Accolto dagli applausi e dal calore del pubblico della Croisette, Amarga Navidad segna il ritorno di Pedro Almodóvar al Festival di Cannes, nelle sale italiane a partire dal 21 maggio. Il film racconta lo stretto legame tra realtà e finzione, tra ispirazione e vita, e apre una riflessione sui limiti dell’autofinzione.
Due storie che si muovono su binari paralleli. La prima ha per protagonista Elsa, una regista di spot pubblicitari, nel 2004, durante il lungo ponte festivo prenatalizio. Soffre di emicranie devastanti accompagnate da crisi di panico. Il suo compagno, Bonifacio, vigile del fuoco e spogliarellista part time, la accudisce con amore. Elsa prova a sostenere una sua amica e collaboratrice più volte abbandonata ed umiliata da suo marito che non riesce a lasciare, mentre compare Natalia, una giovane madre che non riesce ad elaborare il lutto del figlio morto.
La seconda storia si svolge nel 2026 ed è incentrata su Raúl, uno sceneggiatore e regista alle prese con una lunga crisi creativa e che prova a scrivere un copione. Gli sono accanto il suo compagno, in una relazione dominata dal silenzio e Monica, la sua assistente, indispensabile ma ermetica. Solo in via successiva si intuisce che la bozza di sceneggiatura che Raúl sta scrivendo è la storia di Elsa, del suo compagno e delle sue amiche, con evidenti richiami alla sua stessa vita ed a quella di Monica. Mescolata alla finzione, Elsa diventa in qualche modo l’alter ego di Raúl, che ricorre all’autofinzione come soluzione al momento di aridità creativa. Raúl è un regista di successo ma che per tutta la sua vita è stato fagocitato dal fare cinema. E, alla fine, dovrà fare i conti con l’accusa di essersi appropriato della vita degli altri.
Amarga Navidad è una riflessione sull’atto creativo e sul suo rapporto con la realtà e con la vita. Esistono dei limiti per la scrittura creativa, che a volte la si trova solo impregnandosi di tutto ciò che lo circonda, compreso il dolore degli altri?
Il regista spagnolo mette in scena un sofisticato gioco di specchi. Le storie si intersecano, si sovrappongono e si contraddicono. Come tutte le incertezze di un processo creativo. Ne viene fuori un’opera affascinante, drammatica e di difficile definizione fino all’ultimo fotogramma, in quanto alterna sequenze concluse a frammenti in divenire.
Straordinaria la fotografia, elegante e pittorica, intensa la colonna sonora nelle composizioni di Alberto Iglesias, melodrammatica quando ritrova Amaia Romero, Grace Jones e Amanda Lear, rigorosi e perfetti tutti gli attori.
Raul, il protagonista è abulico, ha perso il fuoco sacro della scrittura e si appropria delle vite degli altri ed proprio la sua assistente Monica con una devastante discussione ad aprirgli un’altra prospettiva di scrittura. Elsa e Natalia, nella bella villa di Lanzarote che guardano direttamente in macchina, continueranno ad essere nella storia o svaniranno nella sua nuova finzione?
data di pubblicazione:21/05/2026
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Certamente complesso e inquieto come forse il processo creativo di un (o del) regista dove non tutto deve avere necessariamente un senso.
Un film comunque che rimane dentro, per un retrogusto struggente, che probabilmente qualcuno non ha colto.
Film sulla complessità emotiva e razionale del processo creativo, dove non esistono confini netti tra realtà e finzione. Sicuramente ci sono note autobiografiche che mostrano una difficoltà a districarsi da una sorta di agglomerato dove la realtà è “manipolata” dalla immaginazione e dove ognuno (compreso lo spettatore) interpreta a modo proprio questo processo. Così come ognuno a proprio modo elabora un lutto, in un tempo che non si può sapere né quando inizia né quando finisce. Sicuramente non il miglior film di Almodovar ma comunque di buon livello, ricco di spunti su cui riflettere e confrontarsi. Attori molto bravi. Scene curatissime e molti rimandi a film precedenti, ai migliori. Ci dispiace per i francesi che non abbiano saputo coglierne il senso…