da Nadia Alese | Mag 26, 2026
Con Zerocalcare il rischio è sempre quello di ritrovarsi davanti all’ennesima variazione del suo universo narrativo, fatto di ansie quotidiane, Rebibbia, gli amici storici, i monologhi a mitraglia, l’Armadillo come coscienza parlante. Eppure, Due Spicci, in onda su Netflix dal 27 maggio, appare subito come qualcosa di diverso. Non perché rinneghi il linguaggio che ha reso riconoscibile l’autore romano, ma perché lo porta in una zona più stanca, più amara, più adulta, dove l’ironia continua ad esistere, ma smette di essere un rifugio sufficiente.
Gli otto episodi della nuova serie rimettono al centro Zero, Cinghiale, Sara, Secco e naturalmente l’Armadillo doppiato ancora da Valerio Mastandrea, ma il tono è più crepuscolare rispetto alle due serie precedenti. Stavolta il motore della storia è la gestione di un piccolo locale aperto da Zero e Cinghiale, un progetto che diventa rapidamente il simbolo di una generazione arrivata ad un’età in cui non basta più tirare avanti o sopravvivere emotivamente, perché è arrivato il momento in cui bisogna capire cosa sia rimasto dei sogni iniziali e soprattutto cosa fare quando la via non assomiglia a quella immaginata.
Due Spicci è certamente il lavoro più maturo, disilluso ed ambizioso di Zerocalare. Non tanto perché cambi il suo stile di scrittura, quanto piuttosto perché cambia il punto d’osservazione. I personaggi non sono più soltanto intrappolati nell’ansia o nell’immobilismo sentimentale tipico dei trentenni raccontati nelle opere precedenti, qui si confrontano con il fallimento, con le responsabilità economiche, con la paura di non essere diventati ciò che pensavano. La metafora del “navigatore che ricalcola il percorso”, citata dallo stesso autore al Salone del Libro di Torino, diventa infatti il cuore della serie, basata sull’accettare che la strada prevista si sia interrotta e che non esista per forza un vero lieto fine rassicurante.
Zerocalcare continua ad usare il flusso verbale, le digressioni assurde, i riferimenti pop e musicali, e ovviamente le sue battute geniali che strappano la risata di cuore in quel totale sentimento di immedesimazione, che è la base, da sempre, del suo successo. Allo stesso tempo, però, il racconto è a tratti doloroso, ed è proprio in questa perdita di consolazione che la serie sembra trovare la sua forza migliore.
Anche sul piano registico la serie è più complessa, l’animazione, dietro quell’apparente semplicità scarabocchiata, mostra con evidenza un lavoro collettivo. Non a caso Zerocalcare stesso ha definito Due Spicci come “la fine della trilogia”, quasi una resa dei conti personale con il percorso iniziato nel 2021.
data di pubblicazione: 26/05/2026
da Nadia Alese | Mag 20, 2026
C’è qualcosa di profondamente coerente nel fatto che un documentario dedicato ad Aldair scelga il tono del pudore invece di quello della celebrazione enfatica. Aldair Nascimientos dos Santos, per il popolo romanista semplicemente “Pluto”, è stato infatti uno dei più grandi difensori passati per la serie A, ma il film di Simone Godano non prova mai a trasformarlo in un monumento. Aldair. Cuore giallorosso preferisce inseguire il mistero umano di un campione amatissimo ma schivo, coerentemente col fatto che è rimasto, per tutta la sua carriera, sempre un passo indietro rispetto alla retorica del divismo calcistico.
La struttura del documentario parte da un momento reale e molto concreto, ossia la celebrazione dei sessant’anni di Aldair allo Stadio Olimpico, prima del match Roma Napoli del 30 novembre 2025. Da lì prende avvio il viaggio dello scrittore Sandro Bonvissuto, tifoso romanista e presenza centrale del racconto, che attraversa Italia e Brasile nel tentativo di capire chi sia davvero l’uomo dietro il mito sportivo. È una scelta narrativa intelligente perché evita il montaggio classico di molti documentari calcistici contemporanei. Qui il calcio resta fondamentale, ma diventa soprattutto una porta d’ingresso verso un discorso più ampio sull’identità, l’appartenenza e sulla memoria emotiva di una città.
Godano, che viene dal cinema di finzione, porta un’attenzione insolita, nel documentario, alle pause, agli sguardi, ai silenzi. Non è un caso che una delle definizioni più riuscite del film arrivi proprio dal regista, quando descrive Aldair come “il silenzio del fiume di una foresta brasiliana”. Il documentario sembra costruito proprio attorno a questa intuizione, quella di raccontare un uomo che non ha mai avuto bisogno di occupare il centro della scena per diventare leggenda.
Le testimonianze disseminate lungo tutto il film, da Totti a Cafu, da Fabio Capello a Carlo Verdone, non servono tanto a certificare la grandezza tecnica del difensore brasiliano, già evidente dai materiali d’archivio, quanto a delineare un’etica personale. Quello che emerge è il ritratto di un atleta elegante anche fuori dal campo, rispettato dagli avversari, amato dai tifosi, incapace di trasformare il carisma in esibizione.
Il documentario funziona soprattutto quando diventa un film sulla nostalgia, quando racconta il modo in cui certi giocatori finiscono per incarnare un’idea di lealtà che il calcio contemporaneo sembra avere quasi dimenticato. Ed è proprio questa delicatezza a renderlo qualcosa di più di un semplice omaggio celebrativo.
data di pubblicazione:20/05/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Nadia Alese | Mag 6, 2026
Pecore Sotto Copertura è un film che sulla carta rischia di sembrare un esercizio di stile un po’ bizzarro, con le sue pecore detective, un omicidio in campagna ed il tono a metà tra il family movie ed il giallo classico. Ma in realtà, sorprendentemente, trova proprio in questa eccentricità la sua forza più autentica. Diretto da Kyle Balda e tratto dal romanzo di Leonie Swann, il film costruisce un equilibrio delicato tra leggerezza narrativa e una vena malinconica che emerge quasi in sordina, ma con insistenza.
La premessa è tanto semplice quanto fertile: un pastore affettuoso (Hugh Jackman) legge ogni sera romanzi gialli al suo gregge, inconsapevole che quelle storie vengono capite ed assorbite dalle sue pecore. Quando l’uomo viene ucciso, saranno proprio loro a farsi carico dell’indagine, osservando il comportamento umano con sguardo ingenuo ma acuto. Ed è qui che il film trova la sua intuizione più riuscita, quella di trasformare il punto di vista animale in una lente straniante capace di rivelare l’assurdità e la fragilità delle dinamiche umane.
Pecore Sotto Copertura funziona perché, oltre ad essere una favola divertente, riesce anche a costruire un racconto emotivo coerente, alternando ironia e riflessione senza mai risultare forzato. La regia di Balda, al suo primo live action dopo una carriera nell’animazione, si percepisce proprio nella gestione del ritmo e nel modo in cui le pecore realizzate in CGI si integrano con il mondo reale. C’è, infatti, una fluidità visiva che evita l’effetto artificioso e permette allo spettatore di accettare rapidamente la premessa.
Ciò che rende però più interessante la pellicola è la sua ambizione tematica. Sotto l’apparente leggerezza, infatti, si parla di perdita, memoria e responsabilità affettiva, affrontando con tatto il tema del lutto e della rielaborazione emotiva.
Non tutto è perfetto. In alcuni passaggi, ad esempio, la sceneggiatura indulge in soluzioni convenzionali, ma quando vira sul punto di vista animale, tutto si fa più vivido e brillante.
In definitiva, Pecore Sotto Copertura è un piccolo oggetto anomalo, una detective story travestita da favola o forse una favola che usa il giallo per parlare d’altro. Ed è proprio questa ambiguità, insieme ad una scrittura più sottile di quanto ci si aspetterebbe, a renderlo un’operazione curiosa e riuscita.
data di pubblicazione:06/05/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Nadia Alese | Apr 29, 2026
Nel Tepore del Ballo è uno dei lavori più essenziali e cupi di Pupi Avati, un film che rinuncia a qualsiasi illusione consolatoria per affondare in una dimensione narrativa dove il dolore, la caduta e la memoria si intrecciano senza filtri.
Al centro c’è la parabola discendente di un volto televisivo, Gianni Riccio (Massimo Ghini), travolto da uno scandalo finanziario proprio nel momento del massimo successo, che diventa lo spunto non solo per una denuncia dell’essenza spietata del mondo della televisione, ma anche per un racconto di rovina e possibile riscatto, per l’immersione in un’umanità fragile, segnata fin dall’origine da abbandoni e solitudini.
Il tono è tetro e disincantato, la regia sceglie una forma asciutta, che rifugge la spettacolarizzazione e punta invece su una costruzione per accumulo di dettagli emotivi, da una tinta che si scioglie sotto una doccia fino a un finale struggente che tenta disperatamente l’elaborazione consolatoria di un lutto mai veramente affrontato, per sopravvivere a una tragica vita di solitudine.
È un cinema che non fa sconti, dove anche gli inserti più eccentrici, una serie di camei di personaggi famosi nella parte di sé stessi, figure sopra le righe, non rompono mai la sensazione di un mondo che si sfalda lentamente.
Sul piano attoriale massimo Ghini risulta completamente credibile, mentre Isabella Ferrari lavora per sottrazione, senza trucco, in linea con lo stile della pellicola. Ma è soprattutto Giuliana De Sio a imporsi come presenza dominante, con una performance straordinaria, nel ruolo di una conduttrice col pelo sullo stomaco alla Barbara D’Urso, ma che in fondo può essere chiunque, figura al tempo stesso grottesca e tragica.
Quel che resta è un film che non cerca di piacere né di rassicurare. Avati torna ad un’idea di cinema spoglio, quasi controcorrente rispetto alle logiche produttive contemporanee, e proprio in questa scelta trova una sua coerenza radicale. Nella sua malinconia insistita e nello sguardo disilluso, finisce per trasformare la storia individuale del protagonista in qualcosa di più ampio, una riflessione amara sul tempo, sulla solitudine, la perdita e la difficoltà, oggi, di immaginare una vera possibilità di rinascita.
data di pubblicazione:29/04/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Nadia Alese | Apr 22, 2026
Il biopic Michael, diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson, arriva in sala con l’intenzione di raccontare Michael Jackson, ma finisce per costruire un qualcosa che assomiglia di più ad una celebrazione selettiva che a un vero ritratto biografico. La scelta più evidente e discutibile è quella di fermare il racconto al 1988, cioè all’apice di Bad, senza neanche parlarci di Bad, lasciando fuori oltre vent’anni di vita, trasformazioni e controversie. È una cesura che pesa, e chiamare l’operazione biopic diventa quasi improprio, dato che il film evita deliberatamente tutto ciò che renderebbe il racconto completo e complesso.
Anche nella parte di vita raccontata non si può parlare di omissioni, ma di un vero e proprio approccio narrativo che privilegia l’osannazione senza andare a fondo. Micheal è solo genio e icona, mentre le contraddizioni, le fragilità e le ambiguità restano sullo sfondo, appena accennate, magari suggerite da un cerotto sul naso o da una frase sulla vitiligine buttata come per caso. Anche l’interpretazione del nipote Jaafar, frutto evidente di uno studio ossessivo per riprodurne alla perfezione la voce e le movenze, è però completamente incapace di restituirne la dimensione interiore.
La regia di Fuqua privilegia un racconto spettacolare, scandito da numeri musicali e ricostruzioni sceniche di forte impatto. Il film funziona quando si lascia trascinare dalla musica, anche se comunque, per quanto accuratamente riprodotte, le performance in scena non saranno mai realmente all’altezza dell’originale. Per quelle si può guardare il materiale di repertorio, mentre per capire chi fosse realmente la più grande star del pop mondiale, siamo davanti ad un’occasione persa.
La pellicola riesce solo come macchina di intrattenimento, rinunciando a qualsiasi rischio, incredibilmente limitata rispetto alla portata reale della figura che mette in scena. Anche la solitudine di Michael, nella sua infanzia non vissuta prima e nella giovinezza poi, o la sofferenza nell’incidente subito durante le riprese del famoso spot, lo trovano sempre con un sorriso ebete in faccia, senza un turbamento o un rimpianto, cosa impossibile da credere per un essere umano che ha avuto la sensibilità di creare tanta magia in musica.
In definitiva, Michael è un oggetto ben confezionato, piacevole, ma incapace di lasciare un segno proporzionato alla materia che racconta, e che alla lunga dà l’impressione di non andare mai oltre una confezione accurata.
data di pubblicazione:22/04/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
Pagina 2 di 15«12345...10...»Ultima »
Gli ultimi commenti…