THE NIGHTINGALE di Jennifer Kent, 2018

THE NIGHTINGALE di Jennifer Kent, 2018

(75.Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Dove inizia e dove finisce il Western? Per alcuni non sono veri film western né quelli sulla Frontiera né tantomeno quelli ambientati in Messico, quindi se ciò fosse vero non sarebbero dei veri Western né, da una parte, capolavori come Passaggio a Nord Ovest di K. Vidor del 1940, o il recente Revenant di A. Inarritu del 2015, né, dall’altra parte, capolavori come Vera Cruz di R. Aldrich del 1954, o Il Mucchio Selvaggio di S. Peckinpah del 1969, tanto per citarne alcuni. Inutile entrare nella questione, ogni appassionato resterà della sua convinzione. In senso lato, un po’ per provocazione, un po’ per ricondurre tutto a delle categorie filmiche, potremmo dire che The Nightingale dell’australiana Jennifer Kent, che ne è anche sceneggiatrice e produttrice, è il terzo film western visto qui alla Mostra. La storia non si svolge nelle praterie o fra le Montagne Rocciose del Nord America ma nell’outbush e fra le montagne della Tasmania, ma l’epoca, i personaggi, l’evoluzione del plot e la storia sono sempre gli stessi.

Siamo nella prima metà del 1800, lei è una giovane e coraggiosa ex galeotta irlandese che avuto uccisi il marito, anch’egli ex galeotto, e la figlioletta in fasce, per colpa di un gruppo di ufficiali inglesi che, non paghi, l’hanno pure violentata, decide di abbandonare la piccola fattoria, inseguire il gruppo verso il Nord per farsi giustizia da sola, avvalendosi di un aborigeno assoldato come guida per seguire le tracce del gruppo. La Tasmania era all’epoca, con l’Australia, una selvaggia colonia britannica popolata solo da galeotti ed ex galeotti sottoposti ad attento controllo dell’esercito inglese che contemporaneamente contribuiva alla strage dei nativi che tentavano di ribellarsi. In Tasmania il genocidio ha purtroppo avuto luogo, e l’ultimo aborigeno tasmaniano è morto nel 1886! Sottostante alla storia di superficie: inseguimento, vendetta personale, natura selvaggia, il vero tema del film, anche in questo caso come in tanti recenti western americani, è la perdita dell’identità, della libertà, della propria terra e della propria dignità da parte dei nativi Tasmaniani davanti all’avanzata ed al moltiplicarsi dei coloni britannici protetti dalle loro “giubbe rosse”. Man mano che il viaggio procede, la guida indigena da semplice e necessario “cane da pista”, diviene un essere umano, poi un proprio simile cui riconoscere pari capacità di soffrire, dignità, valori e sentimenti verso i propri morti e verso la propria terra.

Una storia dunque di violenza, di violenza verso le donne, di vendetta e di libertà, una storia tanto antica quanto moderna ed attuale al di là della sua ambientazione. La regista e gli interpreti, pur non essendo particolarmente famosi al di fuori del contesto cinematografico australiano, operano con apprezzabile professionalità, ben inseriti nei loro ruoli. Certo il ritmo e la durata del film sono legati alla logica stessa dell’inseguimento e del maturarsi dei cambiamenti emotivi, indubbiamente una maggiore incisività ed un ritmo più incalzante avrebbe giovato, ma ormai, e qui a Venezia si è provato con mano, un film non può più essere ricondotto nell’ambito dei classici 90’. La pellicola resta comunque interessante, apprezzabile e soddisfacente nel suo genere.

data di pubblicazione:06/09/2018








AT ETERNITY’S GATE (ALLE PORTE DELL’ETERNITÀ) di Julian Schnabel, Venezia 2018

AT ETERNITY’S GATE (ALLE PORTE DELL’ETERNITÀ) di Julian Schnabel, Venezia 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Dio è natura, e la natura è bellezza in queste parole pronunciate da Van Gogh (W. Dafoe) è riassunto tutto il significato e la vera chiave di lettura con cui il cinquantenne e talentuoso regista americano J. Schnabel ha inteso rappresentare il rapporto con la natura del pittore olandese negli ultimi tormentati ma anche fruttuosi anni della sua vita. Anni spesi tutti fra le campagne di Arles nel sud della Francia, alla ricerca ossessiva della giusta luce e del giusto sole per i suoi paesaggi, fra gli incontri scontri con Gaugin e fra continui ricoveri e dimissioni dal nosocomio di Saint Remy.

 

Schnabel si è affermato giovanissimo con un film su un altro pittore maledetto, Basquiat nel 1998, ha poi vinto ai festival di Venezia e di Cannes fino all’Oscar come migliore regista nel 2008 con il suo Lo scafandro e la farfalla. Appassionato ed apprezzato pittore oltre che regista, l’autore ci racconta, con cognizione di causa e dichiarata empatia, tutte le difficoltà dell’essere pittore, del dipingere la Natura, la ricerca dell’attimo di follia sottostante l’esplodere della scintilla creativa/artistica. Come da sua dichiarazione resa durante il Festival, il suo intento era proprio di centrare il suo racconto sul “significato e sul tormento dell’essere artista”. Il film può quindi essere tutto qui, non siamo però davanti ad un classico biopic, anzi siamo ben lontani, forse anche per qualità, da quelli che lo hanno preceduto: Brama di vincere del 1956 di V. Minnelli, con un indimenticabile K.Douglas, e dal più recente Vincent e Theo del 1998 di R. Altman, e poi ovviamente, lontanissimi dalle tante produzioni più o meno divulgative od artistiche sul pittore olandese che unitamente al nostro Caravaggio, per drammaticità delle loro vite, per l’eccezionalità della loro Arte e per l’amore degli appassionati, condivide il record di essere al centro di innumerevoli documentari o fiction in tutto il mondo.

È quindi proprio e solo sulla vicenda dell’essere artista di Van Gogh che si sofferma il regista cercando di renderci con passione e partecipazione gli aneliti della sua anima, la sua sensibilità, l’affannosa ricerca creativa, la complessità ed il tormento della sua fragile personalità. Schnabel si fa però prendere proprio da questa sua passione, da questa sua empatia, tenta di trasmetterci quanto prova l’artista, ed ecco allora che la macchina da presa viene volutamente usata quasi come un pennello, quasi a voler restituire allo spettatore la follia visionaria del pittore. Abbondano quindi primi piani prolungati, ci sono inquadrature sfuocate, dissolvenze, camera a mano che accompagna l’artista nel suo camminare, quasi pellegrino, fra le campagne ed i boschi alla ricerca dell’attimo e dell’apparizione del Paesaggio, dell’Infinito e dell’Eternità. Ne risulta così, a tratti, quasi danneggiata anche l’intensa e vibrante interpretazione di W. Dafoe, supportato da un pregevole cameo di una splendida E. Seigner. Purtroppo questo eccesso di mentalismo e le contraddizioni di cui sopra rallentano ed appesantiscono il giusto ritmo del film ed incidono fin troppo sul modo di raccontare, riducendo brio ed incisività. Dunque, uno Schnabel sempre autoriale e buono, ma molto lontano dalle eccellenze cui ci eravamo un po’ abituati.

data di pubblicazione:04/09/2018








THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard, 2018

THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard, 2018

Il titolo di questo film dello sceneggiatore e regista francese Jacques Audiard, presentato in concorso a Venezia, non è un ossimoro. Sisters è il cognome di Charlie e Eli, che nella vita non solo sono fratelli ma anche soci in affari. Ingaggiati dal Commodoro per scovare un uomo e eliminarlo, i due non si faranno troppi scrupoli ad uccidere chiunque voglia fermarli nel loro viaggio che dall’Oregon li porterà sino in California sulle tracce di colui che, a quanto pare, ha la formula chimica, forse magica, per individuare i filoni d’oro.

 

Rimescolando gli stereotipi dei western di una volta, senza espresso riferimento né a quelli americani né tantomeno a quelli italiani portati al successo internazionale da Sergio Leone, il regista francese confeziona un film che è una vera e propria babele, ambientato in Oregon nel 1850 ma girato in Spagna e Romania, tratto da un romanzo del canadese Patrick DeWitt ed interpretato da attori americani di grosso calibro quali John C. Reilly, Joaquin Phoenix e Jake Gyllenhaal, nonché dal rapper britannico di origini pakistane Riz Ahmed; a tutto ciò si aggiunga l’impareggiabile tocco italiano della costumista Milena Canonero. Tutti ingredienti eterogenei che contribuiscono a creare alla perfezione una storia turbolenta di pistoleros senza scrupoli, ma che hanno anche uno spirito profondamente umano pur portando a termine una carneficina dietro l’altra.

Il regista in conferenza stampa ha dichiarato che non ha voluto fare del suo film un vero e proprio western, genere a lui più ostico che sconosciuto, quanto uno studio profondo sulle figure dei due fratelli ed il legame indissolubile che li unisce in ogni impresa. Se si vuole considerare come una metafora sulla disillusione dell’amore, in senso lato, forse un accostamento si potrebbe trovare con il film The Missouri Breaks di Arthur Penn con Marlon Brando e Jack Nicholson, film crudo e sufficientemente cinico che non esalta eroi né si schiera favorevolmente con coloro che si pongono come difensori dell’ordine. I due fratelli di Audiard hanno obiettivi diversi tra loro: Charlie vuole uccidere il Commodoro e impadronirsi del suo potere, Eli pensa invece ad una vita romantica, crearsi una famiglia e aprire un negozio per vivere. Nonostante le divergenze non riusciranno mai a separarsi.

Il pluripremiato Jacques Audiard (Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa, Dheepan con cui vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2015) ci regala un western diverso, pieno di contraddizioni ma di tanto sentimento, quasi a dimostrarci che anche il più spietato dei cowboy ha un anima di tutto rispetto, ed in questo possiamo veramente crederci.

data di pubblicazione:03/09/2018








IL PRESIDENTE È SCOMPARSO di Bill Clinton e James Patterson – Longanesi, 2018

IL PRESIDENTE È SCOMPARSO di Bill Clinton e James Patterson – Longanesi, 2018

Ammetto di essere stata molto incuriosita dal nome dell’ex presidente americano, sono quindi andata a curiosare, in un sito di informazioni editoriali, le classifiche internazionali dei titoli più venduti e Il presidente è scomparso è primo in classifica, per il mese di giugno, negli Stati Uniti e nel Regno Unito; sempre più incuriosita ho iniziato la lettura…

La storia è ambientata ai giorni nostri e si svolge nell’arco di 72 ore.

Il libro inizia con il presidente degli Stati Uniti, Jonathan Lincoln Duncan, a rischio di impeachment: è stato accusato di avere avuto contatti telefonici con il maggiore rappresentante dei Figli della Jihad. Insieme ai più fidati membri del suo gabinetto sta cercando di trovare una linea di difesa, ma la sua attenzione è rivolta altrove: sa di essere il solo a poter fermare un attacco di cyberterrorismo di dimensioni inimmaginabili che sarebbe in grado di mettere letteralmente in ginocchio di Stati Uniti e che sta per essere messo in atto e deve trovare il modo di agire.

Per porre fine a questa minaccia il presidente “scompare” per poter lavorare nell’ombra; in alcune interviste Clinton ha affermato che, in situazioni estremamente critiche per poter risolvere questioni politiche spinose, l’uomo più potente del mondo effettivamente può “scomparire” per un certo tempo rinunciando anche agli agenti addetti alla sua protezione.

Da qui prenderanno vita una serie di vicissitudini che coinvolgeranno il presidente e non solo, che daranno modo di scoprire una talpa all’interno della stretta cerchia dei suoi fedelissimi.

L’idea di fondo è decisamente interessante ed è basata su una innegabile realtà che ognuno di noi ha sicuramente provato in prima persona: Uno dei paradossi dell’epoca moderna è che il progresso può renderci più potenti, ma anche più vulnerabili – comincia Augie –. Voi credete di essere all’apice del vostro potere, credete di essere in grado di fare cose senza precedenti. Ma io vi vedo all’apice della vostra vulnerabilità. E la ragione di tutto ciò è la dipendenza. La nostra società è diventata completamente dipendente dalla tecnologia.

Molto intriganti le parti in cui Clinton descrive gli interni della Casa Bianca come quando descrive la carta da parati della camera da letto “… su cui sono riprodotte scende della Rivoluzione americana. Un’eredità di Jackie Kennedy, a cui l’aveva regalata un’amica. A Betty Ford non piaceva, perciò l’aveva fatta togliere, ma Carter l’aveva rimessa. Da allora è stata tolta e rimessa varie volte.”, e tutte le varie consuetudini e la vita che vi si svolge al suo interno.

Peccato che sull’altro piatto della bilancia si debbano mettere le continue lusinghe e blandizie della figura del presidente e della sua abnegazione al bene comune oltre al ruolo degli Stati Uniti salvatori del mondo: “Volevano colpirci con forza sufficiente per obbligarci a non prenderci più cura del resto del pianeta”…

A ciò aggiungerei anche la decisione di far interpretare tutti i ruoli più rilevanti del libro a figure femminili, sia all’interno dell’amministrazione statunitense che in altri ruoli fondamentali per la storia ci sono donne: il capo di gabinetto della Casa Bianca, il direttore reggente dell’FBI, il vicepresidente degli Stati Uniti, il direttore della CIA (al momento del lancio in libreria del volume Trump non aveva ancora effettivamente destinato una donna a ricoprire questo ruolo), il presidente di Israele e altri ruoli che evito di anticipare. Una fastidiosissima piaggeria!

Concluderei mettendo sul piatto dei NO anche il discorso che il presidente Duncan tiene al Congresso, probabilmente inserito ad arte più come scelta politica che come necessità narrativa, ma proprio per questo avulso dal racconto e fuori luogo: è un romanzo e non una campagna elettorale.

Detto ciò, saranno comunque i lettori a deciderne la sorte….

data di pubblicazione:23/07/2018

DUE PICCOLI ITALIANI di Paolo Sassanelli, 2018

DUE PICCOLI ITALIANI di Paolo Sassanelli, 2018

Felice (Paolo Sassanelli) e Salvatore (Francesco Colella) vivono in un istituto di recupero per persone affette da patologie mentali situato a Minervino Murge, un paesino dell’entroterra pugliese. Felice a causa di un trauma infantile ha lo sviluppo mentale di un bambino di 7 anni, mentre Salvatore è affetto da impotenza: tra i due nasce una profonda amicizia fatta di complicità e tenerezza. Quando Salvatore in un eccesso d’ira ferirà due assistenti e deciderà di scappare, porterà con sé anche l’amico in un rocambolesco quanto metaforico viaggio dal Sud Italia a Rotterdam volto alla ricerca di sé stessi e del proprio posto nel mondo. 

Paolo Sassanelli, a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge Basaglia – 13 maggio 1978 -, sceglie il tema del disagio mentale per il suo primo lungometraggio.

Basaglia rivoluzionò la logica dei manicomi, luoghi di controllo sociale dei soggetti considerati deviati (malati di mente, prostitute, sovversivi, omosessuali) con la necessità di restituire diritti, cittadinanza e dignità a persone che per la prima volta venivano considerate fragili e bisognose che qualcuno le aiutasse a riprendere il filo perso della propria esistenza. Felice e Salvatore a Rotterdam saranno ospitati da Anke, una ragazza giunonica, allegra e “non giudicante”: un bagno nelle acque calde di un laghetto islandese in prossimità di un vulcano, simbolicamente amniotiche, sugelleranno la nascita di una nuova famiglia formata dai tre protagonisti, in cui amore e tenerezza serviranno a fugare ogni paura e solitudine.

La narrazione, scritta a 6 mani da Paolo Sassanelli, Francesco Apice e Chiara Balestrazzi, procede sciolta e divertente alternando la commedia al dramma e alla favola. Un film spigliato, ingenuo, pieno di buoni sentimenti: amore, amicizia, tenerezza.

Nonostante alcune imprecisioni ed ingenuità, e l’inevitabile accostamento del personaggio di Felice a Dustin Hoffman in Rain man, la bravura straordinaria dei due protagonisti fa decollare il film e Due piccoli italiani possiamo considerarlo un inizio incoraggiante per Paolo Sassanelli, che è innanzitutto un valido attore di teatro e di cinema.

data di pubblicazione:22/06/2018


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