da Nadia Alese | Ott 18, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Cinque Secondi è forse il film più intimo e insieme più ambizioso del Paolo Virzì degli ultimi anni: un’opera che indaga la ferita della colpa e la solitudine come rifugio oscuro, ma che non rinuncia alla possibilità di rinascita. Un Virzì che non rincorre la grande denuncia sociale, come in Siccità, ma che preferisce scavare dentro l’anima, nei piccoli momenti che separano un passato doloroso da un futuro possibile.
La storia ruota intorno ad Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), deciso a punirsi restando lontano dal mondo dopo un incidente. Il suo isolamento forzato a Villa Guelfi, un’antica dimora in rovina attorno a cui gravitano vigne abbandonate e stagioni mute, diventa lo spazio per un dramma interiore, ma anche la scena su cui germoglia lentamente un’alleanza con la vita, grazie all’arrivo di un gruppo di giovani idealisti, studenti, agronomi neolaureati, e di Matilde (Galatea Bellugi), attraverso la quale la memoria del nonno, della terra, della terra-madre ferita ritorna e rompe il silenzio.
Virzì scrive una sceneggiatura che è equilibrismo tra flashback e presente, tra rivelazione e sospensione. Senza fretta. La narrazione privilegia il ritmo del respiro, mentre sul piano registico si conferma maestro nel dirigere spazi e volti. La villa decadente e le vigne non sono solo ambienti scenografici, ma personaggi essi stessi. È nelle sequenze di giochi di luci naturali tra filari e stanze semiaperte che dà il meglio, la macchina da presa è discreta, anch’essa messa in attesa come il protagonista, pronta però anche lei al movimento, al cedimento, al risveglio.
Valerio Mastandrea, pur rimanendo nel suo inconfondibile stile, offre qui una delle sue prove più dense e stratificate. Con poche parole, con un tremore nascosto, riesce a restituire la durezza di un uomo che tenta di sedare il rimorso, ma anche la tenerezza che riemerge quando l’isolamento cede. Buone anche le interpretazioni di Galatea Bellugi, convincente nel ruolo della ragazza che incarna contemporaneamente l’energia della memoria e del futuro e di Valeria Bruni Tedeschi, che porta, anche lei alla sua maniera, ormai un marchio di fabbrica, un contrappunto emotivo essenziale, la voce della ragione fredda, ma anche lo specchio del dolore.
Ogni tanto la forza del film rischia di scivolare verso il sentimentalismo, soprattutto quando il confronto tra vecchiaia e gioventù si fa retorico o quando il simbolo (la villa, la vigna, la maternità), rischia di diventare cliché cinematografico, ma risorge completamente nel finale, che giustifica il titolo e che ovviamente non sveleremo, ma che rimanendo aperto, arriva come un pugno, portando la riflessione ben oltre la sala cinematografica.
data di pubblicazione:18/10/2025

da Nadia Alese | Ott 16, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Ambientato sulla costa meridionale della Sardegna, il film ha come fulcro Efisio Mulas (Ignazio Giuseppe Loi), pastore che rifiuta di vendere la terra su cui vive, costretto a misurarsi con un mondo che preme dall’esterno con ricatti, promesse, contraddizioni. Intorno a lui una comunità che si spacca, una figlia (Virginia Raffaele) che oscilla tra fedeltà e desiderio di cambiamento, e l’imprenditore determinato (Diego Abatantuono) che rappresenta il paradigma dell’Italia che “vuole crescere”.
Sebbene liberamente ispirato ad una storia vera il tema non è originalissimo, e il testo spesso vacilla, con reiterazioni insistenti dei no, delle pressioni e dei dubbi che più che escalation, rischiano di restare ritornello. I lunghi monologhi e le scene dichiarative finiscono inoltre sovente per appesantire l’economia del racconto.
Ciò che pulsa però è l’atto del rifiuto come gesto morale, la resistenza come gesto “normale” di chi non vuole essere comprato, l’epica del quotidiano. Efisio è un’icona senza proclami eroici, ma con una forza che sgorga dall’incontro fra memoria, affetti, territorio e dignità personale.
Milani torna su un tema che aveva già esplorato, il conflitto tra comunità radicate e spinte modernizzatrici, ma lo fa spostandosi in un panorama diverso rispetto al precedente Un mondo a parte. Qui il mare, il vento, l’orizzonte sono elementi strutturali, non sfondo, ma co-protagonisti che chiedono di essere difesi.
Sul piano del linguaggio si avverte una tensione fra la commedia e il dramma civile, da una parte battute che cercano leggerezza e ironia, dall’altra lo sviluppo generale che tende a fare del reale un simbolo, con un equilibrio a volte precario e momenti urlati che spostano la dimensione dal possibile al declamatorio.
Il cast, comunque, si muove con convinzione. In particolare Loi, vero pastore sardo, sorprende con una presenza che occupa lo schermo senza bisogno di smorfie. La sua non formazione cinematografica diventa la sua forza, rendendo palpabile che Efisio non recita, è. Anche il resto del gruppo, nonostante il rischio di risultare stereotipato, vista l’insistenza della sceneggiatura su contrapposizioni nette, risulta invece forte e credibile.
L’apertura della Festa del Cinema di Roma non ci regala un film perfetto, ha fratture, momenti reiterati ed un ritmo che ne risente, soprattutto nella prima parte, ma ha un grande valore, quello di ricordarci che se “la vita va così”, non significa che tutto debba essere accettato, riportando il valore della resistenza nella centralità del discorso.
data di pubblicazione:16/10/2025

da Nadia Alese | Ott 11, 2025
Isabel Coixet, insieme ad Enrico Audenino, traduce sullo schermo l’ultimo romanzo di Michela Murgia in un’opera che sa essere al tempo stessa gravosa e gentile, silenziosa e poderosa. Tre Ciotole non è un film che racconta la fine come un momento conclusivo, ma piuttosto come un varco; ciò che si perde diventa luce che entra.
La storia si dipana attorno a Marta (Alba Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano). Dopo un litigio apparentemente banale, la loro separazione diventa la soglia di un nuovo, doloroso viaggio. Marta comincia a soffrire una perdita d’appetito che la costringe a guardare nel dolore dentro il corpo. Antonio, chef in ascesa, si rifugia nella cucina, nel lavoro, nel desiderio di riempire il vuoto con l’azione. Quando finalmente Marta scopre che dietro al sintomo c’è qualcosa di più profondo, di salute, di corpo che parla, tutto cambia. E il dolore diventa materia con cui imparare ad orientarsi.
I temi cari a Michela Murgia ci sono tutti, pur senza cadere nell’agiografia: la famiglia che si ricompone fuori dai vincoli di sangue, la malattia che non diventa spettacolo del dolore ma occasione di riscrittura identitaria, l’amore che si manifesta più come atto politico che sentimento privato. Anche se la sceneggiatura non è una trasposizione pedissequa dei dodici racconti del libro, ma cerca di creare un arco drammatico e unitario.
Alba Rohrwacher interpreta Marta non come vittima ma come un’eroina per cui la scoperta della malattia non è il mostro, ma l’occasione. Elio Germano, dal canto suo, costruisce Antonio con misura, una presenza complessa, capace di rimorso, di senso del fallimento, di amore che non lava via il passato ma cerca di conviverci. Il resto del cast, pur con meno spazio, fornisce sfumature importanti: figure che curano, che non giudicano, che restano accanto.
La scelta di girare nel formato quattro terzi, fatta per evitare l’effetto cartolina, restituisce però anche un senso di intimità e costrizione, accentuando la dimensione domestica e interiore dei personaggi. Il ritmo non è serrato, la Coixet lascia spazio, per la sospensione, per l’oscillazione tra memoria e presente, tra ciò che urla dentro e ciò che resta sommesso. E questo è un pregio. Ci sono però anche alcune zone meno efficaci. Fra passaggi narrativi prevedibili ed il messaggio che solo quando si sa di morire si comincia ad apprezzare la vita che è già sentito, sfruttato, e non sempre aderente alla drammatica realtà della malattia.
data di pubblicazione:11/10/2025
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da Nadia Alese | Ott 9, 2025
Tron: Ares emerge come un tentativo ambizioso di riaccendere un universo fantascientifico che ha radici profonde, non solo estetiche ma filosofiche: chi siamo se creiamo esseri intelligenti? Che cosa significa “umano” quando la materia del pensiero può diventare codice? Domande che risuonano più che mai in un’epoca, la nostra, in cui l’IA non è più solo finzione, diventando riflessione esplicita sul presente che ha superato l’analogico e sull’impatto sociale dell’intelligenza artificiale.
Visivamente Ares non tradisce: la scenografia digitale, le tute, il design delle luci sono spettacolari, inoltre gioca molto sul contrasto, su texture che alternano gelo tecnologico e superfici concrete per dare corpo al confine tra algoritmo e carne. Anche la colonna sonora, firmata dai Nine Inch Nails, è un altro dei punti di forza, sia a supporto di riprese che a volte sembrano quasi un videogame, sia come vero motore emotivo, contribuendo a costruire tensione e straniamento, e ad accentuare quel senso di meraviglia che è nel DNA di Tron.
Il direttore della fotografia Markus Forderer imprime un’identità precisa: colori freddi, contrasti metallici, luci pulsanti che evocano tanto la tradizione del neon noir quanto la pulizia hi-tech del design nordico. In una dialettica costante tra due mondi: la realtà calda, leggermente granulosa e il cyberspazio liscio, quasi ipnotico, in cui ogni passaggio è sottolineato da una variazione percettiva netta.
Ma il ritmo spesso traballa sotto il peso dell’esposizione e il film, che è continuamente sottoposto alla pressione di essere sequel di qualcosa che molti amano, fatica ad essere coinvolgente. In compenso Jared Leto spicca non solo per la sua bellezza ma anche per momenti di genuina autenticità. La sua “innocenza programmata”, il suo stupore, la sua curiosità sono credibili, ma il personaggio comunque soffre quando il copione lo vuole oscillare troppo tra simbolo e mero strumento narrativo per conflitti aziendali, armamenti, politica della tecnologia. Anche gli antagonisti e le implicazioni etico sociali restano a volte un po’ sfumate: il conflitto tra “usare la tecnologia per migliorare l’umanità” è “usarla come arma” è potente sulla carta, ma non sempre compiutamente tradotto in profondità drammatica.
Quindi Tron: Ares è potente nella sua capacità di far pensare, di suggerire che la luce al neon non è solo decorazione, ma inciampa quando preferisce l’azione e la corsa agli effetti, invece di scavare con maggiore coraggio nell’empatia, nei dilemmi morali o nel disagio esistenziale.
data di pubblicazione:09/10/2025
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da Nadia Alese | Ott 8, 2025
È la domanda del titolo – grido, appello, provocazione morale – che dal palcoscenico, per tutto lo spettacolo, investe il pubblico. Perché non riusciamo a fermare lo spettacolo della violenza? Rivolta non solo ai personaggi, ma anche alle nostre coscienze. In questa rivisitazione della tragedia di Shakespeare Davide Sacco porta Arancia Meccanica, Dexter, Suburra ma soprattutto l’attualità, quella striscia espressamente citata, che divide due popoli che potrebbero vivere uniti, in cui la violenza si perpetra senza essere fermata.
La messinscena gioca continuamente sul cortocircuito tra palco e platea con un effetto quasi brechtiano, in un ambiente claustrofobico fatto di metallo, buio e ruggine, fra luci stroboscopiche, musiche elettroniche e rumori, dove l’antica Roma si dissolve in una distopia riconoscibile e lo spettatore è allo stesso tempo testimone e complice di un rito inarrestabile.
Francesco Montanari è un Tito trattenuto e viscerale insieme, non solo un padre dilaniato dal lutto, ma un uomo che scopre di essere prigioniero della stessa logica di potere che pretendeva di servire, senza scorciatoie tragiche, mostrando il punto esatto in cui la vendetta smette di essere giustizia e diventa auto distruzione. Al suo opposto, o forse al suo riflesso, Guglielmo Poggi costruisce un Saturnino di lucida ambiguità, fragile, narcisista, irrimediabilmente contemporaneo. Capace di tenere la tensione drammatica anche quando la regia lo vuole caricaturale. Strappandoci un sorriso che è solo preludio del baratro.
Attorno a loro, il resto del gruppo – Tamora, Lavinia, Demetrio, Chirone – sono una sorta di coro dionisiaco degenerato, metà umano, metà animale, quasi un corpo unico che respira e si contorce, amplificando la sensazione che il male non appartenga ad un individuo, ma ad una collettività. Anche la violenza scenica, il sangue fittizio, le immagini che ricordano atrocità contemporanee non sono shock gratuiti, ma strumenti per rompere la distanza che mettiamo tra noi e l’orrore.
Il risultato è un Titus spietato che non cerca la bellezza ma la lucidità, non offre catarsi ma consapevolezza. Era il primo giorno di pace si recita, ma come sempre più spesso accade, anche quel giorno il sangue è sgorgato a fiumi.
data di pubblicazione:08/10/2025
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