FIORE GEMELLO di Laura Luchetti, 2018

FIORE GEMELLO di Laura Luchetti, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)

Il fiore gemello è una rarità ed è un regalo della natura che non può essere separato. Fiore Gemello è la storia di due adolescenti presi a schiaffi dalla vita, che troveranno proprio l’uno nell’altro insieme la forza per riconquistare l’innocenza perduta. Anna, sedici anni è inseguita e minacciata e non riesce a parlare più. Basim è un immigrato clandestino ivoriano alla ricerca di pace e dignità. Insieme intraprendono un percorso che è di fuga e di crescita, di consapevolezza e di dolore ma anche di rinascita. E’ un viaggio anche dentro la natura acerba e misteriosa che protegge e accoglie.

Un immigrato africano clandestino e la figlia di un trafficante di migranti inseguita in maniera ossessiva dall’uomo per cui suo padre lavorava che si è invaghito di lei e la vuole ad ogni costo,si incontrano per caso. Anzi è lui che la protegge da alcuni bulletti. Entrambi sono in fuga dal male. Tutto intorno è più grande di loro. Ma bisogna sopravvivere, bisogna lavorare, bisogna trovare un luogo sicuro per dormire, bisogna proteggersi e bisogna crescere. Ad ogni costo anche attraverso la sofferenza. Non parlano la stessa lingua, vengono da mondi troppo diversi, ma l’affetto e l’amore che progressivamente li lega diventa la loro forza ed il loro futuro. Tutto ciò che accade intorno li aiuta a ritrovarsi e a credere l’uno nell’altro. Un sentiero doloroso che lascia intravedere la luce.

Laura Luchetti ha diretto il suo secondo lungometraggio, Fiore Gemello con un amore infinito trasformando una verità cosi attuale in poesia. Il film in concorso ad Alice nella città, si è aggiudicato già numerosi riconoscimenti, quali una menzione speciale al Toronto Film Festival 2018 e al Festival di Cannes. sarà presto in concorso anche ai BFI London e Busan International Film. La metafora di Anna e Basim (veramente unici i giovanissimi attori Anastasiya Bogach e Kalill Kone), accomunati da uno stesso destino è un percorso di dolore e di rinascita: scopriranno di appartenere allo stesso bulbo e di essere inscindibili, nonostante il passato tormentato ed il futuro incerto accompagnati da una Sardegna bellissima, ancora incontaminata ed impervia che rende la storia ancora più sospesa e magica, evocativa e mistica.

data di pubblicazione:27/10/2018








ALLEGRA ERA LA VEDOVA? di Gianni Gori, regia di Gennaro Cannavacciuolo

ALLEGRA ERA LA VEDOVA? di Gianni Gori, regia di Gennaro Cannavacciuolo

 (Teatro della Cometa – Roma, 9 ottobre/4 novembre 2018)

Metafisica dell’operetta, rivisitazione di un genere sparito con una messinscena ironica ma non distaccata. Il regno dell’artificio che poi è la metafora del teatro.

Cosa è rimasto oggi nell’immaginario collettivo del magico mondo dell’operetta? Quella di Gennaro Cannavacciolo è una pura e divertita riesumazione filologica, ben in linea con gli interessi del mattatore. Dunque una vasta ricostruzione d’epoca delle futilità di un mondo fatto di tresche, tradimenti, di agnizioni, di misteriose apparizioni di ventagli simbolicamente ammiccanti alla femminilità. Così la vedova allegra viene ribaltata con un interrogativo che fa pensare a Franz Lehar ma anche al film di Jonathan Demme con un irresistibile Michelle Pfeiffer. Così l’one man show, assistito da due capaci ballerini (ovviamente maschi, tutto il cast organizzativo è coniugato al maschile, nonostante che la donna resti saldamente al centro della scena) canta al maschile, in falsetto al femminile e esibisce la mitica scala alla Wanda Osiris, audaci e ricchissime mise con una scenografia che dilata gli spazi non estremi del teatro. Uno spettacolo godibile contenuto nell’ora di durata e con un finale mesto. In effetti si chiude con una fucilazione da parte delle SS che fa cadere il sipario sia sulla pièce che su un periodo storico, decretando, simbolicamente, la morte dell’operetta. Ora questo genere in Italia è grandemente decaduto una volta esaurita la spinta di Sandro Massimini. La capitale al centro della scena è Parigi, la città della seduzione e del godimento. Dentro c’è la belle époque, il periodo conclusivo dell’impressionismo, il can-can, la parziale emancipazione della donna. A teatro non si butta niente e questa è una rivisitazione di uno spettacolo che ha debuttato nientemeno che dodici anni fa. Si fa la storia del novecento, del costume e di una sociologia anche grazie alla mini-orchestra che suona dal vivo e contribuisce a ricreare un’atmosfera che è anche quella del music hall, del vaudeville, dello spettacolo comunque dal vivo. L’interprete si prende ogni responsabilità autorale alternando il registro drammatico, a quello comico, non trascurando la vena sentimentale. In platea il pubblico delle prime, includendo il riconosciuto maestro Gino Landi.

data di pubblicazione:10/10/2018


Il nostro voto:

MANGIARE BERE QUARTIERE TRIESTE SALARIO di Autori Vari – Typimedia editore, 2018

MANGIARE BERE QUARTIERE TRIESTE SALARIO di Autori Vari – Typimedia editore, 2018

Non vi stupisca una recensione a una guida gastronomica. Se l’uomo è ciò che mangia secondo Feuerbach nello spirito del tempo la passione per il mangiare e il bere è diventata arte e mainstream. E dalla lettura morfologica di una guida gastronomica si può arguire lo spirito del tempo e le sue declinazioni positive e negative. Dunque la bussola da orientare ci avvisa che siamo in un quartiere bene di Roma che, presumibilmente, ha avvalorato una maggioranza di suffragi per il Pd nell’ultima tornata elettorale. Cittadini benestanti che possono spendere in una forbice circoscrizionale che va dai margini di Montesacro a Porta Pia attraverso le due grandi direttrici di Corso Trieste e via Nomentana. Dalla descrizione dei piatti più riusciti e dall’indicazione dei prezzi si ricava la constatazione di quanto sia cara una città come Roma se in genere sia primi che secondi vanno in doppia cifra (dai 10 euro in su) e i dolci iniziano ad avvicinarsi a questo confine. Per non parlare del ricarico dei vini sempre esagerato in Italia. Si rivela la tendenza per la deriva etnica. Passata di moda la Cina è il Giappone a recitare la parte del leone, lasciando un piccolo spazio alla Thailandia, all’Arabia, persino alla lontana Corea. I piatti della cucina povera, spesso esaltati, ora sono diventati oggetti di culto rispetto soprattutto ai valori crescenti del colesterolo. Ma c’è ancora sacro rispetto e valorizzazione per trippa, coda alla vaccinara, gricia. Certo oggi, per chi è vissuto nei tempi della lira, può far sinceramente impressione che pur nel totale ridimensionamento nel consumo di carne, una costata arrivi a costare 25 euro, cioè quasi le 50.000 lire di una volta. Ma per chi non può spendere c’è sempre l’escamotage non banale della pizza. Cucinata in tanti (troppi?) modi, anche nell’orribile variazione con la nutella o con le patate fritte. Con ovvia costante lievitazione di prezzo. Da quanto sono affollati i locali in questo emisfero di Roma nord si è quasi portati ad avvalorare l’affermazione di un politico navigato quanto vintage. L’Italia è il paese dell’intatto benessere perché i ristoranti sono quasi sempre tutti pieni. In particolare a Roma dove l’edonismo e il piacere per queste pratiche è consolidato.

data di pubblicazione:28/09/2018

MANIFESTA 12 – THE PLANETARY GARDEN – CULTIVATING COEXISTENCE

MANIFESTA 12 – THE PLANETARY GARDEN – CULTIVATING COEXISTENCE

(Palermo,16 giugno/4 novembre 2018)

Manifesta, la Biennale Nomade Europea, è nata nei primi anni ’90 al fine di promuovere quella fattiva integrazione socio-culturale che si era resa quasi necessaria alla caduta del muro di Berlino, dopo anni di guerra fredda che aveva “congelato”, per così dire, ogni scambio intellettuale tra i paesi occidentali e quelli d’oltrecortina. Manifesta, fondata ad Amsterdam dalla storica d’arte olandese Hedwig Fijen e che ancora oggi la guida, è da considerarsi un progetto culturale che re-interpreta il rapporto tra cultura e società attuando un capillare dialogo interdisciplinare nel contesto sociale di riferimento. In occasione delle iniziative che si stanno svolgendo a Palermo, quest’anno Capitale Italiana della Cultura, trova quindi spazio Manifesta 12, sotto la direzione generale italiana di Roberto Albergoni e della coordinatrice Francesca Verga che affiancano lo staff permanente degli uffici olandesi per la realizzazione di questo ambizioso programma, che terminerà i primi di novembre. Con questo pretesto Palermo ha riaperto i suoi inesauribili tesori d’arte, molti dei quali perennemente chiusi, per presentarsi ai numerosi turisti nella sua veste migliore: un fermento culturale che si percepisce in maniera tangibile girovagando per le viuzze storiche, brulicanti di variegati centri d’interesse oltre a luoghi di degustazione di prelibatezze culinarie, anch’esso vanto della città. Molti palazzi nobiliari hanno aperto i propri spazi, un tempo sfarzosi luoghi della mondanità nobiliare isolana, per accogliere installazioni di importanti artisti contemporanei e per curare la diffusione delle loro opere anche in centri periferici dove il tessuto culturale cittadino fa fatica ad inserirsi. Da segnalare anche la programmazione di numerosi film, selezionati allo scopo di dare una lettura cinematografica ai temi che animano questa rassegna e la narrativa generale che la contraddistingue.

In particolare la sezione On Circulations indaga sui movimenti migratori, le cause e le conseguenze delle politiche attuate, la ricerca di una identità e libertà dei popoli offrendo altresì soluzioni e prospettive in un mondo senza confini.

Accanto ad essa l’altra sezione On Palermo dedicata interamente al capoluogo siciliano, inteso come luogo di trasformazioni e di fermenti sociali attuali, non indifferenti alle necessità del contesto urbano. Il nutrito calendario delle proiezioni è stato curato da In Between Art Film Italia con il supporto di Sicilia Film Commission e Vidi Square.

Un invito dunque a non perdere Manifesta 12 approfittando anche per visitare questa città dai mille aspetti, unica in Italia e nel mondo, che proprio per le sue innate contraddizioni non può che affascinare lasciando una impronta indelebile, certamente indimenticabile, nella persona che la visita.

data di pubblicazione:25/08/2018

 

QUESTIONE CANNABIS – Le ragioni della legalizzazione (a cura di Leopoldo Grosso)- Edizione Gruppo Abele. I Ricci, 2018

QUESTIONE CANNABIS – Le ragioni della legalizzazione (a cura di Leopoldo Grosso)- Edizione Gruppo Abele. I Ricci, 2018

Il consumo di droghe leggere è quella strana devianza che spinge in carcere un quarto dell’attuale universo tra i detenuti. Solo la cannabis viene fruita da una comunità oscillante tra i sei e gli otto milioni. Eppure il suo acquisto e la sua somministrazione sono ancora completamente in mano al mercato criminale-mafioso con l’assistenza della legge Bossi-Fini di tendenza assolutamente proibizionista. Questo agile volumetto di pronta consultazione si avvale dei contributi competenti d Giancane, Grosso, Manconi, Soldo, Rossi e Zuffa e conta della prefazione significativa di Roberto Saviano. Il pamphlet è un notevole contributo alla rimozione dei pregiudizi. E soprattutto a quello consolidato nella visione degli italiani, che il consumo di droghe leggere sia propedeutico al passaggio a quelle pesanti. Le esperienze parallele riscontrare all’estero, dalle più vicine (l’Olanda) a quelle più lontane (alcuni Stati americani) dimostrano che la legalizzazione delle droghe leggere smonta il consumo e lo deprime. Svanisce il fascino del proibito, migliora la qualità delle sostanze, cresce la capacità di controllo della sanità e del potere pubblico. Il testo documenta e ricorda anche i casi di suicidio invalsi dallo scandalo pubblico nella segnalazione che riguarda tutti i consumatori. Il confine tra consumo e spaccio viene valutato da osservazioni ancora troppo discrezionali. Eppure si è calcolato che una misurata e prudente gestione statale del fenomeno potrebbe assicurare entrate fiscali tra i sette e i nove miliardi, cioè quasi l’equivalente garantito dall’industria dell’azzardo, ora in forte flessione dopo i provvedimenti del Decreto-dignità. Il momento politico non sembra propizio alla revisione della Legge, un po’ come per lo ius soli. Le statistiche attuali sono quanto mai preoccupanti: il 2,1% degli studenti di 15-19 anni hanno assunto nella loro vita sostanze psico-attive senza sapere di cosa si trattasse. E’ la cultura incosciente diffusa nelle discoteche che potrebbe essere fortemente limitata con un intervento dall’alto, non necessariamente affidato al Dipartimento delle droghe che ha un ruolo solo tecnicistico.

data di pubblicazione:08/07/2018