da Antonella Massaro | Ago 31, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
E se la soluzione al sovraffollamento mondiale e all’imminente fine del nostro Pianeta fosse quella di rimpicciolire i suoi abitanti? Tanti Minuscoli, con meno bisogni e meno affanni e una nuova vita a portata di mano. Riusciranno i nostri (piccoli) eroi nell’impresa di salvare la Terra?
Rimpicciolire il mondo e i suoi abitanti per salvare entrambi. Downsizing di Alexander Payne (Sideways-In viaggio con Jack, Paradiso Amaro), cui è affidata l’apertura della 74. Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, muove da un’idea tanto semplice quanto potenzialmente dirompente. Degli scienziati norvegesi mettono a punto una tecnica di riduzione cellulare capace di trasformare (anche) gli essere umani in uomini minuscoli: riducendo le dimensioni del corpo scompare anche la massa di rifiuti che sta soffocando il nostro Pianeta e convertendo la popolazione mondiale in un esercito di Minuscoli, quindi, il sovraffollamento che sta conducendo ineluttabilmente alla distruzione della Terra potrebbe risolversi. I piccoli uomini hanno anche piccoli bisogni di tipo economico e questo, se da un lato li sottrae al “cerchio magico” dell’economia globale, dall’altro lato consente alla classe media di sperimentare il brivido della ricchezza. I Minuscoli, nelle comunità loro riservate, possono vivere in case da sogno, indossare diamanti e persino smettere di lavorare. Anche Paul Safranek (Matt Damon) e sua moglie Audrey (Kristen Wiig) decidono di sottoporsi al trattamento e di concedersi il lusso di una vita da sogno.
L’ingresso nella camera di rimpicciolimento (volevo che somigliasse a un gigantesco microonde, precisa Payne) somiglia in tutto e per tutto a una (ri)nascita, ma non serve molto tempo a rendersi conto che non è tutto oro quello che luccica. Persino l’Eldorado in scala non riesce ad evitare il formarsi (spontaneo?) di periferie e di classi sociali che vivono ai margini. Senza contare che la fine del mondo si avvicina a un ritmo sempre più incalzante, costringendo la prima comunità di Minuscoli ad escogitare un nuovo espediente che funzioni da Arca di Noè: l’obiettivo è sempre (solo?) quello di assicurare che quell’improbabile creatura che è l’essere umano possa continuare la sua straordinaria avventura.
Dopo un avvio in gran carriera, Downsizing diventa un crogiolo di episodi, personaggi e “morali della favola” non sempre ben amalgamati. Il cast (straordinari Christoph Waltz e Hong Chau) è di tutto rispetto costruito, ma la sceneggiatura è troppo ingombrante persino per le loro spalle robuste.
Il racconto apocalittico affidato ai toni della commedia grottesca (in perfetto “stile Payne”, che in conferenza stampa non fa mistero del suo amore per Cechov) insieme alla riflessione sui temi ambientali potevano risultare un binomio vincente. L’impressione, tuttavia, è quella per cui Downsizing, è il caso di dirlo, non abbia preso bene le misure.

data di pubblicazione: 31/08/2017
da Antonella Massaro | Lug 27, 2017
Un nuovo luogo e una nuova metodologia per la conferenza stampa di presentazione della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Quest’anno il Presidente della Biennale Paolo Baratta e il Direttore della Mostra Alberto Barbera offrono il programma “in pasto” alla stampa nella cornice del Cinema Moderno di Roma. Sullo schermo scorrono i titoli di tutti i film in programma. Tutti, per non fare torto a nessuno. La conferenza stampa dura quasi due ore e, forse, il tempo tiranno non consente al Direttore di dedicare la dovuta attenzione ai film inseriti in concorso.
Con enfasi particolare si dà risalto alla nuova VENICE VIRTUAL REALITY: la realtà virtuale forse non sarà il futuro del cinema, ma di sicuro è un orizzonte che Venezia non può permettersi di lasciare nell’ombra. Le nuove sale del Lazzaretto vecchio (sperando che il nome non sia evocativo) ospiteranno cortometraggi inseriti nel contesto della realtà virtuale, sconsigliata, almeno per ora, a chi soffre di vertigini e di nausea.
Sul versante più “tradizionale”, le parole di Barbera lasciano trasparire un cinema italiano e americano in ottimo stato di salute.
Il cinema italiano riesce dopo anni a coniugare quantità e qualità, con tanti film di ottimo livello. Quattro i made in Italy in CONCORSO, chiaramente molto diversi tra loro: Una famiglia di Sebastiano Riso (con Micaela Ramazzotti), Hannah di Andrea Pallaoro (con una sola attrice: Charlotte Rampling), The Leisure Seeker di Paolo Virzì (con Helen Mirren) e “il film che parla al pubblico” Ammore e malavita dei Manetti Bros (con buona parte della squadra di Song ‘e Napul).
Tra i made in USA grande attesa per il film di apertura Downsizing di Alexander Payne (con Matt Damnon), ma soprattutto per The Shape of Water, che il Direttore non esita a definire il miglior film di Guillermo Del Toro dell’ultimo decennio. Il lido si tingerà di glamour con l’arrivo di George Clooney, che porta al lido il suo Suburbicon e con Mother! di Darren Aronofsky (con Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer). Atteso anche Human Flow di Ai Weiwei.
Tra i “ricchi” FUORI CONCORSO si segnalano Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini (con Valerio Golino e Adriano Giannini), in cui il regista continua nell’esplorazione del mondo dei non vedenti avviata negli scorsi anni; Il Signor Rotpeter di Antonietta De Lillo, dal noto racconto di Kafka; Diva! Di Francesco Patierno (con Barbara Bobulova, Anita Caprioli, Carolina Crescentini, Silvia D’Amico, Isabella Ferrari, Carlotta Natoli, Greta Scarano, Anna Foglietta, Michele Riondino) dedicato alla vita di Valentina Cortese; Zama di Lucrecia Martel; Cuba and the cameraman di Jon Alpert, unico giornalista americano riuscito nell’impresa di conquistare la fiducia di Fidel Castro; Piazza Vittorio di Abel Ferrara, dedicato al crociolo culturale rappresentato dall’omonima piazza romana; The Devil and Father Amorth di William Freidkin, che muove dalle riprese dell’ultimo esorcismo di Padre Amorth.
Di particolare interesse anche la Sezione ORIZZONTI. Tra le opere prime si segnalano Brutti e cattivi di Cosimo Gomez e Disappearance dell’iraniano-romano Ali Asgari. Targato Italia è anche il film di animazione Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone e La vita in comune di Edoardo Winspeare. Molti i casi di cronaca che approdano al Lido, tra cui The rape of Recy Taylor, storia di uno stupro ai danni di una donna di colore rimasto sostanzialmente impunito e Caniba, che racconta un episodio di omicidio seguito da cannibalismo.
Il CINEMA NEL GIARDINO ospiterà, tra gli altri, gli italiani Suburra – la serie, Controfigura e Nato a Casal di Principe.
Tra gli EVENTI SPECIALI doveroso il riferimento a Casa d’altri di Gianni Amelio, “omaggio” al cuore d’Italia colpito dal terremoto, che sarà proiettato il 31 agosto.
Volendo individuare delle “linee tematiche”, la fanno da padrone, ad avviso del Direttore, il tema dell’immigrazione e quello della famiglia o, meglio, della sua crisi. Vietato invece parlare di crisi del cinema. Anche se tra i tanti produttori presenti alla Mostra si è sottolineato a più riprese il solo nome di Netflix.
Non resta che salpare alla volta del Lido. Appuntamento dal 30 agosto al 9 settembre…ovviamente con Accreditati!
Data di pubblicazione: 27/07/2017
da Antonella Massaro | Lug 3, 2017
(Taormina, 1 luglio 2017)
La tenerezza è l’autentico trionfatore dei Nastri d’argento 2017, assegnati lo scorso 1 luglio presso il Teatro Antico di Taormina. Il racconto a toni cupi di Gianni Amelio stringe tra le mani lo scettro del miglior film (gli altri candidati erano concorrenti d’eccezione come Fiore, Fortunata, Indivisibili e Tutto quello che vuoi), ma si aggiudica anche i premi per la miglior regia, la miglior fotografia (Luca Bigazzi) e il miglior attore protagonista (Renato Carpentieri).
Nessuna sorpresa per la miglior attrice protagonista: la Fortunata Jasmine Trinca, appena reduce dal successo di Cannes. Il palmarès al femminile è completato dall’ex aequo per la migliore attrice non protagonista tra Sabrina Ferilli (Omicidio all’italiana) e Carla Signoris per Lasciati andare e dal Nastro d’argento europeo a Monica Bellucci per On the milky road.
Alessandro Borghi può invece fregiarsi del titolo di miglior attore non protagonista per Fortunata.
La migliore sceneggiatura è invece quella di Francesco Bruni per Tutto quello che vuoi, che si cinge anche del Nastro speciale al suo magnifico Giuliano Montaldo.
Indivisibili di Edoardo De Angelis, pur assente dai premi “più importanti”, non delude le aspettative, aggiudicandosi cinque Nastri e divenendo quindi il film più premiato: miglior produttore (Attilio De Razza e Pier Paolo Verga), miglior soggetto (Nicola Guaglianone), migliori costumi (Marco Cantini Parrini), miglior colonna sonora (Enzo Avitabile), miglior canzone originale (Abbi pietà di noi di Enzo Avitabile).
Fai bei sogni riceve i nastri per il miglior montaggio (Francesca Calvelli), migliore scenografia (Marco Dentici, anche per Sicilian ghost story)
Il miglior regista esordiente è Andrea De Sica con I figli della notte, mentre la miglior opera prima è Il più grande sogno di Michele Vannucci.
La miglior commedia dell’anno è invece L’ora legale di Ficarra e Picone.
Molte conferme e tante sorprese nella serata condotta da Andrea Delogu, che andrà in onda su Raiuno il 14 luglio (ore 23.20), anticipata mercoledì 5 da un Movie Mag Speciale su Rai Movie.
data di pubblicazione: 03/07/2017
da Antonella Massaro | Giu 1, 2017
La disperata difesa della purezza nella desolazione della periferia romana. I cuori di Agnese e Stefano che si rincorrono, si cercano, si respingono. La paura del diverso e del cambiamento al margine-frontiera di una metropoli che sembra aver smarrito la sua identità.
Agnese (Selene Caramazza) corre a perdifiato attraversando la desolazione della periferia romana. Stefano (Simone Liberati) la rincorre, la raggiunge, la sorprende. La prima sequenza di Cuori puri (presentato al Festival di Cannes 2017 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs), scandita dalla concitazione della camera a mano, delinea in maniera sufficientemente dettagliata il ritratto dei due giovani protagonisti. Forse troppo dettagliata, visto che il film, per i 114 minuti complessivi, riesce ad andare poco oltre l’impressione dei primi minuti, peraltro già anticipata dall’ampio e dettagliato trailer di promozione.
Agnese ha diciotto anni e divide il suo tempo tra gli incontri in parrocchia e una madre (Barbora Bobulova) che (dalla storia non si comprende bene per quale ragione) approda a una religiosità all’apparenza caritatevole, fatta di volontariato e di accoglienza, ma nella sostanza asfissiante e retrograda: la sua ossessione diviene quella di preservare la purezza di sua figlia, assicurandosi che la ragazza arrivi vergine al matrimonio.
Anche Stefano deve fare i conti con dei genitori che soffocano ogni tentativo di riscatto di un ragazzo nato in una “zona difficile” e in una “famiglia difficile”. Trova lavoro prima come custode in un centro commerciale, poi, proprio come conseguenza del concitato inseguimento da cui prende avvio la storia, come vigilante nel parcheggio di un supermercato. Il parcheggio “confina” con un campo rom: Stefano proverà in ogni modo a difendere la purezza del suo territorio, che significa difesa del suo lavoro, dei suoi genitori che subiscono uno sfratto mentre il resto del mondo sembra avere a cuore unicamente l’accoglienza e l’integrazione degli stranieri.
Sullo sfondo la città di Roma che, come avvenuto con Fortunata di Sergio Castellitto (i due film condividono anche la bella prova di attore di Edoardo Pesce), ha portato sulla Croisette la desolazione i margini-frontiera di una metropoli: non ci sono muri, ma reti e fili spinati, che custodiscono il disperato tentativo di restare aggrappati a un’identità probabilmente perduta.
L’opera prima di Roberto De Paolis rappresenta certamente un’interessante pagina di cinema, scritta con una tecnica cinematografica ammirevole e con una scelta coraggiosa dei due protagonisti, sostenuti da attori d’esperienza quali Barbora Bobulova e Stefano Fresi. La sceneggiatura, a dir poco essenziale, fatica però a trasformarsi in autentica “storia”. Il tema della purezza, la quale diviene solo un’effimera illusione in una realtà che di puro sembra avere ben poco, non riesce ad imporsi quale chiave di lettura originale e l’andamento rallentato e dilatato del film restituisce l’impressione di un racconto nel complesso ridondante: a Cuori puri, sembrerebbe, manca quel guizzo in presenza del quale lo spettatore, una volta uscito dalla sala, non debba trovarsi a sperare che l’eredità del (preteso) neorealismo e del (preteso) cinema pasoliniano smetta di essere una catena anziché una preziosa fonte di ispirazione.
Data di pubblicazione: 01/06/2017
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da Antonella Massaro | Mag 22, 2017
Una donna Fortunata solo di nome, il desiderio di un riscatto che passa per la realizzazione di un sogno, la disperata desolazione della periferia romana, ma anche la forza di rialzarsi dopo l’ennesima caduta.
Roma, quartiere Torpignattara. Nell’angolo di una metropoli divenuta ormai multirazziale, si incontrano i momenti di aggregazione della comunità cinese, quelli della comunità islamica e la solitudine dei personaggi che nella desolata arsura della periferia vanno alla ricerca di un salvifico soffio di vento. Perché la vita in fondo è come il gioco del lotto: anche i numeri più ritardatari, alla fine dovranno uscire e potranno vedere la luce.
Fortunata (Jasmine Trinca) insegue il sogno di aprire il suo negozio di parrucchiera: lavora a domicilio, si fa pagare “a nero”, ma i soldi e il tempo sono sempre troppo pochi. Sua figlia, la piccola Barbara (Nicole Centanni), fa il possibile per stare dietro ai ritmi frenetici di una madre cui cerca di assomigliare in ogni modo (particolarmente evocativa la sequenza che apre il film), ma che lentamente sta imparando a odiare. Anche in ragione della complicata separazione tra Fortunata e Franco (Edoardo Pesce), violento e crudele, Barbara finisce a colloquio con un psicoterapeuta (Stefano Accorsi), senza però riuscire a scrollarsi di dosso la presenza ingombrante di una madre che sta ancora cercando il suo posto nel mondo. Una madre ingombrante, perché malata, soffoca anche la vita di Chicano (Alessandro Borghi), ragazzo bipolare, amico di infanzia di Fortunata, l’unico disposto ad assecondare i suoi sogni e a conservare gelosamente i suoi più inconfessabili segreti. Fortunata porta avanti caparbiamente il proprio tentativo di riscatto, anche se la vita si rivelerà a tinte più fosche della spumeggiante fotografia che, almeno della prima parte, costituisce una delle cifre più rappresentative del film.
La periferia di Fortunata, presentato proprio in questi giorni al Festival di Cannes 2017 nella sezione Un Certain Regard, richiama alla mente in maniera pressoché inevitabile i margini di umanità raccontati da Pasolini, con la coppia d’oro Sergio Castellitto (alla macchina da presa) e Margaret Mazzantini (alla macchina da scrivere) che cala il proprio sguardo intellettuale e “borghese” sul mondo affascinante e respingente degli ultimi.
Le storie dei personaggi si incontrano, si scontrano e si fondono in un labirinto di disperazione e cinismo. La sceneggiatura risulta a tratti “straboccante”, restituendo l’impressione di una penna che ha voluto mettere troppa carne al fuoco e che rischia spesso di restare imbrigliata negli stereotipi della “gente del popolo raccontata da chi del popolo non fa parte”. Lo sfaccettato personaggio di Fortunata resta però l’unico autentico motore della storia e sembra anche quello più saldamente al riparo dall’insidia del cliché. Il filo conduttore, in fondo, è quello di una disperata ricerca di Giustizia, la stessa per cui l’Antigone da cui la mamma di Chicano sembra ossessionata, ha preferito andare incontro alla morte.
La straordinaria prova d’attrice di Jasmine Trinca, trasformata per l’occasione in una sorta di Erin Brockovich nostrana, costituisce il fiore all’occhiello di un cast davvero convincente: da Alessandro Borghi a Edoardo Pesce, passando per la piccola Nicole Centanni. Il tallone d’Achille è rappresentato forse da Stefano Accorsi, sebbene l’attore debba fare i conti con un personaggio che si rivelerà tutt’altro che banale.
Peccato per il finale e per l’esigenza di tradurre visivamente un momento dell’infanzia di Fortunata, che, forse, sarebbe stato preferibile lasciar immaginare allo spettatore attraverso le vibranti parole della protagonista.
data di pubblicazione: 20/05/2017
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