(Teatro Quirino – Roma, 21 gennaio/2 febbraio 2020)

Silvio abita solo nella casa di campagna. In occasione del suo compleanno e della ricorrenza dei dieci anni dalla morte della moglie vanno a trovarlo i tre figli Marialaura, Alice e Vincenzo che non lo vedono da tempo. Si unisce a loro anche Roberto, fratello di Silvio. La solitudine alla quale si è da tempo abituato viene interrotta e sconquassata da questa visita.

 

Per descrivere quella che a tutti gli effetti è una commedia, dai risvolti divertenti nei tempi nelle battute e nei personaggi, bisognerebbe usare parole che ne rispecchino la delicatezza dei colori tenui e delle trasparenze di cui la scena si colora. Dove abita Silvio c’è ben poco di una casa di campagna dove l’azione è ambientata. Le pareti di garza lasciano intravedere chi si aggira per le stanze o nel giardino: tutti ascoltano, tutti intervengono nelle discussioni. Come recita il sottotitolo – Solitudine da paese spopolato – la cittadina dove Silvio ha deciso di trascorrere la sua vecchiaia è abitata da poche persone, isolata: un chiaro indizio che ci troviamo in uno stato mentale, più che in posto reale. Ma l’azione è dinamica e coinvolgente e i toni tenui passano in secondo piano, sono un sottofondo quasi musicale. Il forte realismo della vicenda inizia dai nomi dei personaggi, che sono quelli degli attori che li interpretano. È una scelta già applicata nella drammaturgia di Lucia Calamaro, autrice e regista dello spettacolo, che cuce addosso agli attori la parte, raggiungendo un risultato di forte verità e descrizione. Il gesto creativo si lega così all’attore e all’interprete, si nutre della sua presenza. La vita ribolle come un vulcano sulla scena, la si percepisce viva nella parola drammaturgica. Eppure, ciò che è in scena appartiene di diritto alla sfera del pensiero: le scene si collegano tra loro a volte per una semplice parola, per digressione su un ragionamento, senza un ordine apparente. Sembra di cogliere nelle battute quel momento in cui ciò che si muove nella testa sta per essere detto, quell’indecisione del se è lecito o utile dire o trattenere dentro. La squadra di attori è ben coesa e adatta, dove Silvio Orlando spicca tra tutti per intelligenza scenica e carattere. Sarebbe davvero difficile vedere un altro attore in questo personaggio. Perfetta incarnazione di quella solitudine sociale – così è chiamata la malattia da cui è affetto – che isola chi ne è colpito, per abbandono degli altri o scelta propria, patologia del presente che può colpire chiunque in ogni momento.

data di pubblicazione:23/01/2020


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