(Teatro Vascello – Roma, 26 novembre/1 dicembre 2019)

Alessandro Preziosi veste i panni dell’artista olandese Vincent Van Gogh. Una versione di alta poesia e intensa analisi del periodo di reclusione in manicomio del grande pittore.

Si apre il sipario e il colore bianco della stanza dell’ospedale psichiatrico di Saint Paul de Manson, in cui è rinchiuso Van Gogh, abbaglia e cattura. L’odore assordante del bianco è il sottotitolo dello spettacolo. Il rimando a una dimensione fisica, percettiva, sensoriale è immediato e la tinta bianca delle claustrofobiche pareti contrasta di netto con le rughe di pittura coloratissima e vivace che siamo soliti ricordare nei quadri del pittore olandese. La battaglia è annunciata e il campo di combattimento, un grigio e gelido pavimento inclinato vertiginosamente, è pronto. Il conflitto si svolgerà tra lo smodato desiderio di libertà – sia creativa che esistenziale – dell’artista e il rigido carcere dove è costretto, nel quale è proibito tutto, anche dipingere, perché “l’arte agita, turba, eccita”. L’episodio che scatena l’accusa di pazzia è legato alla relazione artistica con Gauguin, con cui viene a trovarsi in disaccordo fino ad attaccarlo, presumibilmente, con un rasoio (sarà Van Gogh invece a rivolgere la lama contro di sé e a recidersi il lobo dell’orecchio sinistro). Viene quindi ricoverato a Saint Paul per essere curato. Siamo nel 1889 ad Arles in Francia, un anno prima della sua morte, nel periodo di massima espressione del suo genio artistico, sollecitato dai caldi colori e dagli sconfinati paesaggi della Provenza e dai visi della gente del posto. Tutte queste immagini mancano però alla visione dello spettatore, e l’impossibilità del gesto creativo si trasforma in un’intensa evocazione poetica.

La resa drammaturgica di Massini e la penetrante interpretazione di Alessandro Preziosi scavano in questa direzione e trascinano fuori dal personaggio, lacerandolo in sublime maniera, le reali motivazioni del suo dipingere e del suo vivere. Il pittore è il tramite, la porta attraverso la quale la realtà, una tavolozza di violenti colori, entra e si riflette sulla tela bianca. Di bianco abbiamo detto è costruita la scena, mancano i tubetti di vernice per colorarla. Anche la pianta che sboccia dal pavimento ha fiori dai petali bianchi. Manca la possibilità di espressione, di comunicazione. Le continue allucinazioni e le fissazioni della sua mente – non capiamo se la presenza del fratello Theo, venuto a fargli visita da Parigi, sia reale oppure no – peggiorano solo la sua condizione rispetto all’ottuso Dottor Vernon-Lazàre che lo ha in cura. Ci vorrà l’intervento del direttore dell’istituto, il Dottor Peyron, per riscattarlo dalla sua condizione e riabilitarlo a una vita normale. È qui allora che la scena si colora di quel giallo cromo tipico dei suoi dipinti e della sua immaginazione creativa.

data di pubblicazione: 28/11/2019


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