loricato, un albero secolare tipico dell’area, che nel film diventa esplicitamente metafora di resilienza e resistenza. Ma quello che potrebbe sembrare un ordinario trekking si trasforma in un percorso di confronto tra persone che arrivano da mondi diversi e che portano con sé fragilità, errori e desideri di riscatto.

Papaleo costruisce il film come un road movie montano, in cui il movimento fisico nello spazio coincide con un processo di trasformazione emotiva. Il viaggio è il dispositivo attraverso cui emergono le storie dei personaggi. Infatti, il contatto con la natura, al tempo stesso aspra e accogliente, i momenti di confessione, la condivisione di musica e parole diventano occasioni per dare forma ad una comunità provvisoria, composta da individui che normalmente non si incontrerebbero. Nel corso del cammino affiorano ferite personali, tensioni e momenti di intensa solidarietà, mentre il racconto alterna leggerezza e malinconia.

E come in altre sue opere, il paesaggio non è semplice sfondo, ma parte attiva della storia. Il Pollino assume un valore quasi simbolico, accompagnando i personaggi nel loro tentativo di ridefinire il proprio posto nel mondo.

Il tono rimane quello della commedia, ma attraversata da una dimensione riflessiva, nella quale Papaleo continua ad esplorare il tema della comunità come esperienza fragile ma possibile, interrogandosi su come persone molto diverse possano, almeno per un tratto di strada, riconoscersi parte dello stesso cammino, aiutato nell’intento da un cast corale che insieme funziona e convince.

data di pubblicazione:11/03/2026


Scopri con un click il nostro voto:

IL TESTAMENTO DI ANN LEE di Mona Fastvold, 2026

IL TESTAMENTO DI ANN LEE di Mona Fastvold, 2026

Il Testamento di Ann Lee è uno di quei film che sembrano concepiti più come esperienza sensoriale che come biopic tradizionale. La pellicola racconta la figura della mistica settecentesca Ann Lee attraverso un linguaggio cinematografico audace che mescola storia, musica e trance religiosa, evitando deliberatamente ogni struttura convenzionale.

Il punto di partenza è la vicenda reale della fondatrice del movimento degli Shakers (Amanda Seyfried), leader carismatica che predicò uguaglianza di genere, comunità spirituale e rinuncia alla sessualità. La Fastvold, celebre per la sua ultima opera da sceneggiatrice The Brutalist, e il co-sceneggiatore Brady Corbet, non raccontano però la sua vita in maniera classica, preferendo evocare un’esperienza di fede collettiva e costruendo il film come una sorta di liturgia fatta di canto, danza e stati estatici. Le cerimonie degli Shakers, celebri per i movimenti convulsi ed i canti ripetitivi, diventano il vero motore visivo e sonoro del film, con le coreografie di Celia Rowlson-Hall e una colonna sonora di Daniel Blumberg che rielaborano antichi inni religiosi in forme quasi ipnotiche.

Il risultato è un musical insolito e straordinario che mette al centro non tanto la storia personale della Lee, quanto la nascita di una comunità legata da un forte bisogno di appartenenza ed il fascino ambiguo del carisma spirituale.

In questo contesto la performance della Seyfied, magnetica e radicale, è il fulcro emotivo del film. Che però ha anche una pecca L’eccessiva lunghezza, infatti, unita allo scarso approfondimento della psicologia dei personaggi, in favore degli aspetti visivi, rende soprattutto la seconda parte più contemplativa che narrativa, totalmente priva dell’energia febbrile della prima.

Tuttavia il coraggio artistico dell’opera è raro. La Fastvold ha realizzato un film che non cerca il consenso ma persegue con coerenza la propria visione, creando un risultato singolare nel panorama del cinema storico contemporaneo. Non interessa tanto stabilire se Ann Lee fosse una profeta o una visionaria, quanto far percepire allo spettatore la potenza emotiva di una fede capace di trasformare la sofferenza privata in movimento religioso. Ed è proprio in questa tensione tra spiritualità, corpo e comunità che il film trova la sua dimensione più affascinante e controversa.

data di pubblicazione:11/03/2026


Scopri con un click il nostro voto:

LA LEZIONE di Stefano Mordini, 2026

LA LEZIONE di Stefano Mordini, 2026

La Lezione, presentato alla Festa del Cinema di Roma e ora finalmente in sala, è un thriller psicologico che parte da un presupposto potentissimo: esplorare non soltanto la violenza di genere, ma il modo in cui si insinua nella percezione stessa della realtà di una donna.

Al centro della vicenda c’è Elisabetta (Matilda De Angelis), giovane avvocatessa di successo, una donna forte e autonoma, che si rivela però fragile nel momento in cui non riesce più a distinguere chiaramente tra verità e sospetto. La sua storia si dipana tra un caso professionale, la difesa di un professore accusato di violenza sessuale (Stefano Accorsi), e il ritorno minaccioso del suo passato personale, con l’ex compagno, già condannato per stalking, che pare tornare a perseguitarla.

Nella prima parte, il film di Mordini convince per atmosfera e maturità. Trieste, con la sua bora implacabile, diventa metafora visiva di una mente che perde riferimenti stabili, sospesa tra realtà e paranoia. La protagonista non è una vittima stereotipata, ma una donna che vive una forma di violenza meno visibile, anche se altrettanto destabilizzante. Questo approccio costituisce il punto di forza della pellicola, mostrando una dinamica psicologica complessa, autentica nelle sue ambiguità, che permette allo spettatore di interrogarsi sulle zone d’ombra della manipolazione e della paura. E pesa, in questa parte, la presenza di Stefano Accorsi che costruisce un personaggio capace di alimentare il dubbio, giocato tutto sulla sottrazione, tra sguardi trattenuti, mezze frasi ed un controllo emotivo che diventa inquietudine.

Tuttavia, nella seconda parte, la sceneggiatura mostra crepe evidenti. Qui la tensione psicologica cede a sviluppi narrativi privi di plausibilità interna, con alcune scelte, come quella di far trasferire la protagonista in un luogo isolato, senza giustificazioni solide rispetto al suo stato d’animo o alla dinamica dello stalking, che appaiono francamente incongrue rispetto al viaggio psicologico costruito fino a quel momento.

Questa discontinuità narrativa rischia di indebolire anche il messaggio più importante del film, ossia l’affrontare con rispetto e profondità la condizione delle donne vittime di stalking. Allo stesso tempo però La Lezione sottolinea con lucidità la mancanza di un vero identikit della vittima, la difficoltà istituzionale e sociale di credere alle donne e il trauma silenzioso che questa sottovalutazione produce.

Si tratta, pertanto, di un’opera che merita attenzione, seppure, a tratti, non riesca a conciliare pienamente il rigore narrativo con l’urgenza del suo messaggio.

data di pubblicazione:05/03/2026


Scopri con un click il nostro voto: