THE HOUSE WITH A CLOCK IN ITS WALLS di Eli  Roth, 2018

THE HOUSE WITH A CLOCK IN ITS WALLS di Eli Roth, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Una magica avventura vissuta dal giovane Lewis (Owen Vaccaro) che rimasto orfano va a vivere dal misterioso ed eccentrico zio Jonathan (Jack Black) in una casa particolare ma apparentemente tranquilla. Ben presto il ragazzino si rende conto di strani fenomeni e presenze tutto attorno a lui e scopre anche che lo zio e la sua vicina Mme Zimmerman (Cate Blanchet) sono in realtà dei maghi e che dentro le mura della casa è nascosto un orologio capace di provocare … la fine del mondo!

 

Eli Roth, sceneggiatore ed attore americano, è conosciuto come regista per la sua realizzazione di film splatter e gore che altro non sono che sottogeneri del cinema horror per adulti. Quanto di più macabro, sanguinolento e violento si possa immaginare. Chi avrebbe mai potuto pensare che dopo gli eccessi dei suoi film l’autore avrebbe saputo annacquare i suoi furori dirigendo un film come questo, destinato invece ad un pubblico di famiglie e di giovanissimi, traendo ispirazione da un romanzo per ragazzi di costante gran successo negli Stati Uniti: Il Mistero della Casa nel Tempo di J. Bellair, pubblicato nel remoto 1973. Il regista è di certo lontanissimo dall’avere il gusto o il tocco di Spielberg nel saper passare da un genere all’altro, eppure questo non gli impedisce di mettersi alla prova in un cinema del tutto opposto a quello da lui abitualmente frequentato e cimentarsi con quest’ultima sua pellicola nel mondo del Fantasy e Mistery per il grande pubblico. L’autore attinge palesemente sia al mondo della “magia bianca” di Harry Potter, sia all’universo della “magia nera di Tim Burton senza però eguagliare la ricchezza del primo né riproporre la follia poetica del secondo. Siamo anche dalle parti di Jumanji e di Cronache di Narnia in una storia parimenti ricca di trovate ingegnose e di personaggi accattivanti ed anche in quelle dei Gremlins ma, in ogni caso arriviamo anni ed anni dopo di loro, è stato tutto già visto e ne siamo distanti anche per qualità!

Comunque sia, nulla di nuovo, la lotta fra il Bene ed il Male è una costante e funziona sempre, come funzionano sempre anche il percorso di crescita adolescenziale e la famiglia. Il risultato dell’operazione risulta quindi accettabile, soprattutto grazie anche al notevole contributo di attori talentuosi ed in particolar modo di C. Blanchet. Sia la due volte premio Oscar che J. Black sono infatti molto convincenti ed a loro agio nei panni dei loro personaggi e ci divertono sembrando divertirsi anch’essi. Certo a tratti non si può non pensare con nostalgia a Robin Williams ed a quanto sarebbe stato a pennello nel ruolo dello zio. La prima parte del film risulta però troppo lunga e lenta, il regista non riesce infatti a catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore ed il film sembra così girare un po’ a vuoto. L’ingresso in scena dei due attori riesce però a restituire un po’ di ritmo e un po’ di magnetismo all’azione e la pellicola finalmente decolla sostenuta dalla direzione artistica che gioca fra sequenze ipercolorate e sequenze scure, senza ovviamente tralasciare lo spirito e le atmosfere gotiche del romanzo originale. Pur non totalmente riuscito The house with a clock in its walls è comunque una discreta commedia fantasy per famiglie, colorata e kitch, che regala quasi due ore di distrazione gentilmente inquietante, qualche brivido e nulla più. Un film quindi che, di sicuro, non rivoluziona né porta nulla di nuovo al Fantasy, ma che comunque resta pur sempre un discreto prodotto per ragazzi, ricco di creatività ed un bell’omaggio alla magia, che trova una sua esatta collocazione nella fascia media, media-alta del Genere. Quanto poi alla traiettoria creativa di Eli Roth va forse detto che il regista resta tuttora una speranza di genialità artistica che non si è però ancora concretizzata nella sua interezza perché l’autore sembra non riuscire a liberarsi da una sua visione del cinema quasi come pietrificata e da una scrittura troppo rigida che lo confinano ancora in un segmento di qualità molto, molto, molto lontano da possibili modelli quali i Tim Burton, gli Zemekis o gli Spielberg.

data di pubblicazione:19/10/2018








BAD TIMES AT THE EL ROYALE di Drew Goddard, 2018

BAD TIMES AT THE EL ROYALE di Drew Goddard, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Drew Goddard apprezzato sceneggiatore e regista statunitense (Quella casa nel bosco, 2011), inaugura con la sua opera seconda la 13ma edizione della Festa del Cinema di Roma. Il film è ambientato nella fine degli anni 60. Sette personaggi si incontrano in un hotel fra la California ed il Nevada. L’albergo, oggi decaduto e quasi deserto, è stato nel passato un dorato rifugio di ricchi e famosi d’ogni tipo ed origine. Ognuno dei sette sconosciuti non è ciò che pretende di essere e nasconde un segreto, dal curioso al terribile fino al pericoloso. Durante la notte avranno tutti la possibilità di rivedere le proprie vite e …

Un inizio fulminante. Fin dalla prima sequenza il regista si impadronisce dello spettatore e lo incatena subito alla sua poltrona. Tutta la prima parte del film è infatti assolutamente affascinante ed ipnotizza letteralmente, nell’intento esplicito di omaggiare sia il cinema noir, sia la letteratura poliziesca dell’epoca, sia il Tarantino di The Hateful Eight, riproponendone atmosfere, situazioni, riprese, dialoghi e strutture narrative. Come già nel suo primo film Goddard intendeva decostruire il Genere Horror, così in questa sua nuova opera decostruisce di fatto e con notevole perizia filmica, tutto il Cinema Noir Classico ricorrendo ad una messa in scena complessa, articolata su più piani visivi e narrativi, una sorta di film multiplo, in cui ripropone tutti gli stilemi del Genere ed anche i suoi stessi sottogeneri fino all’hard boiled. Ne risulta un suggestivo mix fra noir, mistery-movie, dramma criminale, thriller, film di rapina e gangster con non ultimo e, quasi ovviamente nel sottofinale, un classico rimando al modello dei modelli: il Western. In una parola, Goddard destruttura tutto quanto lo spettatore già conosce e si attende e, gli restituisce in cambio un modello tutto nuovo, tutto diverso, ma parimenti intrigante: un film Neo-Noir.

Il prodotto è tecnicamente ben costruito con una serie di flash-backward e back stories che grazie all’abilità del regista sembrano inserirsi quasi per magia nelle vicende rappresentate. Al centro della narrazione e di ogni singola storia è sempre il tema costante dell’autore, vale a dire il ritratto della condizione umana e la sua eterna dualità, quale che essa sia, fra verità e menzogna, tra avidità e falsa saggezza. Il risultato finale è un film sorprendente, interessante che non lascia mai indifferenti, ma, pur tuttavia, a voler essere molto esigenti, un film che resta in parte non perfetto, incompleto.

Difatti la somma di intrighi e situazioni, per quanto ben costruiti, conduce al Nulla e, proprio quando il regista vorrebbe o dovrebbe dire qualche cosa di più, viene a mancare quel guizzo talentuoso che, viste le premesse, ci si aspetterebbe e l’autore sembra quasi adagiarsi nel mero compiacimento del raccontare le singole storie, nell’eccesso di fatti e spiegazioni, perdendosi così nell’autocontemplazione stessa. Nonostante un finale lungo e magnifico, la seconda parte del film è difatti molto più convenzionale e perde un bel po’ del ritmo iniziale. L’impegno del regista e sceneggiatore è ben supportato da un gruppo di attori tutti perfetti, ben calibrati ed a loro agio nei ruoli, su tutti spicca l’interpretazione del sempre grande J. Bridges. Fa poi da sottofondo costante una colonna sonora di musiche anni sessanta precisa, come altrettanto precisa è la ricostruzione della location e la scelta dei toni dei colori d’epoca della splendida fotografia e delle messe in scena. Pur se parzialmente imperfetto Bad Times at the El Royale resta pur sempre una conferma di un regista da continuare a seguire con attenzione per abilità e personalità e, soprattutto, un eccellente esempio di buon cinema popolare finemente confezionato e godibile dall’inizio alla fine.

data di pubblicazione:18/10/2018








IL COMPLICATO MONDO DI  NATHALIE di David e Stéphane Foenkinos, 2018

IL COMPLICATO MONDO DI NATHALIE di David e Stéphane Foenkinos, 2018

Ancora una volta un film campione di incassi in Francia, ancora una volta il cinema francese ci regala l’opportunità di apprezzare quanto i bei ruoli di donna dominino la cinematografia di oltr’Alpe. Abbiamo già ammirato Vittoria in Tutti gli uomini di Vittoria; Aurore in 50 Primavere; Isabelle in L’amore secondo Isabelle; ed oggi abbiamo Nathalie.

Nathalie (Karin Viard), divorziata, è una donna bella e desiderabile, cinquantenne, professoressa in un Liceo parigino e madre di una diciottenne in procinto di far carriera nel mondo della danza classica. Tutto perfetto, almeno così sembrerebbe, il suo mondo inizia però a vacillare all’improvviso, quando d’un tratto si rende conto della sua reale solitudine affettiva e della sua imprevista posizione di debolezza e fragilità. La figlia, sempre più indipendente, può divenire anche una concorrente potenziale, una giovane professoressa insidia il suo prestigio e ruolo proponendo nuovi e migliori metodi didattici, l’ex marito ha una nuova e bella compagna. La svolta esistenziale, i 50 anni, divengono un peso e Nathalie inizia a considerare con occhio diverso il complicato mondo che la circonda e … si difende e … aggredisce tutti!

I fratelli Foenkinos, già affermati scrittori e sceneggiatori, a 6 anni dal loro primo lungometraggio La Delicatezza, ispirandosi ad un loro soggetto originale, tornano a firmare insieme un film dolce ed amaro, a metà strada fra la commedia graffiante e spassosa ed il dramma psicologico. Ci disegnano, con assoluta sensibilità e leggerezza, senza condiscendenze ipocrite, un delicato ritratto di una donna amabile ma destabilizzata dal passaggio dell’età. Costante della produzione filmica dei due fratelli è la descrizione dello stato di incertezza dei momenti di passaggio cruciali della vita, difatti, mentre nella loro opera prima la protagonista affrontava il disagio del lutto e della perdita, questa volta il tema è il disagio dell’ètà che avanza, le ambivalenze e le meschinerie, l’incapacità di condividere le gioie altrui e, non ultimo, anche il tabù della gelosia fra madre e figlia. I registi sono molto bravi, senza voler giudicare navigano abilmente fra dramma e commedia, mantenendo un giusto equilibrio, descrivendo solo le mille sfaccettature di un personaggio complesso, fino al punto che lo spettatore si affeziona alle sue traversie. Nathalie è difatti così totalmente umana ed autentica che nonostante le sue cattiverie, fra lei e lo spettatore non può non scattare una certa complicità. E’ una donna mezzo angelo e mezzo demonio che l’interpretazione della Viard, evitando ogni aspetto caricaturale, rende divertente, umana e simpatica, addolcendone così le tante sfaccettature ed evidenziandone, pur nella comicità delle situazioni, la sofferenza interiore di una persona che è pur conscia dei propri eccessi. Un ruolo che sembra costruito per esaltare proprio le capacità artistiche dell’attrice. Attorno a lei un cast di secondi ruoli impeccabili e ben disegnati. La scrittura del racconto è efficace, i dialoghi sono intelligenti, veri e sottilmente calibrati ed il susseguirsi di situazioni mantiene sempre elevato il ritmo narrativo. L’esito complessivo è discreto.

Alla fine il transfert cinematografico ricercato dai registi riesce perfettamente e lo spettatore si identifica totalmente in Nathalie perché riconosce in lei e nelle sue reazioni qualcosa di nascosto che sente potenzialmente anche proprio. Il complicato mondo di Nathalie è dunque una commedia dallo humour molto corrosivo che però funziona egregiamente e che regala allo spettatore anche un divertente processo di autoanalisi in compagnia della bellezza luminosa della brava Viard.

data di pubblicazione:13/10/2018


Scopri con un click il nostro voto:

TUTTI IN PIEDI di Fanck Dubosc, 2018

TUTTI IN PIEDI di Fanck Dubosc, 2018

Preceduto dall’eco del grande successo ottenuto nei mesi scorsi nelle sale francesi, arriva ora da noi Tutti in piedi, l’esordio dietro la macchina da presa di F. Dubosc già apprezzato oltr’Alpe come attore e sceneggiatore di grido. Per il suo debutto come regista l’autore sceglie un tema che non può non farci subito pensare a Quasi Amici, riuscendo, come il duo Nakache e Toledano, ad affrontare, con abilità, nei toni classici della Commedia, e con il giusto grado di delicatezza, di tenerezza ed anche di scherzosità, un tema non certamente facile quale l’incontro con l’handicap.

 

Jocelyn (F. Dubosc) imprenditore di successo, bugiardo e seduttore cronico, profitta di un malinteso per cercare di conquistare la nuova vicina di casa facendole credere di essere costretto su una sedia a rotelle. La ragazza gli presenta però sua sorella Florence (Alexandra Lamy) che è realmente disabile motoria a seguito di un incidente. Come nei migliori classici, Jocelyn si ritrova inevitabilmente preso nei lacci dell’Amore e del suo stesso inganno.

Come dicevamo, siamo proprio nei canoni classici, letterari, teatrali e cinematografici della Commedia: due personaggi, apparentemente totalmente diversi fra loro, si incontrano grazie ad un equivoco o ad una disabilità di uno di loro, per arrivare poi a stimarsi o ad amarsi e successivamente riuscire insieme a far fronte alla Realtà. Un soggetto molto delicato che però Dubosc, regista, sceneggiatore, autore anche dei dialoghi oltre che attore, riesce a trattare con eleganza e tenerezza, senza alcuna condiscendenza, mantenendo sempre i toni brillanti, con una messa in scena ricca di sorprese e con un ritmo costante. Il regista riesce infatti a giocare con i sentimenti dello spettatore senza tradirli e passa abilmente dal riso alle lacrime ed al sorriso grazie alla vivacità delle situazioni attentamente elaborate ed ai dialoghi perfettamente cesellati, trovando sempre il giusto tono anche nel susseguirsi delle varie gag , in un equilibrio perfetto fra commedia e dramma, senza mai cadere nella facile trappola del sentimentalismo o degli stereotipi cui il soggetto poteva indurre. Il successo del film è certamente dovuto anche ad un casting riuscitissimo. Gli attori sembrano divertirsi e ci divertono, una menzione speciale va fatta per la Lamy che è come un raggio di sole nel film e gli da vita quando appare sullo schermo. La sua espressività ci restituisce l’immagine di una donna bella che ha vissuto, riso, sofferto e riflettuto e che, nonostante l’incidente subìto, vuole e riesce ancora ad amare con un fascino emotivo tale da attrarre nell’anima e nel cuore chi pensava di vivere solo del proprio narcisismo. Altro punto di forza della Commedia, oltre ai dialoghi, sono in genere, anche i suoi personaggi secondari, ed infatti nel film, a fianco dei protagonisti, il regista si avvale di uno stuolo di secondi ruoli, tutti più che perfetti. Dunque, Tutti in piedi è, ancora una volta una gradevole, simpatica, elegante e romantica commedia. Una “commedia francese” di charme e bon-ton, in un mix equilibrato di momenti di humour e momenti di tenerezza. Un film che conferma che è possibile fare dei buoni film con dei buoni sentimenti. Film apprezzabili da ogni fascia di pubblico, se solo i nostri distributori avessero l’intelligenza di proporli in tutte le sale cinematografiche e non invece in circuiti limitati. Mi rifiuto infatti, tenacemente, di dover pensare che il nostro pubblico sia più ottuso od abbia meno gusto di quello francese, o, peggio ancora, il contrario.

data di pubblicazione:07/10/2018


Scopri con un click il nostro voto:

LES ESTIVANTS di Valeria Bruni Tedeschi, 2018

LES ESTIVANTS di Valeria Bruni Tedeschi, 2018

(75.Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

L’istante in cui una coppia si spezza… Anna (Valeria Bruni Tedeschi) è stata lasciata dal compagno (Riccardo Scamarcio) appena pochi attimi prima che lei vada a richiedere un finanziamento per il suo nuovo film e si metta poi in viaggio per riunirsi, come tutte le estati, al resto della sua vasta famiglia nella grande casa in Costa Azzurra.

 

Anche questo quarto film della Bruni Tedeschi, presentato ieri fuori concorso qui alla Mostra, ritorna, quasi riprendendo il filo interrotto nella sua precedente opera Un Castello in Italia del 2013 sul tema familiare e sulla figura del fratello scomparso nel 2006. L’artifizio è il classico film nel film. É difatti nella grande magione altoborghese di famiglia che Anna cerca, pur fra le variegate ed ingombranti presenze dei parenti: la figlia, la sorella con il marito, la madre, la zia, altri amici, segretarie e dame di compagnia, nonostante l’assenza del compagno il cui arrivo è costantemente sollecitato e sperato, prova, dicevamo, a ritrovare se stessa, ad uscire dalla sua confusione emotiva, affettiva e creativa, cercando una ispirazione per riuscire a scrivere la sceneggiatura del suo esile film autobiografico. Nella villa sono tanti, ai familiari si aggiungono ed intrecciano le storie della servitù, un incrocio di storie, di relazioni, fra i “piani alti” ed i “piani bassi”, quasi come in un film di Altman. Nonostante tutto questo cercarsi, parlarsi, incontrarsi, il vero elemento dominante in tutti i piani della villa è però la Solitudine. La solitudine delle occasioni perdute e sprecate e, con essa, la Paura e quindi le speranze residue, le illusioni, i desideri e gli amori tanto agognati quanto frustrati. Con tutto ciò il Tempo, quel tempo che inesorabilmente scorre e porta via i sogni  ed infine la Morte che appare e scompare con il tempo stesso. La Bruni Tedeschi ha ormai un suo proprio stile sia come attrice sia come regista. Può essere tanto allegra, leggera, eterea, delicata, nevrotica, quasi evanescente, quanto anche precisa e tagliente. Questo suo film è ironico, tenero, ingenuo e paradossale, ma anche capace di far sorridere e commuovere senza cadere nella seriosità grazie al dono dell’autoironia con cui la regista descrive se stessa e quello che è stato, e forse ancora è, il suo ambiente familiare altoborghese franco-italiano. Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte è molto gradevole ed elegante nell’alternarsi ed intrecciarsi ironico delle storie fra servitù e padroni, poi rallenta un po’ per tornare a recuperare brillantemente in un finale onirico-felliniano sincero ed appassionante.

La Tedeschi è aiutata e circondata dai suoi veri familiari: la madre, la zia e la figlia ed anche da un affiatato gruppo di attori: l’ottima ed asciutta Valeria Golino nei panni della sorella, l’esperto P. Arditì perfetto nel ruolo del cognato ed inoltre uno stuolo di ottimi, direi magnifici, caratteristi francesi. Un piccolo ma gradevole film, una piacevole e garbata conferma da parte della Tedeschi, Forse la vita privata della privilegiata famiglia della Tedeschi potrà non interessare e probabilmente potrà anche infastidire, ma… se fosse tutto immaginario sarebbe un bel soggetto cinematografico.

data di pubblicazione:07/09/2018