APPUNTI VENEZIANI

(Immagine di nostra creazione)

Il 27 agosto ad inaugurare l’apertura della 82 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato il film di Paolo Sorrentino. Prima pellicola in Concorso, potremmo definire La grazia il film più maturo del regista partenopeo, forse tra i suoi migliori perché realizza quella difficile alchimia di far ridere e piangere lo spettatore. Servillo è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica Italiana negli ultimi 6 mesi di mandato. Con una interpretazione sobria e controllata, l’attore alterna una dialettica da giurista a pause in cui gli basta muovere un sopracciglio per esprimere pensieri e parole. Accanto a lui Anna Ferzetti, nel ruolo della figlia Dorotea. Sorrentino le mette un grande faro addosso regalandole un ruolo da co-protagonista che lei assolve meravigliosamente: tenendo testa ad un mostro sacro come Servillo si scrolla finalmente di dosso l’essere figlia e moglie di. La grazia rappresenta un percorso di riflessione che ha come fulcro l’importanza del dubbio. Non mancano i personaggi “sorrentiniani” di contorno come il Papa nero e rasta, il corazziere tuttofare, il sindaco che parla per conto della moglie e la vecchia amica di famiglia Coco, a cui si aggiungono figure complesse come i due detenuti in attesa della Grazia del Presidente. Dialoghi profondi e commoventi si alternano a battute esilaranti, e Servillo-Presidente arriva a citare sé stesso quando indica come sinonimo di eleganza un uomo che indossa una giacca rossa con i pantaloni bianchi. Apre invece la sezione Orizzonti Mother di Teona Strugar Mitevska, coproduzione belga-macedone, film molto coraggioso e di forte impatto, interpretato mirabilmente da Noomi Rapace nei panni di una giovane ed inedita Madre Teresa di Calcutta. Siamo nel 1948. Il film si articola in uno spazio temporale di sette giorni in cui la trentasettenne Teresa, madre superiore del convento delle suore di Loreto, è in attesa di una lettera del Vaticano che le permetta di lasciare il convento per creare un nuovo ordine. La macchina da presa è sempre su di lei, facendoci percepire l’oscillazione tra dubbi e determinazione, tra fede e ambizione, regalandoci l’immagine di una giovane donna che lotta in un mondo di soli uomini, integerrima, inflessibile, con un rigore di ferro, audace, coraggiosa, libera. Apre invece Le Giornate degli autori La Gioia di Nicolangelo Gelormini. Basato su una pièce teatrale la cui sceneggiatura è stato premio Solinas, si ispira ad un recente fatto di cronaca italiana e vanta un cast di tutto rispetto. Valeria Golino, Jasmine Trinca e Francesco Colella, inediti e bravissimi, intrecciano i loro ruoli all’interpretazione del giovane Saul Nanni sorprendentemente bravo, camaleontico, con doti da trasformista che con questo ruolo entra di diritto in quel ristretto gruppo di nuove leve di cui fanno parte Francesco Ghechi e Leonardo Maltese. Il film narra la storia di Gioia Montefiori, una donna non più giovane, ingenua e colta, insegnante di francese che vive ancora con i genitori e che si innamora di Alessio, un suo allievo. Accetterà di farsi stravolgere la vita da lui per provare quella “gioia”, come il suo stesso nome recita, che nella sua vita non aveva mai provato. Un misto di tenerezza e senso materno la spingerà tra le braccia del giovane sino a farle commettere gesti che lei stessa non avrebbe mai immaginato di attuare. Decisamente un buon film. Altra pellicola in concorso è Jay Kelly con George Clooney come protagonista. George è sempre un bel vedere, anche se questa volta non interpreta il fascinoso dalla andatura dinoccolata che tanto piace alle donne. Al contrario è un attore di successo di mezza età che fa i conti con la sua vita privata, un uomo in crisi per aver dedicato troppo tempo alla carriera e troppo poco agli affetti. Ma la storia di questo bilancio personale, seppur nelle mani sapienti di N. Baumbach diventi qualcosa di insolito, è un po’ troppo ripetitivo e a tratti soporifero. Girato parzialmente in Italia, per l’esattezza ad Arezzo e dintorni, nel cast troviamo l’immancabile Alba Rohrwacker e ci chiediamo perchè. A tenere testa al bel George, c’è un bravissimo Adam Sandler nella parte di Ron, il suo inossidabile agente. Il regista ha dichiarato in conferenza stampa di aver giocato con l’idea di fare pace con chi siamo e con chi rappresentiamo in un viaggio per scoprire l’uomo, e Clooney-Kelly si è prestato al gioco. Il film ha il merito di rivelare anche un ambiente che ai più è sconosciuto, un dietro le quinte di ciò che è la reale vita di un attore o di una troupe, mostrando questo lavoro nella sua “normalità”. Sicuramente non è la migliore pellicola di Baumbach ma George, tra il melanconico e gigionesco, regge.

É poi arrivato il momento di Yorgos Lanthimos, anch’esso in concorso, che si conferma un genio assoluto: il suo Bugonia è un film che appartiene al suo mondo visionario e fantastico che ben conosciamo (anche se non è paragonabile a Povere creature), e nonostante le trovate irreali è profondamente calato nella realtà contemporanea e ci fa capire come l’intera umanità sia al contrario assolutamente scollegata da essa. Riusciranno gli “alieni” a salvarci o ci condanneranno all’estinzione come fu per i dinosauri? C’è una ambiguità nel film molto impattante ed Emma Stone è strepitosa come sempre, così come il suo “nemico” interpretato da J.Plemons perfetto nell’offrirci un personaggio detestabile, un’anima in pena che vorrebbe aiutare gli uomini non avendo però il fisico del ruolo per essere credibile. Nel film è facile “etichettare” i personaggi, ma poi essi ci stupiscono assumendo lati sempre nuovi da scoprire e riscoprire sino all’ultimo fotogramma. Una colonna sonora fantastica accompagna questa storia complessa scritta da W. Tracy di un mondo apparentemente distopico che al contrario è una perfetta fotografia del mondo reale. Sul film di Guadagnino After the hunt (non in concorso), invece, non possiamo dire molto se non che la presenza della divina Julia Roberts ha fatto letteralmente esplodere il sistema di prenotazioni! Sappiamo sulla trama quanto riportato dai quotidiani nazionali, ma possiamo riferire ciò che in conferenza stampa è stato detto. Film provocatorio, ricco di personaggi complicati, che accenderanno sicuramente un dibattito per la complessità di visioni e di sfaccettature. Diversi punti di vista si mescolano a dialoghi serrati, in uno scontro tra diverse verità. É stata giudicata straordinaria la performance di Julia Roberts. Altro film in concorso è À pied d’oeuvre di Valérie Donzelli, piccola storia resa grande da una sceneggiatura accorta. Si narra la storia di un’ambizione vera, di quelle che ti fanno operare scelte coraggiose, rinunciando alla propria zona di comfort. Un fotografo, ben pagato, marito e padre di famiglia, per inseguire il sogno di diventare scrittore decide di andare in sottrazione riducendo la sua vita all’essenziale, passando da corse continue per raggiungere il successo ad una vita quasi di stenti per dedicarsi appieno alla scrittura. Film molto lento, ma nel complesso interessante. Chiudono la nostra breve incursione nella kermesse veneziana due pellicole, entrambe in concorso: Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi e Frankenstein di Guillermo del Toro. Rosi, noto documentarista pluripremiato (Leone d’oro per Sacro GRA e Orso d’oro per Fuocoammare) esplora Napoli e le sue antiche memorie, il Vesuvio e le solfatare dei Campi Flegrei sempre in agitazione, Pompei, Ercolano. Fulcro del docu-film sono le continue telefonate ai vigili del fuoco di persone che alle prime avvisaglie di oscillazioni della terra chiamano per sapere se devono preparare i bagagli e scappare. Girato interamente in bianco e nero il film è un viaggio nella storia e nelle storie degli uomini. Ed infine c’è lui, Guillermo del Toro, vincitore di ben 4 Oscar e Leone d’oro nel 2017 per La forma dell’acqua, che ci stupisce con l’adattamento del romanzo gotico di Mary Shelley sullo scienziato, affascinante quanto arrogante, Victor Frankenstein (Oscar Isaac). Curato in ogni piccolo particolare, affronta molti argomenti come il rifiuto della diversità e il dolore che nasce da questa esclusione, l’abbandono e il rapporto padri-figli. Seppur decisamente troppo lungo, Frankenstein è una profonda meditazione sul bisogno di essere accettati per quello che si è, esplorando temi universali quali la solitudine, il desiderio di essere compresi, la paternità mancata e la bellezza dell’imperfezione. Accreditati si ferma qui, ma il Festival di Venezia continua.

data di pubblicazione:30/08/2025

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