VAN GOGH –  SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ di Julian Schnabel, 2019

VAN GOGH – SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ di Julian Schnabel, 2019

“Dio è natura, e la natura è bellezza” in queste parole pronunciate da Van Gogh (Willem Dafoe) è riassunto tutto il significato e la vera chiave di lettura con cui il cinquantenne e talentuoso regista americano Julian Schnabel ha inteso rappresentare il rapporto con la natura del pittore olandese negli ultimi tormentati ma anche fruttuosi anni della sua vita. Anni spesi tutti fra le campagne di Arles nel sud della Francia, alla ricerca ossessiva della giusta luce e del giusto sole per i suoi paesaggi, fra gli incontri scontri con Gaugin e fra continui ricoveri e dimissioni dal nosocomio di Saint Remy.

 

Schnabel si è affermato giovanissimo con un film su un altro pittore maledetto, Basquiat nel 1998, ha poi vinto ai festival di Venezia e di Cannes fino all’Oscar come migliore regista nel 2008 con il suo Lo scafandro e la farfalla. Appassionato ed apprezzato pittore oltre che regista, l’autore ci racconta, con cognizione di causa e dichiarata empatia, tutte le difficoltà dell’essere pittore, del dipingere la Natura, la ricerca dell’attimo di follia sottostante l’esplodere della scintilla creativa/artistica. Come da sua dichiarazione resa durante l’ultimo Festival del Cinema di Venezia, il suo intento era proprio di centrare il suo racconto sul “significato e sul tormento dell’essere artista”. Il film può quindi essere tutto qui, non siamo però davanti ad un classico biopic, anzi siamo ben lontani, forse anche per qualità, da quelli che lo hanno preceduto: Brama di vincere del 1956 di V. Minnelli, con un indimenticabile K. Douglas, e dal più recente Vincent e Theo del 1998 di R. Altman, e poi ovviamente, lontanissimi dalle tante produzioni più o meno divulgative od artistiche sul pittore olandese che unitamente al nostro Caravaggio, per drammaticità delle loro vite, per l’eccezionalità della loro Arte e per l’amore degli appassionati, condivide il record di essere al centro di innumerevoli documentari o fiction in tutto il mondo.

È quindi proprio e solo sulla vicenda dell’essere artista di Van Gogh che si sofferma il regista cercando di renderci con passione e partecipazione gli aneliti della sua anima, la sua sensibilità, l’affannosa ricerca creativa, la complessità ed il tormento della sua fragile personalità. Schnabel si fa però prendere proprio da questa sua passione, da questa sua empatia, tenta di trasmetterci quanto prova l’artista, ed ecco allora che la macchina da presa viene volutamente usata quasi come un pennello, come a voler restituire allo spettatore la follia visionaria del pittore. Abbondano quindi primi piani prolungati, ci sono inquadrature sfuocate, dissolvenze, camera a mano che accompagna l’artista nel suo camminare, quasi pellegrino, fra le campagne ed i boschi alla ricerca dell’attimo e dell’apparizione del Paesaggio, dell’Infinito e dell’Eternità. Ne risulta così, a tratti, quasi danneggiata anche l’intensa e vibrante interpretazione di Dafoe, supportato da un pregevole cameo di una splendida Emmanuelle Seigner. Purtroppo questo eccesso di mentalismo e le contraddizioni di cui sopra rallentano ed appesantiscono il giusto ritmo del film ed incidono fin troppo sul modo di raccontare, riducendo brio ed incisività. Dunque, uno Schnabel sempre autoriale e buono, ma molto lontano dalle eccellenze cui ci eravamo un po’ abituati.

data di pubblicazione:03/01/2019


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AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA di Garinei/Giovannini/Fiastri, ripresa teatrale di Gianluca Guidi

AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA di Garinei/Giovannini/Fiastri, ripresa teatrale di Gianluca Guidi

(Teatro Brancaccio – Roma, 22 novembre 2018/6 gennaio 2019)

Il parroco di un paesino di montagna riceve una telefonata inaspettata da Dio in persona, un secondo diluvio universale sarà mandato sulla terra e lui dovrà costruire un’arca per mettere in salvo tutta la gente del paese.

 

Sono passati 44 anni da quando venne messo in scena la prima volta a Roma Aggiungi un posto a tavola della ormai allora consolidata coppia Garinei e Giovannini e il suo successo, per nostra fortuna, non sembra volersi arrestare: siamo di fronte a un vero e proprio miracolo teatrale.

Sarà perché inizia favolisticamente con “C’era una volta, anzi c’è …” o perché la storia è ambientata in un paesino qualunque, che potrebbe a buon grado chiamarsi Utopia, il paese dove, parafrasando Oscar Wilde, l’umanità continua ad approdare per vedere intorno a sé un paese migliore, ma gli ingredienti per un grande spettacolo ci sono tutti e credo anche raffinati per questa edizione 2018, che si avvale dell’aiuto di una sviluppata tecnica che incanta ancora un pubblico numeroso e eterogeneo come quello del Brancaccio queste sere.

È uno spettacolo che continua a coinvolgere e a piacere, nonostante la società a cui allude, un’Italia anni ’70 sconvolta forse dai poteri ma tutto sommato ancora felice e speranzosa, ormai sia superata. Necessari si fanno allora gli adattamenti al testo e si arricchiscono i personaggi di nuove sfumature e battute, ma senza sconvolgerne la bellezza e la forza originali.

Della storica e costosissima messa in scena si è scelto di riprendere tutto, perché Aggiungi un posto a tavola sono i costumi pastello di Giulio Coltellacci (riadattati da Francesca Grossi), ma soprattutto le sue fantastiche scene in legno montate ingegnosamente su un doppio girevole, arricchite da nuovi effetti speciali, come per esempio il contributo video di Claudio Cianfoni che ci restituisce una impressionante scena del diluvio. E ancora le musiche di Armando Trovajoli, le cui melodie rimangono in testa per giorni, anche queste riarrangiate per l’occasione secondo un gusto contemporaneo da Maurizio Abeni, già allievo di Trovajoli, e eseguite dal vivo, come nei migliori teatri del West End, da un’eccezionale orchestra di sedici professori. Non possiamo poi non menzionare il corpo di ballerini/cantanti che ripete le coreografie originali di un altro grande maestro e talento italiano, Gino Landi, presente alla recita.

Ma sono anche i temi trattati nella storia a rendere questo spettacolo eterno. C’è l’amore prima di tutto, quello innocente e infantile di Clementina per don Silvestro, ma anche quello animalesco e bucolico di Toto per Consolazione. Ci sono l’amicizia e la solidarietà di una società che si muove tutta per uno scopo comune, espresse soprattutto nella canzone della formica. Ma c’è anche l’accoglienza del diverso e dello straniero: Consolazione, inizialmente respinta per la sua poco onorevole professione, viene finalmente accolta da tutti e messa tra coloro che verranno salvati. E ancora il sacrificio del singolo per la comunità, don Silvestro che rinuncia a salire sull’arca per non abbandonare il suo gregge confuso dalle parole del cardinale che lo accusava di pazzia. Tutti temi che risuonano ancora oggi familiari alla nostra esperienza.

A tener viva la tradizione un cast di attori e cantanti eccezionali guidati da un commosso Gianluca Guidi, che ci restituisce un don Silvestro degno del padre, fedele all’originale ma tuttavia spontaneo e naturale, Emy Bergamo, nel ruolo di Consolazione, Marco Simeoli in quello del Sindaco Crispino, il divertentissimo Piero Di Blasio nel personaggio di Toto, l’Ortensia di Francesca Nunzi e la new entry del gruppo, la giovane Camilla Nigro, nel ruolo di Clementina, a cui facciamo i nostri auguri per la sua carriera, chiaro segnale che le nostre scuole sanno lavorare bene nel coltivare buoni talenti. Ovviamente un applauso caloroso è andato anche a la voce di lassù, Enzo Garinei.

Uno spettacolo da non perdere per chi ama il teatro e che ci auguriamo di rivedere per molte stagioni ancora.

data di pubblicazione:03/12/2018


Il nostro voto:

POLLOCK e la Scuola di New York

POLLOCK e la Scuola di New York

(Complesso del Vittoriano- Ala Brasini – Roma, 10 ottobre 2018/24 febbraio 2019)

In mostra al Vittoriano un piccolo assaggio delle opere più significative di un gruppo di artisti che, insieme a Jackson Pollock, formarono a New York una vera e propria scuola, con l’intento di sovvertire gli stilemi imposti dalle correnti pittoriche che, negli anni immediatamente a ridosso della seconda guerra mondiale, si erano concentrate principalmente a Parigi. I pittori di quella scuola, definiti “irascibili” per aver contestato la loro esclusione da parte del Metropolitan Museun of Art ad una collezione d’arte contemporanea, diverranno i protagonisti di un vero e proprio Espressionismo Astratto che porrà le basi di un movimento anticonformista, capace di influenzare la cultura moderna e post moderna fino ai giorni nostri.

Il visitatore che si accinge a ispezionare questa piccola raccolta proveniente dal Whitney Museum di New York rimarrà sicuramente un poco deluso per l’esiguità delle opere esposte che, pur offrendo un significativo esempio di ciò che identifica l’astrattismo, non soddisfano appieno l’emozione di colui che si trova per la prima volta ad incontrare Pollock, il più importante rappresentante di quella corrente artistica. Si potrà almeno accontentare di ammirare il suo celebre Number 27 del 1950, certamente più che indicativo per farci comprendere la nuova tecnica pittorica del dripping, che partendo dalla pittura automatica surrealista riesce a creare, con la colatura del colore, una serie di immagini spontanee che trovano spazio sulla tela affrancandosi dall’uso del cavalletto per trovare invece singolare sistemazione sul pavimento, pronta a ricevere la creatività dell’artista. Altro termine coniato “ad hoc” è action painting che vede il coinvolgimento di tutto il corpo dell’artista con il suo gesto danzante intorno alla tela, una sorta di percorso di ricerca dell’inconscio effettuato attraverso la stesura sgocciolata del colore sulla superficie.

La fortuna, non casuale, spingerà Pollock ad entrare nel circolo culturale che ruotava attorno alla collezionista Peggy Guggenheim che, finanziando l’acquisto del suo studio, contribuirà concretamente a renderlo una delle figure più rappresentative tra le varie correnti avanguardiste di quegli anni.

Il percorso espositivo ci fa incontrare altre figure della Scuola di New York tra le quali l’olandese Willem De Kooning che, pur rimandando ad una matrice realista, mira a rappresentare una visione deformata e violenta della stessa realtà e l’americano Franz Kline i cui lavori in bianco e nero sono il risultato di una certa “spontaneità studiata”, ossimoro per indicare che il suo dipinto spontaneo era in effetti scaturito da diversi disegni preparatori. L’attenzione viene comunque catturata da due importanti dipinti di Mark Rothko che forse un poco si discostano dal tema proposto: pur partendo da una ricerca sull’astrazione e sull’espressionismo, le sue opere si concentrano su grandi tele con pochi e intensi colori dove ogni piccolo dettaglio sembra rivolto ad una visione metafisica del reale, una sua personale proiezione verso la morte.

L’incidente mortale di Pollock nell’agosto del 1956, causato dal suo perenne stato di ebbrezza, segnerà come uno spartiacque da quella che poi verrà definita la cultura pop moderna: la sua fine sarà l’inizio di un nuovo modo di concepire l’arte basato sull’anticonformismo, l’introspezione psicologica e la sperimentazione spontanea. Stessi elementi questi che ritroviamo ad esempio nella musica jazz di quegli anni, una nuova forma musicale basata sull’improvvisazione collettiva degli interpreti che non seguono alcuno percorso ragionato.

La mostra, con il patrocinio della Regione Lazio e di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale è stata organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con The Whitney Museum of American Art, New York e curata da David Breslin, Carrie Springer e Luca Beatrice.

data di pubblicazione:20/11/2018

FIORE GEMELLO di Laura Luchetti, 2018

FIORE GEMELLO di Laura Luchetti, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)

Il fiore gemello è una rarità ed è un regalo della natura che non può essere separato. Fiore Gemello è la storia di due adolescenti presi a schiaffi dalla vita, che troveranno proprio l’uno nell’altro insieme la forza per riconquistare l’innocenza perduta. Anna, sedici anni è inseguita e minacciata e non riesce a parlare più. Basim è un immigrato clandestino ivoriano alla ricerca di pace e dignità. Insieme intraprendono un percorso che è di fuga e di crescita, di consapevolezza e di dolore ma anche di rinascita. E’ un viaggio anche dentro la natura acerba e misteriosa che protegge e accoglie.

Un immigrato africano clandestino e la figlia di un trafficante di migranti inseguita in maniera ossessiva dall’uomo per cui suo padre lavorava che si è invaghito di lei e la vuole ad ogni costo,si incontrano per caso. Anzi è lui che la protegge da alcuni bulletti. Entrambi sono in fuga dal male. Tutto intorno è più grande di loro. Ma bisogna sopravvivere, bisogna lavorare, bisogna trovare un luogo sicuro per dormire, bisogna proteggersi e bisogna crescere. Ad ogni costo anche attraverso la sofferenza. Non parlano la stessa lingua, vengono da mondi troppo diversi, ma l’affetto e l’amore che progressivamente li lega diventa la loro forza ed il loro futuro. Tutto ciò che accade intorno li aiuta a ritrovarsi e a credere l’uno nell’altro. Un sentiero doloroso che lascia intravedere la luce.

Laura Luchetti ha diretto il suo secondo lungometraggio, Fiore Gemello con un amore infinito trasformando una verità cosi attuale in poesia. Il film in concorso ad Alice nella città, si è aggiudicato già numerosi riconoscimenti, quali una menzione speciale al Toronto Film Festival 2018 e al Festival di Cannes. sarà presto in concorso anche ai BFI London e Busan International Film. La metafora di Anna e Basim (veramente unici i giovanissimi attori Anastasiya Bogach e Kalill Kone), accomunati da uno stesso destino è un percorso di dolore e di rinascita: scopriranno di appartenere allo stesso bulbo e di essere inscindibili, nonostante il passato tormentato ed il futuro incerto accompagnati da una Sardegna bellissima, ancora incontaminata ed impervia che rende la storia ancora più sospesa e magica, evocativa e mistica.

data di pubblicazione:27/10/2018








ALLEGRA ERA LA VEDOVA? di Gianni Gori, regia di Gennaro Cannavacciuolo

ALLEGRA ERA LA VEDOVA? di Gianni Gori, regia di Gennaro Cannavacciuolo

 (Teatro della Cometa – Roma, 9 ottobre/4 novembre 2018)

Metafisica dell’operetta, rivisitazione di un genere sparito con una messinscena ironica ma non distaccata. Il regno dell’artificio che poi è la metafora del teatro.

Cosa è rimasto oggi nell’immaginario collettivo del magico mondo dell’operetta? Quella di Gennaro Cannavacciolo è una pura e divertita riesumazione filologica, ben in linea con gli interessi del mattatore. Dunque una vasta ricostruzione d’epoca delle futilità di un mondo fatto di tresche, tradimenti, di agnizioni, di misteriose apparizioni di ventagli simbolicamente ammiccanti alla femminilità. Così la vedova allegra viene ribaltata con un interrogativo che fa pensare a Franz Lehar ma anche al film di Jonathan Demme con un irresistibile Michelle Pfeiffer. Così l’one man show, assistito da due capaci ballerini (ovviamente maschi, tutto il cast organizzativo è coniugato al maschile, nonostante che la donna resti saldamente al centro della scena) canta al maschile, in falsetto al femminile e esibisce la mitica scala alla Wanda Osiris, audaci e ricchissime mise con una scenografia che dilata gli spazi non estremi del teatro. Uno spettacolo godibile contenuto nell’ora di durata e con un finale mesto. In effetti si chiude con una fucilazione da parte delle SS che fa cadere il sipario sia sulla pièce che su un periodo storico, decretando, simbolicamente, la morte dell’operetta. Ora questo genere in Italia è grandemente decaduto una volta esaurita la spinta di Sandro Massimini. La capitale al centro della scena è Parigi, la città della seduzione e del godimento. Dentro c’è la belle époque, il periodo conclusivo dell’impressionismo, il can-can, la parziale emancipazione della donna. A teatro non si butta niente e questa è una rivisitazione di uno spettacolo che ha debuttato nientemeno che dodici anni fa. Si fa la storia del novecento, del costume e di una sociologia anche grazie alla mini-orchestra che suona dal vivo e contribuisce a ricreare un’atmosfera che è anche quella del music hall, del vaudeville, dello spettacolo comunque dal vivo. L’interprete si prende ogni responsabilità autorale alternando il registro drammatico, a quello comico, non trascurando la vena sentimentale. In platea il pubblico delle prime, includendo il riconosciuto maestro Gino Landi.

data di pubblicazione:10/10/2018


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