(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Il confine tra giusto e sbagliato, tra virtù e peccato, tra educazione e diseducazione è sempre particolarmente labile in una società chiamata a fare i conti con stereotipati pregiudizi e con la paura di ciò che, in un modo o nell’altro, appare “diverso”. The Miseducation of Cameron Post è un affresco delicato e profondo dell’adolescenza vissuta su quel confine: senza morbosa tragicità, ma con realistica “normalità”.

 

In una Festa del Cinema particolarmente attenta alle tematiche “di genere”, The Miseducation of Cameron Post si colloca dalla prospettiva, ironica ma disillusa, dell’età adolescenziale.

Cameron (una impeccabile Chloë Grace Moretz) è una liceale che cerca di sembrare come tutte le altre ragazzine della sua età, con tanto di brufoloso accompagnatore al ballo della scuola. Intrattiene però una relazione con la coetanea Coley (Quinn Shephard), che fa parte del suo stesso gruppo di studio della Bibbia: è un rapporto coinvolgente e idilliaco, ma quando le due ragazze vengono scoperte, Cameron è costretta a “ricoverarsi” in nella comunità religiosa God’s Promise.

All’interno del centro i ragazzi deviati, affetti dalla sindrome ASS (attrazione per persone dello stesso sesso) o con la passione per le droghe leggere, sono chiamati a un processo di rieducazione che dovrebbe portarli a prendere consapevolezza dei loro peccati e a guarire, con l’aiuto di Dio e dei responsabili della comunità, dalle proprie perversioni.

Il percorso con il quale Cameron è chiamata a confrontarsi si rivela a tratti paradossale. Da una parte, la causa di tutti i mali sembra essere proprio quella famiglia tradizionale, basata su sane relazioni eterosessuali, di cui tutti cantano il mito e che dovrebbe rappresentare la via della salvezza dal peccato. Dall’altra parte, gli educatori, pur ostentando serenità e sicurezza, sono forse più instabili emotivamente degli ospiti che pretenderebbero di rieducare. L’incontro con Jane Fonda (Sasha Lane) e Adam (Forrest Goodluck) servirà a Cameron per portare a termine il suo processo di “diseducazione” e di consapevolezza.

Il film di Desiree Akhavan, vincitore del Gran Premio della Giuria all’ultima edizione del Sundance Festival, è tratto dall’omonimo romanzo di Emily M. Danforth, che ha acceso i riflettori sull’equivoca realtà dei centri di rieducazione americani per ragazzi che di problematico hanno solo i pregiudizi con cui sono chiamati a fare i conti.

I toni del racconto, mai morbosi o eccessivamente cupi, rendono plasticamente la “normalità” di quello che si pretende di additare come anormale, restituendo l’impressione che la realtà distorta e “diseducativa” sia proprio quella attorno a cui è costruito God’s Promise: sono concessi il karaoke con canti religiosi e le rock band che intonano canti al Signore, mentre viene censurata l’innocente e travolgente esibizione di Cameron, che canta a squarciagola sulle note di What’s up.

I personaggi sono caratterizzati con lodevole precisione e il cast funziona in maniera pressoché perfetta. La sequenza finale, poi, vale il film intero.

data di pubblicazione: 23/10/2018








 

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