(Roma, Arena Nuovo Sacher – 6/23 luglio 2015)

Last summer è il titolo del film, anch’esso pensato e scritto in inglese, di Leonardo Guerra Seràgnoli, protagonista dell’ottava serata di Bimbi belli. Presentato nella sezione Prospettive italiane dell’edizione 2014 del Festival di Roma, il film racconta la storia dell’addio di una madre che ha perso la custodia del figlio e a cui vengono concessi quattro giorni per il commiato. Ma non si tratta di un caso di povertà, di emarginazione, di un contesto normalmente definito “socialmente a rischio”. Il mondo, il luogo e anche l’ambientazione di tutto il film è quello di una bellissima e lussuosissima imbarcazione, progettata dal noto architetto francese  Odile Decq (“Suo il progetto del Macro a Roma”, precisa Nanni, nell’apprezzabile tentativo di non dare mai per scontato che tutti debbano necessariamente conoscere i personaggi che vengono citati). La barca è un mondo claustrofobico, il viaggio raccontato è alienante e l’imbarcazione assume, sia praticamente che metaforicamente, il ruolo di prigione di lusso. Una prigione in cui, oltre al rapporto tra madre e figlio che si costruisce nel tempo, fino all’addio, c’è un discorso sul potere: quello dei proprietari della barca, un nonno e un padre che non compaiono mai, se non nell’evocazione di qualche telefonata o commento, e quello dei membri dell’equipaggio, portatori “sani” di un potere riportato, padroni ad interim, in assenza dei veri proprietari, del lussuoso quanto angusto e freddo mondo della barca. “Un film di sentimento ma non sentimentale”, tiene a precisare il regista, che esplicita la scelta di pudore nelle scene potenzialmente toccanti, nel tentativo riuscito di non indugiarvi troppo ma di rompere la linea dell’emozione solo alla fine.  Una scelta rafforzata da uno studio accurato dei suoni e dall’assenza, se non in due occasioni, di musica, rinuncia contrastata inizialmente da Rai Cinema (uno dei produttori) con conseguente battuta di Moretti: “Quindi, su tutta la produzione, l’unica cosa che ti ha detto la Rai è: metti la musica?”. Modello di riferimento del regista Il silenzio di Bergam, come affermato in risposta ad una delle tante e interessanti domande del pubblico, nella serata di uno dei più bei dibattiti a cui abbiamo assistito finora. E ancora l’approccio volontario di teatralità, l’uso della lingua giapponese che diventa punto di svolta nel rapporto madre/figlio, quasi a dirci che la madre deve prima ritrovare le proprie radici per potersi dire veramente madre. Un film tanto asciutto nel racconto, quanto ricco di collaborazioni prestigiose, tra cui spiccano Milena Canonero, in veste non solo di costumista ma anche di produttrice, e la collaborazione in sceneggiatura della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto. Un film che lascia, come suggestione finale suggerita da una spettatrice, una ricetta per sopravvivere al potere e al suo esercizio: ribellione e autonomia di linguaggio. Sullo sfondo il mare di Otranto e della felice gestione della Puglia Film commission.

data di pubblicazione 20/07/2015

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