Nella Francia occupata dai Tedeschi durante la seconda guerra mondiale, due giovani fratelli parigini di religione ebraica, il quattordicenne Maurice e l’ancora bambino Joseph, vengono scientemente e dolorosamente lasciati a loro stessi da parte dei genitori per meglio consentire loro di poter nascondere la propria identità e meglio sfuggire alle retate di Ebrei operate dai Nazisti.  I due fratelli, soggetti ad ogni istante ad essere arrestati, fanno prova d’una incredibile dose di malizia, coraggio ed ingegnosità lungo il loro avventuroso cammino verso il sud della Francia, verso la “Zona Libera”,  per potersi ricongiungere a Nizza al resto della famiglia. Il “sacchetto di biglie” da cui il giovanissimo Joseph non si separa mai è il piccolo talismano che ricorda i bei momenti spensierati, e dà forza per superare le paure e le difficoltà che lui ed il fratello incontrano.

 

Il giovane e poliedrico Christian Duguay, regista franco-canadese molto attivo nel campo delle miniserie televisive, dopo il suo grande successo cinematografico di Belle e Sebastien l’avventura continua (2015), sequel del primo Belle e Sebastien del 2013, conferma, con questo suo ultimo film, di cui è anche direttore della fotografia, tutta la sua particolare sensibilità verso il mondo adolescenziale e la sua abilità nel dirigere i bambini.

Un sacchetto di biglie è il secondo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo autobiografico di J. JOFFÒ, un libro di formazione giovanile divenuto in Francia un classico per  ragazzi.  Duguay, con una regia di lungo respiro, una buona tecnica, belle inquadrature, buon ritmo ed una fotografia interessante, sa governare con polso sicuro la storia, mantenendosi in equilibrio fra dramma e leggerezza, senza cadere nel sentimentalismo, riuscendo abilmente ad evitare i rischi che, stante il soggetto, potevano facilmente eccedere o su un lato o sull’altro. Malgrado la crudeltà dei momenti storici in cui la vicenda è ambientata, il film non cede mai alla tristezza.

Certo, l’emozione di fondo è presente, ma, il regista evita di cadere nei clichès , anzi, al contrario, dona sapore e tensione continua a tutta la narrazione. Intelligentemente sceglie di narrare la storia dal punto di vista e attraverso gli occhi e la prospettiva dei due ragazzi, raccontandoci così il loro passaggio anzitempo dall’infanzia alla consapevolezza dell’età adulta. Perfetta è la ricostruzione dei contesti storici ambientati nella Parigi e nella Nizza degli anni ’40. Eccellente è soprattutto la scelta degli attori, un casting senza false note. I due giovani interpreti Batyste Fleural e Dorien Leclech sono formidabili per la loro spontaneità recitativa e sembrano crescere e maturarsi come i loro personaggi, man mano che procedono nella loro fuga verso la Libertà. Accanto a loro, due star del cinema francese: Patrick Bruel che con talento e sincerità interpreta il padre, e l’intensa Elsa Zylberstein nel toccante ruolo della mamma. Attorno a loro anche uno stuolo di buoni attori di secondo piano che ci rappresentano la varia umanità che i ragazzi incrociano nella fuga, un’ umanità fatta di egoisti, di collaborazionisti, di tedeschi e di persone altruiste o generose.

Un film gradevole, una bella storia di famiglia, tenera ed anche maliziosa, un quadro familiare di notevole freschezza che traspira autenticità. Il tema ed il contesto storico sono un soggetto molto ricorrente nel cinema francese che però è quasi sempre trattato con garbo, senso della misura e delicatezza, basta ripensare ad Au revoir les enfants di Louis Malle del 1987 o, al più recente Monsieur Batignole del 2002 .

Va fortemente sottolineato che Un sacchetto di biglie non è affatto un film destinato e limitato al solo pubblico francese, tutt’altro, è invece un film che si rivolge a tutti, giovani ed adulti,

di qualsiasi nazionalità, anche a noi Italiani, perché è un film che tocca e denuncia temi universali, senza tempo ed  anche molto attuali. La forza dei legami, l’infanzia e l’adolescenza rubate, la solidarietà, la diversità, la fuga, le famiglie separate, la debolezza della natura umana, e… nello sfondo, ovviamente, anche le discriminazioni ed il razzismo. Il tutto però senza alcuna saccente o supponente pedanteria.

Dunque, un film di genere, ben riuscito, divertente e toccante che ci ricorda, ancora una volta, che il piccolo buon cinema d’autore, senza la pretesa di dover necessariamente essere un capolavoro, pur restando un prodotto “commerciale”, può e sa parlarci anche di temi drammatici, mantenendo gusto e stile. Quel gusto e quello stile che nello scenario dei film attualmente in circolazione, quali che siano i generi, molto spesso non si riesce a ritrovare.

data di pubblicazione:19/01/2018


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