CINQUE SECONDI di Paolo Virzì, 2025

CINQUE SECONDI di Paolo Virzì, 2025

Cinque Secondi è forse il film più intimo e insieme più ambizioso del Paolo Virzì degli ultimi anni: un’opera che indaga la ferita della colpa e la solitudine come rifugio oscuro, ma che non rinuncia alla possibilità di rinascita. Un Virzì che non rincorre la grande denuncia sociale, come in Siccità, ma che preferisce scavare dentro l’anima, nei piccoli momenti che separano un passato doloroso da un futuro possibile.

La storia ruota intorno ad Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), deciso a punirsi restando lontano dal mondo dopo un incidente. Il suo isolamento forzato a Villa Guelfi, un’antica dimora in rovina attorno a cui gravitano vigne abbandonate e stagioni mute, diventa lo spazio per un dramma interiore, ma anche la scena su cui germoglia lentamente un’alleanza con la vita, grazie all’arrivo di un gruppo di giovani idealisti, studenti, agronomi neolaureati, e di Matilde (Galatea Bellugi), attraverso la quale la memoria del nonno, della terra, della terra-madre ferita ritorna e rompe il silenzio.

Virzì scrive una sceneggiatura che è equilibrismo tra flashback e presente, tra rivelazione e sospensione. Senza fretta. La narrazione privilegia il ritmo del respiro, mentre sul piano registico si conferma maestro nel dirigere spazi e volti. La villa decadente e le vigne non sono solo ambienti scenografici, ma personaggi essi stessi. È nelle sequenze di giochi di luci naturali tra filari e stanze semiaperte che dà il meglio, la macchina da presa è discreta, anch’essa messa in attesa come il protagonista, pronta però anche lei al movimento, al cedimento, al risveglio.

Valerio Mastandrea, pur rimanendo nel suo inconfondibile stile, offre qui una delle sue prove più dense e stratificate. Con poche parole, con un tremore nascosto, riesce a restituire la durezza di un uomo che tenta di sedare il rimorso, ma anche la tenerezza che riemerge quando l’isolamento cede. Buone anche le interpretazioni di Galatea Bellugi, convincente nel ruolo della ragazza che incarna contemporaneamente l’energia della memoria e del futuro e di Valeria Bruni Tedeschi, che porta, anche lei alla sua maniera, ormai un marchio di fabbrica, un contrappunto emotivo essenziale, la voce della ragione fredda, ma anche lo specchio del dolore.

Ogni tanto la forza del film rischia di scivolare verso il sentimentalismo, soprattutto quando il confronto tra vecchiaia e gioventù si fa retorico o quando il simbolo (la villa, la vigna, la maternità), rischia di diventare cliché cinematografico, ma risorge completamente nel finale, che giustifica il titolo e che ovviamente non sveleremo, ma che rimanendo aperto, arriva come un pugno, portando la riflessione ben oltre la sala cinematografica.

data di pubblicazione:29/10/2025


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THE TOXIC AVENGER di Macon Blair (2025)

THE TOXIC AVENGER di Macon Blair (2025)

Il reboot della serie di film The toxic Avenger risorge in un involucro che tenta di trasformare il caos grezzo della serie cult in un’operazione high budget e dall’estetica curata, e questo salto, purtroppo è la lama a doppio taglio del film.

Sul piano tecnico la pellicola funziona bene: la fotografia, la scenografia e gli effetti ricreano un mondo “super-sporco” ma dall’aspetto definito. La violenza è visivamente pazzesca, anche se l’esecuzione molto stilizzata le conferisce quel tipico aspetto più comico che sconvolgente. Però le sequenze di trasformazione, i passaggi rapidi tra grottesco e slapstick, la violenza espressa in modo visivamente paradossale, tra cadute, esplosioni di liquido tossico e deformazioni mostruose, conferiscono al tutto uno stile ben preciso. Seppure il più delle volte rimanga esercizio di stile più che strumento di insight.

Il film gioca su due registri: l’horror splatter e la commedia trash, non riuscendo a trovare sempre un buon equilibrio. La sceneggiatura si dilunga in maniera ingombrante soprattutto nella prima parte, diluendo la trasformazione del protagonista e rallentando il ritmo. L’ambientazione e la premessa – un addetto alle pulizie con gravi problemi personali che diventa un mostro vendicatore – sono potenzialmente interessanti, ma la caratterizzazione resta sottotono: il figlio, la malattia, l’inquietudine del quotidiano sono accennati, e talvolta sacrificati, sull’altare della gag gore.

Peter Dinklage è credibile nel ruolo di Winston Gooze, l’uomo che cede la propria vita alla metamorfosi, gli antagonisti, a partire da Bob Garbinger (Kevin Bacon) si divertono nel loro ruolo, ma restano figure schematiche e la grande tenuta visiva fa risaltare ancora di più la superficialità del tratteggio psicologico.

Dal punto di vista narrativo il film cerca anche di introdurre tematiche sociali, dall’ecologia, alle corporazioni, all’emarginazione anche se la satira diventa costantemente parodia, perdendo corrosività.

Nella parte finale però l’opera ha un’impennata qualitativa tra gore, ritmo più incalzante e idee visuali audaci lasciando, dopo l’inizio faticoso, un sapore di occasione sprecata. Quindi per gli amanti dell’edonismo splatter, delle esplosioni di sangue e del cinema che non si prende sul serio, sicuramente questo Toxic Avenger risulterà un’esperienza divertente. Ma se ci si aspetta un revival profondo o satirico con forza, il rischio è di trovarsi in mezzo a tante idee visive stordenti ma con un plot che fatica a sostenerle.

data di pubblicazione:29/10/2025


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LA VITA VA COSI’ di Riccardo Milani, 2025

LA VITA VA COSI’ di Riccardo Milani, 2025

Ambientato sulla costa meridionale della Sardegna, il film ha come fulcro Efisio Mulas (Ignazio Giuseppe Loi), pastore che rifiuta di vendere la terra su cui vive, costretto a misurarsi con un mondo che preme dall’esterno con ricatti, promesse, contraddizioni. Intorno a lui una comunità che si spacca, una figlia (Virginia Raffaele) che oscilla tra fedeltà e desiderio di cambiamento, e l’imprenditore determinato (Diego Abatantuono) che rappresenta il paradigma dell’Italia che “vuole crescere”.

Sebbene liberamente ispirato ad una storia vera il tema non è originalissimo, e il testo spesso vacilla, con reiterazioni insistenti dei no, delle pressioni e dei dubbi che più che escalation, rischiano di restare ritornello. I lunghi monologhi e le scene dichiarative finiscono inoltre sovente per appesantire l’economia del racconto.

Ciò che pulsa però è l’atto del rifiuto come gesto morale, la resistenza come gesto “normale” di chi non vuole essere comprato, l’epica del quotidiano. Efisio è un’icona senza proclami eroici, ma con una forza che sgorga dall’incontro fra memoria, affetti, territorio e dignità personale.

Milani torna su un tema che aveva già esplorato, il conflitto tra comunità radicate e spinte modernizzatrici, ma lo fa spostandosi in un panorama diverso rispetto al precedente Un mondo a parte. Qui il mare, il vento, l’orizzonte sono elementi strutturali, non sfondo, ma co-protagonisti che chiedono di essere difesi.

Sul piano del linguaggio si avverte una tensione fra la commedia e il dramma civile, da una parte battute che cercano leggerezza e ironia, dall’altra lo sviluppo generale che tende a fare del reale un simbolo, con un equilibrio a volte precario e momenti urlati che spostano la dimensione dal possibile al declamatorio.

Il cast, comunque, si muove con convinzione. In particolare Loi, vero pastore sardo, sorprende con una presenza che occupa lo schermo senza bisogno di smorfie. La sua non formazione cinematografica diventa la sua forza, rendendo palpabile che Efisio non recita, è. Anche il resto del gruppo, nonostante il rischio di risultare stereotipato, vista l’insistenza della sceneggiatura su contrapposizioni nette, risulta invece forte e credibile.

Non si tratta di un film perfetto, ha fratture, momenti reiterati ed un ritmo che ne risente, soprattutto nella prima parte, ma ha un grande valore, quello di ricordarci che se “la vita va così”, non significa che tutto debba essere accettato, riportando il valore della resistenza nella centralità del discorso.

data di pubblicazione:29/10/2025


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RE-CREATION di Jim Sheridan e David Merriman, 2025

RE-CREATION di Jim Sheridan e David Merriman, 2025

(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)

Il film ricalca perfettamente la trama de La Parola ai Giurati, ma se nel capolavoro di Lumet, del 1957, il tema era l’etica del dubbio, il coraggio solitario di chi si oppone al verdetto unanime, qui l’oggetto del contendere è la fragilità stessa della verità. Sheridan e Merriman non si limitano a fare un remake ma lo aggiornano rifiutando la linearità moralista dell’antecedente. Ogni giurato diventa portavoce di un sistema di credenze, religiose, politiche o emotive, aggiungendo sfumature psicologiche.

L’elemento innovativo è che questa volta si mette in scena un processo “immaginario” ispirato al noto caso irlandese dell’omicidio di Sophie Toscan du Plantier, per cui Ian Bailey è stato condannato in Francia in assenza, ma mai processato in Irlanda. Per il resto il meccanismo è lo stesso: dodici giurati chiusi in deliberazione, di cui inizialmente undici pro-colpevolezza e uno dissenziente che dà vita al dibattito. Anche qui l’ambiente è contenuto, quasi claustrofobico, la regia pulita, senza colpi di scena spettacolari. La macchina da presa si muove con delicatezza fra i personaggi, fermandosi su mani che tremano o su occhi che scrutano, dando peso visivo alle micro espressioni.

Sicuramente il risultato è meno perfetto, ma più inquieto, più vivo. Non ci interessa solo chi ha ragione e chi ha torto, ma come la mente delle persone costruisce la verità. In più il dramma viene aggiornato con tematiche attuali come la corruzione della polizia e la manipolazione dell’opinione pubblica. Il montaggio alterna silenzi pesanti a picchi di discussione, con piccoli stacchi che mostrano flash di memoria o documenti processuali, mantenendo in generale un buon ritmo.

Dal punto di vista recitativo, l’interpretazione corale degli interpreti, da Vicky Krieps a Colm Maney, è molto equilibrata, ogni giurato porta con sé il peso della propria vita, ogni discussione ha una scansione precisa, anche se la deliberazione, da copione, sembra infinita.

Certo per chi ha visto La parola ai giurati la sensazione è quella di un dejà vu, in ogni meccanismo, in ogni snodo, fino al finale, l’esperienza potrebbe risultare ridondante, ma comunque godibile.

data di pubblicazione:21/10/2025








RE-CREATION di Jim Sheridan e David Merriman, 2025

CALIFORNIA SCHEMIN’ di James McAvoy, 2025

(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)

È davvero un buon esordio alla regia quello di James McAvoy che racconta la storia vera del duo scozzese Sibil N’ Brains (Gavin Bain e Billy Boyd) che, sentendosi esclusi dal mondo musicale britannico a causa dell’accento scozzese, si reinventano come due rapper provenienti dalla California per essere presi sul serio dalla scena.

Il film, tratto dall’autobiografia di Bain, Straight Outta Scotland narra la rapida ascesa del duo, il successo, la scoperta della frode e le conseguenze, con le fattezze di un racconto di ribellione creativa che va oltre la “frottola musicale”, trattando temi di identità, ambizione ed accettazione. McAvoy, che compare anche come attore, si assume il rischio di realizzare un biopic che mescola commedia, dramma e l’energia del palco, con un sentimento di disagio e ribellione.

Dal lato registico mostra una mano sicura nel controllo del ritmo, specialmente nella costruzione dei momenti sul palco o nelle scene del “dietro le quinte” dell’inganno: l’euforia, l’adrenalina, poi la caduta, tutto è calibrato. Certo la struttura non è innovativa, è quella classica dei biopic: scalata, picco, crisi e redenzione, ma la novità arriva dal contesto – la Scozia e il razzismo nei suoi confronti, l’illusione americana, la musica rap – e da come quel contesto viene trattato con ironia ed affetto. La macchina da presa è sempre a un passo dai protagonisti, li soffoca, li osserva, li insegue mentre inventano e si reinventano. La Scozia, con le sue strade umide e i pub illuminati al neon, diventa il controcampo di una Londra che evoca la California, cambiando la luce, la palette cromatica, la velocità del montaggio.

I due protagonisti sono entrambi molto efficaci nel riportare sullo schermo questa vicenda autentica poco nota al grande pubblico, riuscendo a restituire autenticità sia come buffi imbroglioni, che come giovani talentuosi che cercano spazio in un mondo che li rifiuta. Ed anche McAvoy è perfetto nel ruolo del produttore musicale che scrittura i ragazzi.

La musica è il terzo protagonista. Accanto alle tracce originali di Sibil N’ Brains, ritroviamo brani hip hop e sonorità elettriche dei primi duemila, che restituiscono il ritmo sincopato di un’epoca in cui bastava un beat per immaginarsi altrove. Ogni canzone oltre ad essere accompagnamento è commento ironico, uno specchio dell’auto illusione dei personaggi.

McAvoy con grande intelligenza trasforma una vicenda bizzarra in un romanzo di formazione pop, sincero, tenero, un po’ crudele e profondamente contemporaneo.

data di pubblicazione:20/10/2025