(Roma, Arena Nuovo Sacher – 6/23 luglio 2015)

La fatica necessaria per creare la bellezza. Questo è ciò che volevo raccontare scegliendo il nuoto sincronizzato”. Lamberto Sanfelice, regista di Cloro, risponde così alla domanda che lo interpella sui motivi della scelta di questo sport quale sogno e attività della protagonista del film.  Il regista ha le idee chiare, risponde alle domande con cognizione di causa, sviscerando ogni scelta linguistica e stilistica del film. Un film duro, asciutto come la storia che racconta, la vicenda di Jennifer, un’adolescente catapultata nel mondo delle responsabilità degli adulti, improvvisamente privata dell’acqua del suo nuoto sincronizzato ad Ostia ed immersa nel gelo, ambientale ed umano, di una piccola e semideserta località sciistica delle montagne abruzzesi. Le immagini, sin dall’inizio, riportano alla mente atmosfere e temi di Un gelido inverno (2010, Debra Granik), di cui era protagonista la bravissima Jennifer Lawrence, ed è bello trovare conferma di ciò dal regista, al punto che il nome del personaggio di Cloro, Jennifer, è stato scelto proprio per rendere omaggio alla Lawrence e a quella sua bella interpretazione. Il perno su cui ruota Cloro è proprio l’interpretazione dell’attrice principale, Sara Serraiocco (già vista in Salvo di Grassadonia e Piazza). “A me interessano i film/il cinema come ricerca di personaggi, di umanità, piuttosto che i film che raccontano storie importanti (…) volevo fare un film senza musica, un film che trasmettesse le emozioni attraverso la recitazione e meno attraverso i trucchi e gli strumenti che i registi possono mettere in scena.” Moretti cita i Dardenne come punto di riferimento per un utilizzo della camera così ravvicinato a corpi e volti, tanto  che addirittura non entrano nell’inquadratura, o magari sono ripresi di spalle. Sanfelice aggiunge una nota sull’utilizzo del fuoco lungo per raccontare lo sradicamento, e un uso della soggettiva molto particolare, tramite i filtri di occhiali da sci, di una palla trasparente o delle vetrate, quando a guardare sono gli occhi di Gabriele, il fratellino a cui Jennifer è costretta a fare da madre, vivendo con lui in una baita di montagna. Ed è proprio un’inquadratura della montagna, di quel luogo che ormai rappresenta il cuore e la famiglia, a chiudere il film, lasciando il finale sulla scelta di vita aperto, come il mare che Jennifer stava guardando poco prima.

data di pubblicazione 17/07/2015

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