(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 9/27 maggio 2o18)

Una famiglia unita, una famiglia apparentemente felice. Ma la commedia vira in tragedia perché l’alea del suicidio inquina la serenità del tutto. Si prepara una notte drammatica in un tentativo di escavazione dell’animo umano. Poco riuscito, diremmo.

Un rituale pranzo di famiglia in cui si veicolano discorsi forti e banali, alternanza di voci che si sovrappongono, un interessante interno borghese di una media famiglia italiana. Ma l’allarme è presto scoccato. Perché il giovane maschio del lotto dei cinque è appartato, distratto, chiuso in se stesso e gli altri non sembrano accorgersene. Ed ecco d’improvviso la lacerazione. Il giovane figlio di famiglia annuncia il suicidio, cioè quel gesto che in genere non si annuncia ma si realizza, lasciando un bigliettino di spiegazione. È il “prima” che sconcerta perché la macchina del proponimento è messa in moto e come si potrà fermarla? Ci prova il padre, ci prova la madre. Con convinzione, rabbia, crescente disperazione. Ci provano le sorelle. Ci provano tutti ma i risultati sono scarni. Il peso della perdita della moglie ha lacerato i fragili equilibri del protagonista che non riesce più a ritrovarsi nella vita di tutti i giorni.

Quello che abbiamo enunciato è il proposito didattico del regista che però non si traduce in una tensione drammaturgica all’altezza. Non la regge il protagonista principale, non la sostiene neanche il bravo Giorgio Colangeli in una parte sottostimata rispetto alla sua abilità mimetica. Così una tesi troppo manifesta, un’idea dall’ input brillante non si traduce in un risultato di spessore. Fioccano sbadigli, minuti imbarazzanti di silenzio in scena perché la stessa rimane vuota, priva di significati che non sono stati evocati dal silenzio e dallo smarrimento dei protagonisti. In definitiva un’occasione sprecata perché uno dei più grandi peccati commessi dal teatro è quello di annoiare lo spettatore. Dopo settanta minuti l’aspirante suicida esce di scena lasciando i quattro parenti infranti.

Il tempo tra il “prima” il “dopo”, pur breve, si poteva sfruttare decisamente meglio.

data di pubblicazione: 20/5/2018


Il nostro voto:

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