TONY-DIARIO DI UN GIOVANE CUOCO di Matt Johnson, 2026

TONY-DIARIO DI UN GIOVANE CUOCO di Matt Johnson, 2026

Tony – Diario di un giovane cuoco sceglie una strada tutt’altro che scontata. Invece di seguire il mito di Anthony Bourdain, prova a intercettarne l’origine. Matt Johnson evita il biopic celebrativo e concentra lo sguardo su un’estate decisiva, quando un ragazzo inquieto, brillante e irrisolto scopre quasi per caso il mondo delle cucine professionali. È lì, tra il rumore delle pentole, il caos del servizio e una galleria di cuochi tanto sgangherati quanto carismatici, che prende forma la personalità destinata a cambiare il modo di raccontare il cibo.

Il film funziona soprattutto perché rinuncia alla tentazione di spiegare tutto. Non costruisce un santino né cerca facili scorciatoie psicologiche. Osserva un giovane arrogante, vulnerabile e a tratti insopportabile, lasciando che siano le esperienze, più che i dialoghi, a modellarne il carattere. Dominic Sessa restituisce con sorprendente naturalezza questo equilibrio instabile tra ambizione e smarrimento, senza mai scadere nell’imitazione. Accanto a lui, Antonio Banderas offre un’interpretazione misurata e intensa, incarnando quella figura di maestro che insegna più con l’esempio che con le parole.

Johnson dirige con energia, immergendo lo spettatore in cucine vissute, frenetiche e imperfette, dove il calore dei fornelli diventa metafora di una formazione umana prima ancora che professionale. La cucina non è un semplice sfondo, ma luogo iniziatico, quasi una fucina in cui disciplina, talento, eccessi e solidarietà convivono nello stesso spazio.

Naturalmente il film è attraversato da una malinconia inevitabile. Chi conosce il destino di Bourdain non può evitare di leggere ogni conquista alla luce di ciò che accadrà anni dopo. Eppure, la regia ha l’intelligenza di non trasformare questa consapevolezza in un espediente ricattatorio. È un qualcosa che resta sullo sfondo, come un’ombra discreta che aggiunge profondità senza soffocare il racconto. Come il piccolo dettaglio, ma carico di significato, legato al nome. Il protagonista, praticamente per tutto il film, si presenta semplicemente come Tony. Solo nel finale, dopo che gli era stato fatto notare che quel nome non andasse bene per un futuro grande chef, risponde con naturalezza, quando gli viene chiesto il nome: “Anthony. Anthony Bourdain.” È un momento di grande semplicità, ma anche di autentica emozione. Non è solo un nome, è l’istante in cui un ragazzo sembra riconoscere, forse per la prima volta, la persona che sta diventando.

data di pubblicazione:27/08/2026


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THE END OF OAK STREET di David Robert Mitchell (2026)

THE END OF OAK STREET di David Robert Mitchell (2026)

In The End of Oak Street David Robert Mitchell parte da un’idea apparentemente folle e la trasforma in qualcosa di molto più stratificato di un semplice film di dinosauri. Una tranquilla strada di provincia americana degli anni Ottanta viene improvvisamente strappata al proprio contesto e trasportata in un ambiente sconosciuto, dove la natura non è più quella addomesticata dei prati suburbani ma una forza primordiale ostile e smisurata. E dentro questo cortocircuito si trova una famiglia già sul punto di disgregarsi.

Il film gioca quindi contemporaneamente su due catastrofi, quella spettacolare che precipita dal cielo e riempie il mondo di creature preistoriche, e quella, molto più intima, che ha già cominciato a consumare i rapporti fra Denise e Greg Platt e fra i genitori e i loro figli. E quando la realtà viene letteralmente strappata dalle fondamenta, La famiglia è costretta a chiedersi cosa significhi davvero rimanere insieme.

Il riferimento più evidente è il cinema americano degli anni Ottanta, quello capace di mettere l’ordinario a contatto con l’impossibile. Si riconosce lo stupore spielberghiano, la meraviglia di fronte all’ignoto, persino una certa idea della famiglia come rifugio. Ma sotto quella superfice familiare resta la vena inquieta del regista, autore del successo It Follows. La sua America non è mai completamente rassicurante, è ordinata, luminosa, quasi da cartolina, e proprio per questo basta pochissimo perché diventi perturbante.

A questo si unisce una vena decisamente divertente, con jump scares non banali e dettagli narrativi a volte inaspettati. Ma la scelta più felice è forse quella di non trasformare i dinosauri in semplici attrazioni. Sono una minaccia concreta, l’irruzione dell’incontrollabile in un mondo che credeva di avere messo tutto al proprio posto.

In questo scenario Anne Hathaway è il vero baricentro del film. Non la solita eroina d’azione impermeabile alla paura, ma vulnerabile, spesso terrorizzata, emotivamente esausta. E Ewan Mc Gregor accompagna bene questo registro. Unica pecca, forse, il fatto che non tutti i personaggi ricevono lo stesso approfondimento, vittime di un’idea molto più grande del tempo che si concede per svilupparla.

The End of Oak Street è un film deliberatamente strano. Non spiega tutto, non pretende di rendere ogni elemento perfettamente razionale, in generale non è un blockbuster tradizionale, il che lo renderà per alcuni affascinante, per altri, probabilmente, frustrante.

data di pubblicazione:20/08/2026


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HOKUM di Damian McCarthy, 2026

HOKUM di Damian McCarthy, 2026

Con il suo terzo lungometraggio, il regista irlandese Damian McCarthy si consolida definitivamente come una delle voci più lucide e rigorose del panorama horror contemporaneo. Hokum si distacca con forza dalle logiche industriali dei franchise seriali per abbracciare un’estetica della tensione squisitamente autoriale, radicata nel folklore e nella destrutturazione dei classici cliché, trasformando gli archetipi ben noti in un racconto attraversato da colpa, lutto e memoria.

La storia segue un autore, interpretato da un misurato e convincente Adam Scott, lontanissimo dai registri comici che lo hanno reso celebre, che si reca in Irlanda per disperdere le ceneri dei suoi genitori, finendo per scontrarsi con una presenza stregonesca e con i nodi irrisolti del suo passato. In pratica una haunted house story rielaborata attraverso una lente fortemente onirica e psicologica.  

Sul piano squisitamente tecnico, la pellicola brilla per una gestione millimetrica dello spazio e del tempo cinematografico. La regia di McCarthy non cede ai jump scare ordinari e prevedibili, ma sceglie deliberatamente un ritmo da slow burn. Più che l’accumulo di eventi, gli interessa la progressiva erosione delle certezze dello spettatore. La macchina da presa si muove con sovrana sicurezza all’interno di una messinscena claustrofobica, concentrata tra le mura dell’hotel isolato e l’oscurità dei boschi circostanti, traducendo l’isolamento geografico in una condizione esistenziale. E’ un cinema che lavora sull’attesa, sulla percezione e sull’idea che l’orrore possa annidarsi appena fuori campo.

Il vero fulcro dell’operazione risiede, però, nella fusione organica tra l’elemento soprannaturale e il folklore irlandese, che non funge da semplice apparato decorativo, ma da vero e proprio motore semiotico del racconto. Questa commistione crea un effetto allucinato e sospeso, dove il confine tra il trauma rimosso e la minaccia arcaica si fa programmaticamente labile.

Hokum dimostra come il cinema di genere possa ancora ambire a una profonda stratificazione narrativa senza rinunciare alla sua missione primaria, ossia fare paura. Tra direzione tecnica sicura, un uso espressionista delle atmosfere e un montaggio sonoro che lavora sottotraccia sui nervi del pubblico, il film si impone come una delle visioni più mature tra gli horror di tutto l’anno.

data di pubblicazione: 4/08/2026


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THE ODYSSEY di Christopher Nolan, 2026

THE ODYSSEY di Christopher Nolan, 2026

Dopo avere piegato lo spazio-tempo e raccontato le ossessioni umane attraverso la fisica, Christopher Nolan ha raggiunto con l’Odissea il culmine logico e monumentale di tutta la sua filmografia, trovando nel poema omerico l’archetipo definitivo del suo cinema: il viaggio di un uomo che vuole tornare a casa e ritrovare sé stesso. Ulisse, interpretato da un eccezionale Matt Damon è, in fin dei conti, il prototipo di tutti grandi protagonisti nolaniani. Come il Cobb di Inception attraversa i livelli del subconscio per riabbracciare i figli o il Cooper di Interstellar solca le galassie oltre l’orizzonte degli eventi, il re di Itaca affronta l’ignoto spinto dall’ossessione del ritorno.

La perfetta aderenza al testo, che all’inizio potrebbe sembrare un limite, è, in realtà, la chiave del capolavoro. L’occhio del regista ci restituisce la perfezione di un’opera senza tempo che grazie al suo occhio si rivela essere di un’attualità imbarazzante. Il film affronta da vicino anche il concetto di disturbo da stress post traumatico. L’Ulisse di Matt Damon non è un eroe senza macchia, è un veterano piegato dai sensi di colpa per gli errori commessi a Troia. La vera tempesta che lo allontana da Itaca non è solo quella scatenata dall’ira di Poseidone, ma la tenebra che si porta nel cuore.

Il cast corale è incredibile, dalla Penelope di Anne Hathaway, una regina non in attesa ma dotata di una straordinaria forza intellettuale e diplomatica, alle divinità Atena e Calypso, interpretate da Zendaya e Charlize Theron, personificazioni della coscienza, del dovere e della tentazione terrena, passando per Elena di Troia (Lupita Nyong’o), protagonista di un momento potentissimo in cui rivendica la propria identità, ricordando che la guerra è stata combattuta in suo nome, ma non per colpa sua.

Dal punto di vista tecnico l’Odissea è potentissimo ed incredibilmente immersivo. È il primo lungometraggio interamente girato con cineprese IMAX a pellicola 70mm. I guerrieri chiusi nel ventre del cavallo durante la presa di troia ed il canto delle sirene diventano così esperienze sensoriali quasi tangibili, mentre la vastità del mare si fonde con il vuoto esistenziale del protagonista.

Non è solo un trionfo visivo, ma una riflessione profonda su cosa significhi perdersi e ritrovarsi, che dimostra come i miti di tremila anni fa parlino ancora direttamente alle nostre ferite più moderne.

data di pubblicazione:16/07/2026


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SUPERGIRL di Craig Gillespie, 2026

SUPERGIRL di Craig Gillespie, 2026

Con Supergirl il nuovo universo DC sembra inseguire un paradosso: costruire il futuro tornando alla fragilità. Milly Alcock, centro gravitazionale indiscusso del film, ci restituisce un personaggio lontano dalla figura solare e rassicurante della tradizione, dando un volto e una temperatura emotiva ad una figura che, per decenni, è rimasta all’ombra del cugino più celebre.

Kara è una ragazza ferita, irrequieta, spesso riluttante a indossare il ruolo dell’eroina. In questo senso la pellicola, ispirata alla graphic novel Supergirl: Woman of Tomorrow, tenta di trasformare il racconto supereroistico in un viaggio di formazione, quasi un romanzo picaresco disseminato nello spazio. La protagonista attraversa pianeti e incontri come una viaggiatrice malinconica, più interessata a sopravvivere al proprio passato che a salvare il mondo. Ci si interroga quasi sul significato stesso di eroismo in un’epoca di stanchezza supereroistica.

Il film ha una dimensione in qualche modo western, nella quale il tema della vendetta e quello della perdita assumono un peso maggiore rispetto alle convenzioni del cinecomic. La giovane Ruthye diventa così il contrappunto morale di Kara e quando il film rimane vicino a questa relazione, riesce a trovare una voce personale e persino una certa grazia.

Craig Gillespie dirige con un gusto visivo che alterna atmosfere cupe a suggestioni pop, in alcuni momenti quasi punk. La fotografia e le ambientazioni aliene sono tra gli aspetti più riusciti dell’opera. I pianeti attraversati da Kara non sono soltanto scenari spettacolari, ma luoghi che riflettono il suo stato d’animo e accentuano il senso di isolamento che accompagna il personaggio per tutto il racconto. Forse, però, proprio questa discontinuità narrativa è il limite del film. Le sequenze d’azione digitali, i richiami all’universo condiviso e alcuni personaggi secondari, finiscono per appesantire una storia che aveva trovato la propria identità nella vulnerabilità della protagonista. Anche Lobo, interpretato da Jason Momoa, è un elemento a tratti eccessivamente caricaturale, oltre che marginale.

In generale, comunque, Supergirl, seppur senza particolari picchi, riesce a intrattenere, regalandoci una figura meno monumentale e più umana, primo passo, forse, per un nuovo corso DC.

data di pubblicazione:25/06/2026


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