Ammetto la mia immensa ignoranza; per me la Mongolia era solo Gengis Khan e le cavalcate nei deserti quindi, quando Fahrenheit (Radio RAI3) ha presentato il libro di Ian Manook e la storia del commissario mongolo Yeruldelgger sono stata così incuriosita che non ho potuto fare a meno di iniziare la lettura.

Le indagini che richiedono l’intervento del commissario sono due e proseguono parallelamente. Il rinvenimento dei cadaveri di tre cinesi i cui corpi sono stati oggetto di riti sessuali e il ritrovamento, nel mezzo della steppa, del corpo di una bambina di pochi anni seppellita insieme al suo triciclo.

Il commissario dovrà superare non pochi ostacoli che verranno lasciati sul suo cammino da poliziotti corrotti, magnati stranieri in cerca di facili affari e gruppi neonazisti per portare a termine le sue indagini, nel corso delle quali potrà contare solo su tre persone: la collega ispettrice Oyun, l’anatomopatologa Solongo, e Gantulga un ragazzino di strada che si rivelerà essere di una furbizia e di un valore assoluto.

Nel corso delle 524 pagine scopriremo un commissario burbero, chiuso, che mal sopporta l’autorità, che va dritto per la sua strada senza chiedere permesso a nessuno e senza paura delle conseguenze, che ha un passato di intense sofferenze e un futuro che non promette nulla di buono …

L’ambientazione del libro è spettacolare!

Manook descrive una steppa traboccante di fascino, immensa, silenziosa, eterna con le usanze e tradizioni di cui è pervasa: la benedizione dei viaggiatori che avviene spargendo alle loro spalle latte verso i quattro punti cardinali, i suoi cibi, su tutti il boodog, il tè salato con latte di yak e burro di cui è goloso Yeruldelgger, le yurta, abitazioni dei nomadi descritte minuziosamente fin nel modo in cui la tradizione vuole che ci si muova al loro interno.

Con il commissario entriamo nel monastero buddista di Yelintey e poi nella capitale della Mongolia, Ulan Bator, quasi irrimediabilmente corrotta, sfregiata dai vecchi squallidi e grigi palazzoni senz’anima dell’edilizia sovietica, invasa dal traffico, con nuovi cantieri che nulla hanno a che vedere con la cultura mongola, con i tanti disperati che la abitano.

Sono rimasta affascinata dalla Mongolia di questo libro, assolutamente, totalmente, innegabilmente affascinata.

Purtroppo non posso dire altrettanto della trama che ho trovato per alcuni versi un po’ farraginosa, in alcuni punti scontata e in altri forzata. Alcune descrizioni sono state esageratamente crude e violente e, la fine inevitabilmente scontata e dal sapore esageratamente buonista.

Ci sarà un seguito e so già da ora che lo leggerò per potermi nuovamente immergere nei venti della steppa: speriamo che la trama migliori così da potermi affezionare anche alle storie.

data di pubblicazione: 21/11/2016

 

Share This