da Nadia Alese | Feb 4, 2026
Agata Christian- Delitto sulle Nevi è l’ultimo tentativo italiano di coniugare l’impianto del giallo classico con il linguaggio frizzante della commedia, un Knives Out all’italiana, che gioca apertamente con i topoi del genere e con l’iconografia del giallo isolato in un luogo chiuso. Il film ha un cast corale eterogeneo, in cui Christian de Sica fa da capofila, nei panni di un investigatore irriverente, accompagnato da caratteristi e volti noti dell’intrattenimento nostrano.
Nel cuore narrativo c’è Christian Agata (Christian de Sica appunto), che si autodefinisce “il miglior criminologo d’Europa”, invitato nel sontuoso castello di una ricca famiglia dell’industria ludica per un evento promozionale. L’ambiente innevato della Valle d’Aosta, tra Gressoney e Cervinia, diventa subito cornice ideale per un omicidio: il patriarca Carlo Gulmar viene trovato morto in circostanze bizzarre, e il detective deve dipanare una matassa di sospetti, segreti familiari e dinamiche umane.
Il film di Puglielli si fonda su un equilibrio tra commedia farsesca e intrigo investigativo, a vantaggio però della battuta e del gioco di coppia comica tra il detective cinico ed il brigadiere ingenuo, interpretato da Lillo Petrolo. Questo non è necessariamente un difetto, ma chiarisce l’intento del film di privilegiare la leggerezza rispetto alla costruzione di un puzzle giallo rigoroso.
Il resto del cast, da Maccio Capatonda a Paolo Calabresi, da Chiara Francini ad Alice Pagani, è diligente e aderisce al registro richiesto. La presenza del rapper Tony Effe, al suo primo impegno cinematografico significativo, aggiunge poi un ulteriore elemento di novità allo schieramento, dimostrando come il film tenti di dialogare con pubblici diversi.
In definitiva Agata Christian non reinventerà il cinema italiano, ma rappresenta un tentativo interessante di esplorare un filone da noi poco praticato: la commedia gialla moderna, quell’impianto da Invito a Cena con Delitto che all’estero è già stato ampiamente cavalcato. È un film che funziona certamente più come intrattenimento e gioco meta-cinematografico, che come giallo da risolvere, con un punto di forza che è l’alchimia del cast, e che, se viene accolto con lo spirito giusto, può benissimo trasformarsi in un piccolo cult di stagione, soprattutto per gli amanti del genere.
data di pubblicazione:04/02/2026
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da Nadia Alese | Gen 31, 2026
(Teatro de’ Servi – Roma, 29/1 -1/2 2026)
Perché Non Canti Più è uno di quegli spettacoli che, col passare degli anni, smette di essere semplicemente un omaggio e diventa una presenza stabile, quasi necessaria, nel panorama teatrale e musicale italiano. In scena da oltre dieci anni, il tributo a Gabriella Ferri ideato e diretto da Pino Strabioli e interpretato da Syria, ha attraversato stagioni, teatri e pubblici diversi, senza perdere forza, anzi raffinando il proprio equilibrio tra racconto, musica e memoria.
Non si tratta di un’operazione nostalgica né di un’imitazione, Strabioli costruisce una drammaturgia leggera ma precisa, fatta di parole, immagini evocate e musica, che ci restituisce tutta la complessità di Gabriella Ferri. La figura che emerge è quella di un’artista viscerale, attraversata da una felicità incontenibile ed allo stesso tempo da una malinconia profonda, capace di incarnare Roma e insieme di sfuggirle, di essere popolare senza mai diventare facile.
Syria affronta questo materiale con intelligenza e con misura, scegliendo la strada più difficile, quella di non sovrapporsi a Gabriella ma di dialogare con lei. La sua voce, diversa per timbro ed impostazione, non cerca la replica ma l’interpretazione, ed è proprio in questo spazio che nasce l’emozione più autentica.
Le canzoni, da quelle più celebri a quelle meno frequentate, vengono attraversate con rispetto, ma anche con libertà, restituendo tutta la modernità di un repertorio che parla di amore, rabbia, abbandono e dolore, con una verità disarmante.
Lo spettacolo è intenso, intimo, e la regia di Strabioli, fedele alla sua cifra elegante e mai invadente, accompagna il racconto senza sovrastarlo, lasciando spazio alla parola e alle note ed evitando ogni enfasi superflua. Anche l’apparato scenico, volutamente sobrio, contribuisce a creare un luogo della memoria che non è museale, ma vivo, attraversabile. Perché non canti più funziona perché non pretende di spiegare Gabriella Ferri, né di risolverne le contraddizioni, ma le accoglie e le consegna al pubblico così come sono, lasciando che siano le canzoni e le parole a fare il resto.
Si tratta di uno spettacolo, in definitiva, che è in grado di parlare a generazioni diverse, a chi Gabriella l’ha amata e a chi l’ha scoperta in teatro, dimostrando che il vero tributo non è la celebrazione, ma la capacità di tenere alta una voce e di farla risuonare ancora senza tradirla.
data di pubblicazione:31/01/2026
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da Nadia Alese | Gen 29, 2026
Elena del Ghetto non è semplicemente un film di memoria storica, è una messa in scena della ribellione individuale come forma di resistenza culturale ed umana. Ambientato tra il 1938 ed il 1943, racconta la storia vera di Elena Di Porto, una donna ebrea romana che cerca di avvertire la comunità del Ghetto di Roma dell’imminente rastrellamento nazista, senza essere creduta. Una trama drammatica rielaborata senza retorica, che restituisce al pubblico una figura femminile intensa, emotivamente complessa e scomoda nel senso più profondo del termine.
Il regista Stefano Casertano, al suo esordio nel lungometraggio, rifugge i codici consolatori del cinema di memoria più convenzionale, non limitandosi a registrare gli eventi, ma accompagnandoci nelle strade, nelle piazze e nelle case del Ghetto, per restituirci la densità di un microcosmo sociale dilaniato dalle leggi razziali e dalla diffidenza interna.
La sceneggiatura, curata dallo stesso Casertano con Alessandra Kre e Francesca Della Ragione, intreccia con naturalezza momenti di tensione con pause di ironia amara o di affettuosa quotidianità, riuscendo così a dare respiro a un personaggio che, pur nel suo coraggio straordinario, resta un essere umano con dubbi, passioni e contraddizioni.
Al centro di tutto, con una performance di grande carattere e levità, c’è Micaela Ramazzotti nei panni di Elena, che esce dal “suo” e non interpreta un’eroina idealizzata, ma una donna concreta, irriverente, istintiva, capace di accendere la scena con uno sguardo o un gesto deciso, eppure vulnerabile nelle sue battaglie interiori. Il suo lavoro di costruzione del personaggio, che ha incluso lo studio del giudaico romanesco per restituire la parlata autentica dell’epoca, si percepisce in ogni battuta, in ogni sfumatura di intonazione, rendendo Elena non un simbolo astratto, ma una persona viva e complessa.
La colonna sonora di Matteo Curallo, arricchita da un brano originale di Ermal Meta, accompagna con delicatezza senza cadere nel sentimentalismo, rafforzando l’intensità drammatica di molte scene.
La grandezza di Elena del Ghetto sta nella sua capacità di parlare al presente attraverso il passato. Il film non chiede al pubblico di piangere per la Shoah in quanto tale, ma di riconoscere nella figura di Elena l’urgenza di una voce che si rifiuta di essere zittita di fronte all’ingiustizia, una voce che sia di esempio anche ai nostri giorni, quando il coraggio di andare controcorrente resta ancora una scelta difficile.
data di pubblicazione:29/01/2026
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da Nadia Alese | Gen 28, 2026
Send Help gioca fin dall’inizio con un’aspettativa ingannevole: la situazione narrativa – due sopravvissuti, un’isola apparentemente incontaminata, il tempo sospeso – rimandano ad un immaginario edenico, quello classico di Laguna Blu, che prometterebbe intimità, adattamento, forse persino rinascita. Sam Raimi però interviene presto a sabotare questo retaggio culturale rassicurante, trasformando l’armonia che sembrerebbe l’unico finale possibile, in un progressivo incubo morale, dove l’isolamento non libera ma distorce, non purifica ma esaspera.
L’isola di Send Help non è mai rifugio, è una camera di risonanza che amplifica gerarchie, pulsioni e violenze latenti, e in questo senso il film dialoga più con il cinismo morale di Triangle of Sadness, che con il mito romantico del naufragio. Come nel film di Ostund, anche qui il potere cambia forma quando il contesto crolla, ma Raimi sostituisce la satira corale con un duello psicologico serrato, quasi teatrale, che ricorda da vicino Misery non deve morire, con due personaggi intrappolati in uno spazio limitato, legati da una dipendenza forzata, che scivola lentamente verso il dominio e la sopraffazione.
La regia insiste su primi piani deformanti e movimenti improvvisi, mentre la natura, anziché offrire vastità liberatoria come in Cast Away, a cui il pensiero inevitabilmente vola, resta opprimente, chiusa, ostile, più mentale che geografica. Qui non c’è l’ingegno solitario che redime, ma una sopravvivenza che passa attraverso l’altro, e proprio per questo diventa pericolosa.
Le performance dei protagonisti sono di ottimo livello. Rachel McAdams offre un’interpretazione intensa e stratificata, mentre Dylan O’Brien dà vita ad un antagonista complesso, capace di passare dal grottesco alla minaccia concreta con sorprendente agilità.
Il tutto attraversato da un black humor costante e strutturale, anche profondamente fisico, legato al corpo che cede, si sporca, si degrada, e in questo senso Raimi dialoga con il suo cinema horror storico, in cui il disgusto e la risata convivono, spesso nello stesso gesto e nella stessa inquadratura. È un divertimento amaro, intelligente, quasi sadico, che rende Send Help un film godibilissimo e al tempo stesso profondamente inquietante, capace di far convivere intrattenimento puro e disagio morale, senza mai scegliere davvero tra i due.
data di pubblicazione:28/01/2026
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da Nadia Alese | Gen 28, 2026
Il punto di partenza è l’adattamento cinematografico del romanzo Siracusa, della scrittrice Delia Ephron, realizzato con la Ephron stessa, trasposto dalla Sicilia immaginata nel testo originale, a Tangeri, in Marocco, con Roma come polo opposto, di un dramma emotivo suggestivo ed incalzante.
Ne Le Cose non Dette Gabriele Muccino abbandona la forma narrativa corale che aveva caratterizzato le sue ultime opere, più programmaticamente generazionali, per ritrovare invece una struttura più concentrata, che richiama da vicino l’impianto de L’Ultimo Bacio, di cui sembra quasi il controcampo maturo. Se nel primo successo del regista era l’irruzione dell’età adulta a porsi come trauma improvviso, qui l’età adulta, già pienamente installata, viene invece minata dalle lusinghe della gioventù, dalle scelte rimandate, dalle verità taciute e dalle fratture che non vengono più compensate dall’illusione del futuro.
La trama, apparentemente semplice, è un labirinto delle relazioni: Carlo (Stefano Accorsi) ed Elisa (Miriam Leone), una coppia borghese apparentemente solida, decidono assieme ad una coppia di amici di lunga data, Paolo (Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini) con la figlia Vittoria, di prendersi una vacanza. Ma è proprio lontano dalle loro routine che emergeranno i nodi irrisolti, i tradimenti impensati, i silenzi che pesano più delle parole.
Sul piano tecnico la regia di Muccino è più sobria e controllata, meno urlata, rispetto ad alcune sue opere precedenti, seppur sempre molto curata. Mentre il cast è uno dei cardini su cui poggia l’intera pellicola. Stefano Accorsi offre una prova misurata, così come in sottrazione lavora anche Miriam Leone che, con una performance intensa e multilivello, incarna una donna di successo costretta a misurarsi con la sua vulnerabilità. Claudio Santamaria, bravissimo, impersona con naturalezza fragilità e difese interiori, lasciando la parte più emotiva alla Crescentini, in un perfetto e calibrato ensamble. Anche Margherita Pantaleo, nei panni dell’adolescente Vittoria, ci regala una buona interpretazione che riflette e amplifica i non detti degli adulti.
La colonna sonora, affidata a Paolo Buonvino e impreziosita da un brano originale di Mahmood, diventa un’eco emotiva delle tensioni in scena, un sottofondo che segue i protagonisti nei silenzi e nelle scelte difficili.
Non siamo di fronte ad un semplice melodramma, ma ad uno sguardo acuto e personale sulla difficoltà di comunicare ciò che conta davvero, per paura di guardare in faccia la realtà ultima dei propri desideri.
data di pubblicazione:28/01/2026
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