THE POST di Steven Spielberg, 2018

C’era una volta Tutti gli uomini del Presidente di A. Pakula (1976), centrato sull’affare del Watergate, oggi invece abbiamo il magistrale The Post centrato sulla pubblicazione dei cosiddetti Pentagon Papers, un fatto che rivoluzionerà, per sempre, i rapporti fra Potere Politico e Libera Stampa e che prefigura già quel che da lì a pochi anni il giornalismo investigativo realizzerà con la scoperta, per l’appunto, dello scandalo del Watergate.

Con questo suo 31° film Spielberg realizza anche il suo primo lavoro sul cosiddetto Quarto Potere, muovendosi con maestria in uno dei tradizionali filoni del cinema americano. Un genere in cui si intrecciano fra loro la denuncia contro gli abusi del Potere ed il ruolo della Stampa. In filigrana The Post può anche essere letto come una risposta, fatta con stile e vigore, agli attacchi di Trump ai Giornali Americani, di cui invece Spielberg intende metaforicamente sottolineare la forza e la capacità di resistere alle pressioni politiche.

Siamo agli inizi degli anni ’70, il Washington Post è ancora un giornale di secondaria importanza rispetto a colossi come il New York Times, suo principale concorrente. Katharine Graham (Maryl Streep) figlia del ricco fondatore del quotidiano, fra lo scetticismo generale, ne diviene editrice/direttrice prendendo il posto che era stato del marito appena morto. Direttore/capo redattore effettivo è invece Ben Bradley (Tom Hanks). Il giornale viene in possesso di documenti segretissimi: i Pentagon Papers, che comprovano tutte le implicazioni degli Stati Uniti nel Sud Est Asiatico e che la Casa Bianca, mentendo ai propri concittadini, ha sempre saputo che la guerra in Vietnam non ha mai avuto alcuna possibilità di essere vinta. Il dilemma morale che si pone la Direzione del Giornale, fra l’altro in una lotta contro il tempo con il potente concorrente New York Times, è se pubblicare o meno i documenti, nella consapevolezza che farlo significherebbe violare le leggi dello Stato e provocare effetti devastanti nei rapporti tra l’opinione pubblica e fra i vertici politici.

Poteva uscirne uno dei tanti buoni film sul giornalismo, invece Spielberg, con la sua maestria, coadiuvato dall’ottima sceneggiatura di Josh Singer (premio Oscar 2016 per Spotlight), fa la vera differenza, e ci regala un film maturo, elegante ed intelligente, non solo sulla Libera Stampa, ma, contemporaneamente, anche su una splendida figura di donna. Solo lui infatti, poteva dirigere con una scrittura capace di non perdere mai il punto di vista dello spettatore, mantenere intatta l’atmosfera dei fatti ed orchestrare una suspense credibile nel succedersi degli eventi, disegnandoci anche uno dei migliori ritratti femminili degli ultimi anni. Una donna che, in un’epoca dominata dal maschilismo, riesce invece trovare in sé la forza per trasformarsi e divenire capace di prendere, in prima persona, decisioni cruciali.

Il film non può che essere un film d’attori, e quindi cosa dire ancora di due mostri sacri e carismatici come Maryl Streep (nuovamente candidata all’Oscar) e Tom Hanks? Sono entrambi meravigliosamente capaci di far vibrare di umanità i loro personaggi. Attorno a loro un cast di ottimi caratteristi, ognuno perfetto nei vari ruoli. I virtuosismi filmici del regista: riprese in continuo movimento, inquadrature dal basso, piani e contro piani fanno infine di The Post una vera lezione di ottimo cinema oltre che un bel thriller giornalistico, sullo stesso livello dei migliori film di genere degli anni d’oro di Hollywood.   La forza delle parole può essere più potente delle pallottole.

data di pubblicazione: 02/02/2018


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2 Responses

  1. luigi scrive:

    la recensione fotografa in pieno le peculiarietà dell’ottima ennesima pellicola di Spielberg. Il tema è noto ma la mano del regista si vede tutta.

  2. anna borgonuovo scrive:

    Condivido pienamente quanto riportato nella recensione. Poteva essere un film nostalgico sul giornalismo di una volta, sulla libera stampa, un ennesimo film storico di denuncia sull’operato del governo americano rispetto alla guerra del Vietnam e invece il regista l’ha reso un’opera unica.
    Bellissimo, in un’epoca di emancipazione femminile, il ritratto sapiente di questa donna direttrice e proprietaria di un giornale che quasi suo malgrado si ritrova in questo ruolo ereditato dal marito scomparso a cui suo padre, fondatore del The Post aveva passato non a caso a suo tempo il comando. All’inizio quasi un pesce fuor d’acqua supportata e sistematicamente consigliata nella conduzione del giornale , finisce per prendere alla fine, in piena autonomia, la decisione più importante per il suo giornale e la sua vita prendendo le distanze dalle paure dei soci, da sentimentalismi e pressioni di parte tanto da elevare il Post tra le testate giornalistiche più importanti al pari del New York Times.

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