The Place è il nome di un bar con piccoli tavoli tondi ed una insegna luminosa, sito all’angolo di una strada che può appartenere ad una qualsiasi città italiana. Quel che conta è ciò che in questo posto avviene: un uomo (Valerio Mastandrea), seduto tutti i giorni allo stesso tavolino, fa colazione, pranza e a volte si intrattiene sino a notte fonda. La sua attività sembra essere quella di ascoltare ed esaudire i desideri di sconosciuti che, avvicendandosi al suo cospetto, gli chiedono di cercare una soluzione ai propri problemi. La soluzione di ogni cosa sembra essere contenuta in una grande agenda dal fodero in pelle nera, sulla quale l’uomo annota ogni richiesta.

 

 

Dopo il successo di Perfetti sconosciuti, film originale e sorprendente per le dinamiche che si innescano in un gruppo di amici allo scambio dei loro telefoni cellulari, Paolo Genovese torna a sorprenderci questa volta con una pellicola dove tutto è ben delineato sin dall’inizio, senza troppe sorprese, in una costruzione di scene che si ripetono in maniera eguale. L’unica differenza la fanno i dieci personaggi che espongono le loro richieste a questo insolito “psicologo” che sembra sapere tutto sulle dinamiche dello spirito umano. Sino a quanto questi strani interlocutori oseranno spingersi per raggiungere ciò che desiderano? La cosa che appare subito chiara è proprio che per ogni richiesta c’è un prezzo da pagare: affinché il desiderio si avveri, ogni individuo può scegliere se fare o meno ciò che l’uomo chiede loro di fare ed in cambio di ciò che desiderano ottenere, viene offerta loro una soluzione da accettare in libertà, senza alcuna costrizione da parte dell’offerente. Un esercizio dunque di libero arbitrio. Ma il fine giustificherà i mezzi?

Seppur sia palese che il regista abbia voluto fare qualcosa di diverso senza cavalcare l’onda del successo ottenuto con Perfetti sconosciuti, The Place, purtroppo, rappresenta una sperimentazione che non convince. L’idea del film potrebbe essere buona se portasse a qualcosa che non sia semplicemente un esercizio di stile, rivelandosi un tentativo non perfettamente riuscito di farci fare i conti con la parte oscura che c’è in ognuno di noi.

Quanto agli interpreti, Mastandrea è l’unico che ha un ruolo realmente a fuoco, mentre il resto del cast, seppur messo costantemente sotto una lente di ingrandimento, non convince: anche la grande attrice di teatro Giulia Lazzarini (indimenticabile nel recente Mia madre di Moretti), Alba Rohrwacher ed il bravo Alessandro Borghi, risultano penalizzati pur vestendo i panni dei tre personaggi più interessanti.

data di pubblicazione:09/11/2017


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