Non è un romanzo, non è un saggio. Non dovrebbe possedere profondità ma alla fine delle 102 pagine di testo ripercorri il libro dall’inizio alla fine quasi posseduto dalla fascinazione dei calembours, dall’ipnotismo delle frasi dei senso comune che, attraverso la lente privilegiata dell’autore, acquisiscono verità e concretezza e lasciano il segno. Non si può concretamente capire quello che affermiamo senza l’uso razionale dell’esempio e, dunque, delle citazioni. “Io non porto rancore, lo custodisco”– fa certamente riflettere mentre “Ogni tanto, per strada, scambio le persone per manichini”– è un piccolo saggio in nuce sull’uso irrazionale degli smartphone che, ormai, più che essere posseduti, posseggono la nostra vita. De Silva squarcia la nuda realtà con piccole nitide abbacinanti intuizioni che alludono anche al sapiente uso della lingua italiana e della possibile rivelazione o della smascheramento del luogo comune. Si penserebbe a un Flaiano riveduto e corretto nel terzo millennio anche di fronte alla riflessione sulla banalità dei testi delle canzoni.

“A volte mi faccio delle domande veramente strane, tipo: “Il coniglio del muso nero della canzone di Marcella, oggi quanti anni avrebbe?”. È la sensibilità di una generazione su un sentiero già battuto da Berselli, Serra e Culicchia con alterni risultati. Quando non affascina, strega, solo per citare lo slogan di una pubblicità, riabilitando una forma letteraria a mezza strada tra la riflessione e il pensiero dell’uomo della strada, stupefatto dalla crudeltà del tempo in cui viviamo.

“Non so se ho risposto alla domanda che non ricordo” “Chi si cerca su Google, generalmente non ne ha motivo” o “La vita non è tua, è in franchising”. Così la leggerezza allude alla profondità con un risultato finale suggestivo che è superiore alla somma dei singoli così diversificati addendi. Un’operazione gradevole e di sicura riuscita in un Paese in cui “l’italiano che non vota si candida”.

data di pubblicazione:05/05/2018

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